Corriere della Sera, 7 giugno 2026
Intervista a Max Pezzali
Max Pezzali, perché si è definito «un ragazzo inadeguato»?
«Il successo, anche mostruoso, non potrà mai cambiare quella sensazione di inadeguatezza, il sentirsi sempre un po’ fuori, quello che non va bene. Da ragazzino ero il classico nerd: occhiali da miope tipo fondi di bottiglia, in disparte alle feste, incapace di stabilire contatti. Ero appassionato di modellismo militare, studiavo i colori esatti delle livree… cose che non piacciono alle coetanee e alle persone di successo della tua classe. Questo mi ha dato la possibilità di capire gli altri inadeguati».
Sfigato.
«Sfigatello».
Poi…
«Quando al liceo ho messo le lenti a contatto non mi sono più sentito trasparente. Le ragazze si accorgevano di me anche se non ero un adone. Però il patrimonio genetico da inadeguato l’ho portato sempre con me. E nel mio lavoro non aiuta. In quei dieci minuti che vanno dal momento in cui hai la consapevolezza che dovrai salire sul palco a quando ci salirai fisicamente mi passa per la testa di tutto: critico le mie scelte, scatta la sindrome dell’impostore…come quando trovi un posto di blocco e ti consegni alla polizia anche se non hai fatto nulla e loro ti dicono “vada vada”».
Il successo non ha creato un’altra sindrome dell’impostore? Non quella di non meritare quello che hai, ma di fingere di essere quello che non sei? Cantare i nerd ed essere l’artista che vende più biglietti quest’anno: 650 mila.
«Ho sempre pensato che non sarebbe durata a lungo, che la fine sarebbe stata vicina. Anche adesso sono in attesa di una catastrofe imminente che rimetta le leggi dell’universo in equilibrio. Ho sempre questa voce di mia madre dietro che dice “adesso che va bene… può solo andare peggio”».
Quando è stata la prima volta?
«Avevo 17 anni. Con Luciana, che fu la mia fidanzatina per un po’ di tempo. Fu una cosa molto bella anche se molto traumatizzante: per lei non era la prima volta, ma per me sì... Su quel momento ci ho fatto pure una canzone, “Lo strano percorso”. Il sesso è qualcosa che apprendi in teoria grazie ai racconti dei più grandi o dalla stampa, diciamo così, specializzata. Quando ti ci trovi dentro è spiazzante».
«Sei un mito» è la storia di un amore impossibile?
«È la storia di un amore che sembrava impossibile. Estate 1992, l’anno del successo di Hanno ucciso l’Uomo Ragno. Io e Mauro Repetto facevamo avanti e indietro tra Riccione – per le feste di Radio Deejay – e Pavia, vuota e deserta. Una sera si creò il clima da isola deserta: lei, il mito…»
Come si chiamava il mito?
«…ricordo i nomi di tutte, ma questo non lo dico per evitare tragedie. Lei, che in altre circostanze non mi avrebbe considerato, accetta di uscire con me. È andata bene; ma dal giorno dopo non si è più fatta sentire».
La sua generazione scopriva il mondo col motorino. Quella di adesso col cellulare. Chi ha vinto?
«Ho un adolescente in casa, e lo vedo crescere nella stessa città in cui sono cresciuto io…I ragazzi di questa generazione sono piccoli eroi per quello che hanno superato durante il Covid, che li ha fatti crescere distanziati. Per noi il motorino era il mezzo, anche per le ragazze col Ciao che non si interessavano di meccanica, per arrivare all’appuntamento con la compagnia in un dato luogo e a un certo orario. Oggi tutti si geolocalizzano con lo smartphone. Sarà anche rassicurante per i genitori apprensivi, ma lascia meno spazio all’improvvisazione, alle bigiate a scuola… A me spiace un po’ vedere che oggi si pensa di proteggere qualcuno tenendolo lontano dai pericoli. In quel modo non lo aiuti».
E la droga?
«Nella mia generazione, in ogni compagnia a un certo punto c’era un 30-40 per cento di incidenza dell’eroina. Ho visto tanta gente morire. E molti si raccontano di essere stati più furbi, di essersi salvati per la paura dell’ago… alla fine è stata una casualità».
Nessuna relazione manco con le droghe leggere?
«Avevo un problema: quelle poche volte che mi hanno passato una canna – “dai, fai un tiro” – sono finito a vedere i mostri. Non so se è paura di perdere il controllo, paura di dire ad alta voce i miei pensieri o che altro: gli altri ridevano, e io mi mettevo in un angolo».
Mamma e papà?
«Mamma segretaria alla Facoltà di Farmacologia aveva il sogno che mi laureassi. Papà si era indebitato per comprare il negozio di fiori, lo ricordo spesso al lavoro di notte, durante le feste…».
Ha chiamato suo figlio Hilo.
«Una città delle Hawaii che prende il nome da un esploratore polinesiano. Mi affascina la storia degli esploratori polinesiani che hanno attraversato il Pacifico senza sapere cosa avrebbero trovato, avevano una fede incrollabile nel trovare terra nuova. Mi sembrava bello come messaggio».
Il piccolo gliel’ha mai rinfacciato?
«All’inizio mi diceva che avrebbe preferito un nome tipo Federico, ma adesso lo sente suo».
Il suo primo ricordo?
«Avrò 2-3 anni e sono in campagna ad Albuzzano, dieci chilometri da Pavia, con mio nonno contadino che mi insegna le direzioni, destra e sinistra: da una parte Boffalora, dall’altra la chiesa. Ancora oggi, ad ogni svolta, il mio cervello sovrappone l’immagine di quel bivio tra Boffalora e la chiesa».
E politicamente cosa sceglie: destra o sinistra?
«Sono fra il liberale e il libertario: sono per il laissez faire in economia e a favore di tutte le libertà individuali, anche di quelle di chi ci sta sulle scatole, nella vita di tutti i giorni. Da fan di Vasco mi ero avvicinato alle tematiche dei Radicali, li ritenevo una voce necessaria».
Francesco De Gregori dice che non gli va di prendere lezioni da cantanti e attori sulle questioni di politica. È d’accordo?
«Oltre a Vasco sono cresciuto affettivamente con De Gregori, Venditti, Dalla. Contestare una qualunque frase pronunciata da Francesco De Gregori mi è impossibile».
Cosa pensa di Giorgia Meloni?
«Oggi non riesco più a capire bene quanto venga effettivamente fatto dai politici e quanto invece sia narrazione. Credo che lei abbia delle doti e, in un tempo molto difficile e delirante come questo, sia riuscita a barcamenarsi come immagine internazionale. Però credo che oggi nessuno si stia rendendo conto della rivoluzione che sta portando l’AI, più incisiva ancora di quella industriale: si parla di problemi locali e nazionali, mentre dovremmo pensare a sviluppare un progetto di AI in Europa, per non essere schiacciati e diventare marginali».
Meglio Elly Schlein?
«L’ho conosciuta a un concerto e l’ho trovata molto simpatica. Mi sembra una che conosce il tempo in cui viviamo: è una contemporanea. Ma forse al tempo dell’AI e delle guerre ci vorrebbe un governo di unità nazionale».
E il generale Vannacci?
«Parla di cose obsolete. Ho imparato grazie a mio figlio a vedere gli avvenimenti lungo la timeline: sulla linea del tempo Cleopatra è più vicina all’iPhone che alle piramidi. Quando sono nato io nessuno era così ossessionato da quello che accadeva 80 anni prima, a fine Ottocento, quanto Vannacci invece mi sembra avvitato sul 1945».
Avvicinandosi sulla timeline, perché gli anni ’90 sono così di moda?
«Perché è stato l’ultimo decennio in cui c’era una cultura pop condivisa, mentre oggi è tutto polverizzato. E sono stati gli ultimi anni di convivenza fra l’analogico, che dominava, e il digitale che stava arrivando. E poi sono compresi fra il dopo Tangentopoli, un momento in cui si percepiva aria nuova, le lotte alla mafia da noi, la cool Britannia di Tony Blair, Clinton che sembrava un figo, e l’11 settembre, l’inizio della paura».
Il suo ultimo album è del 2020… Anche lei vive nell’eterno presente della sua musica anni ’90? Teme che davanti a una canzone nuova il pubblico direbbe: “meglio quelle vecchie”?
«Quando hai delle canzoni che hanno rappresentato qualcosa di molto importante per tante persone in un dato momento, saranno sempre meglio di quelle nuove. Poi ci sarebbero anche quelli che, e mi unisco a loro, domanderebbero “ma a cosa serve un disco di Max Pezzali oggi?”. In questo momento col mio team siamo concentrati sul live e scopriamo parti del repertorio che io credevo secondarie ma che qualcuno nel pubblico vuole. E chi non le conosce e le scopre su TikTok può pensare che siano nuove. Continuo a scrivere perché per chi fa questo mestiere c’è anche il bello dell’artigianalità, indipendentemente dallo sbocco sul mercato. Quando sento che una canzone nuova avrà la forza di raccontare il presente la pubblicherò, altrimenti meglio che lo faccia uno come Coez».
Vasco l’ha conosciuto?
«Sì, ma non riesco a umanizzarlo. L’ho visto a un concerto e non sono riuscito a non sentirmi prostrato davanti a lui. Con i grandi nomi mi capita sempre di pensare a dover dire la frase giusta, prepararla e poi rendermi conto di aver sbagliato le parole... Davanti a Giovanni Lindo Ferretti ho balbettato qualcosa. Ligabue l’ho umanizzato solo di recente, dopo che ci siamo trovati di fianco al concerto di reunion degli Oasis».
L’amicizia con Jovanotti?
«Lui mi offre sempre la battuta per non farmi fare quella figuraccia…canto esclusivamente grazie a lui. Ho un eterno debito di riconoscenza nei suoi confronti. Nel 1989, agli esordi, io e Mauro ci chiamavano “I Pop”: mandammo a lui una cassetta con la nostra musica e nonostante fosse inascoltabile, e non solo col senno di poi ma anche con quello di allora, ci passò in radio».
C’è un’altra cassetta fondamentale. Quella che mandaste a Claudio Cecchetto…
«Due anni dopo, stavo finendo il servizio civile in Croce Rossa ed ero davanti al bivio: laurearmi o dedicarmi alla musica non solo come hobby. Lasciammo la cassetta alla portineria di Radio Deejay e Cecchetto ci fece chiamare da Pierpa Peroni (produttore storico di Max ndr). “È una bomba”. Cominciò tutto da lì».
Il nome 883?
«Avevo il sogno dell’Harley Davidson, leggevo riviste specializzate e la 883, dal volume della cilindrata, era splendida. Avevamo preparato la cassetta di cui sopra da mandare a Cecchetto: sul bordo ci avevamo messo il titolo, “Non me la menare”, ed era rimasto poco spazio per il nostro nome. Panico. Come ci firmiamo? Max e Mauro era troppo lungo, M&M faceva schifo… Quei tre numeri stavano bene. Per fortuna la Harley non ci fece causa, anzi, l’importatore capì che poteva essere utile a entrambi».
Dei due il bello era Repetto. Come mai il frontman divenne lei?
«Perché ero quello che cantava. Lui optò per un ruolo abbastanza stravagante, il ballerino, che fu cruciale. Sembravamo due scappati di casa, due sfigati che però hanno fatto capire all’Italia che “se ce l’hanno fatta loro, posso farcela anche io”».
L’intuizione geniale di «Hanno ucciso l’Uomo Ragno»?
«All’epoca la Marvel, la casa editrice dei fumetti dei supereroi, non era quella dei film kolossal… si rivolgeva a noi un po’ sfigatelli. Da bambino per me andare in edicola era un evento. Poi la Marvel cominciò a gestire male il suo patrimonio: calarono la qualità delle storie e anche quella della carta… Stavamo scrivendo la canzone e non trovavo il testo. Mi venne quell’idea, che Marvel stesse rovinando l’Uomo Ragno: divenne il simbolo della gioventù e dell’adolescenza che mi stavano rubando. L’Uomo Ragno è una metafora del tempo, del mondo degli adulti che ruba i sogni ai ragazzi».
Lei è nazional popolare, ma il suo rapporto con il Festival di Sanremo non è dei migliori.
«Chi fa questo lavoro ha delle superstizioni e la mia è un po’ quella della maledizione di Sanremo. Con gli 883 ci andammo nel 1995 con “Senza averti qui” e come autori di “Finalmente tu” di Fiorello. Avevamo lo stesso team e il fatto che Fiore fosse favorito ma non avesse vinto, il suo fidanzamento con una delle presentatrici (Anna Falchi ndr) e altro ci avevano messo addosso così tanta pressione che sono tornato con herpes, sfoghi cutanei e 40 di febbre».
Dopo quello del 2011 pensò persino che fosse meglio smettere con la musica…
«“Il mio secondo tempo” era il pezzo sbagliato e venni eliminato, mi mandarono a casa il venerdì… Guardando il lato buono evitai il traffico del rientro. Quest’anno andandoci come ospite ho fatto la pace con il Festival».
Crede in Dio?
«Credo in qualcosa tipo lo spirito della natura, una spiritualità in linea con la necessità che abbiamo un po’ tutti, ma non ho bisogno di trasformarla in un’immagine, in un’effigie».
Le fa paura la morte?
«È ineluttabile. Mio padre dice che vorrebbe addormentarsi e non svegliarsi più per paura della sofferenza. Io invece vorrei avere il tempo di salutare tutti quelli a cui voglio bene».
Come immagina l’aldilà?
«Forse saremo puro spirito senza fisicità, in un luogo dove non puoi comunicare con l’aldiqua e con nessuno, ma ogni tanto ti arriva qualche pensiero amoroso da quelli che sono rimasti».
Con Cecchetto vi siete lasciati dopo 30 anni circa. Saluterebbe anche lui?
«Nessuna guerra e nessun rancore, almeno da parte mia. Semplicemente ci sono delle cose che fino ad un certo punto possono funzionare e poi non funzionano più. Come in quelle relazioni sentimentali in cui dopo tre decenni si perde il senso della direzione e si finisce per sopportarsi a vicenda. Sul lavoro non può funzionare. Non esistono divorzi consensuali, un po’ di scorie ci sono sempre. Ma riconosco tutto quello che ha fatto per me».
Cos’è per lei l’Inter?
«Mio padre era interista ma la passione arriva da mio zio che andava spesso allo stadio. L’Inter mi ha insegnato un modo di affrontare la vita: entusiasmo incredibile ad agosto quando arriva il cartellino con il campione nuovo, e a gennaio tutti tristi. È una squadra che aiuta a costruirsi un’educazione morale solida, ti abitua alla sofferenza e al dolore, ma poi anche alla gioia».
Lo scudetto a tavolino?
«Bisognerebbe chiedere a Moratti, ma in genere penso che se ti offrono qualcosa, fai bene a prenderla».
Quanti tatuaggi ha?
«Circa 20-30… Non gli do più quella valenza fortemente simbolica che davo loro quando avevo vent’anni. Il primo aveva delle rose, lo feci a Los Angeles nel 1993 dove eravamo andati a girare un videoclip per celebrare l’idea che qualcuno stesse veramente investendo su di noi. Adesso che ho una certa età, ho capito che tutto sommato l’unico modo per ricordarsi le cose è cercare di viverle più intensamente possibile e farle proprie».
Ne ha mai fatti per una donna?
«Sì e poi ho nascosto il nome. Non la identifico perché da qui dipende il clima del mio ritorno a casa».
Nel 2019 ha sposato Debora Pelamatti. Cos’è l’amore per lei?
«Ho compreso quell’essenza dell’amore che non avevo colto quando ero più giovane. Non è solo passione e “andiamo fare un weekend sul lago” ma siccome la vita è farsi un mazzo così, genitori che non stanno bene, figli che diventano adolescenti, visite mediche da prenotare, devi avere qualcuno che condivida veramente con te le piccole grandi battaglie di tutti i giorni».