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 2026  giugno 07 Domenica calendario

Özgür Özel parla dell’assalto di Erdogan alla democrazia

«Sacrificare la democrazia in nome della stabilità è una scelta miope». Destituito da una sentenza che ha annullato il congresso del Partito Popolare Repubblicano del 2023 e reinsediato il suo predecessore Kemal Kiliçdaroglu, Özgür Özel ha scelto di portare la battaglia nelle piazze. Da Ankara a Smirne, il capo dell’opposizione turca guida la protesta contro quella che definisce una strategia di lawfare, l’uso politico della magistratura per colpire gli avversari. Pur evitando di attaccare Kiliçdaroglu, Özel continua a chiedere che sia convocato al più presto un nuovo congresso del partito: «La leadership nominata lo organizzi il prima possibile». In questa intervista al Corriere il leader del partito secolarista erede di Atatürk avverte Europa e Nato: «L’erosione della democrazia turca rischia di trasformarsi in un problema di sicurezza per tutto l’Occidente».
Lei ha definito un «golpe giudiziario» la decisione del tribunale che ha annullato la sua elezione a presidente del Chp nel 2023. Perché?
«Perché in una democrazia la legittimità deriva dal voto e dal sostegno popolare. Un tribunale non può decidere chi deve guidare un partito politico. Il sistema giudiziario è ormai sotto il controllo del governo e la leadership imposta dalla sentenza non ha alcuna legittimità agli occhi dei nostri elettori. Non stiamo parlando soltanto del futuro del Chp. Stiamo parlando del diritto dei cittadini turchi a scegliere liberamente i propri rappresentanti».
La sua estromissione è l’ultimo capitolo di una più ampia offensiva contro l’opposizione?
«Assolutamente sì. Dopo la nostra vittoria alle elezioni amministrative del 2024, la prima vera sconfitta subita dal presidente in oltre vent’anni, il Chp è diventato il primo partito del Paese e da allora è rimasto in testa nei sondaggi. Da quel momento è iniziata una pressione costante contro i nostri sindaci, i nostri amministratori e i nostri dirigenti. È una strategia di lawfare: l’utilizzo politico della magistratura per colpire gli avversari».
Lei sostiene che Erdogan voglia scegliersi il proprio avversario. È per questo che Ekrem Imamoglu è in carcere?
«È esattamente quello che sta accadendo. Il nostro candidato alle prossime elezioni presidenziali è stato incarcerato un anno fa. Le principali figure dell’opposizione vengono sistematicamente colpite da procedimenti giudiziari. Erdogan non vuole competere ad armi pari. Vuole decidere chi può sfidarlo e chi no. Ma non gli permetteremo di scegliere il suo rivale».
Perché la crisi democratica turca rischia di diventare un problema di sicurezza anche per l’Occidente?
«La Turchia è un membro della Nato, è un attore fondamentale nel Mar Nero, nel Mediterraneo orientale e in Medio Oriente. Per decenni la società turca ha guardato all’Occidente e il Paese ne è diventato parte sul piano istituzionale e politico. Se la democrazia continua a deteriorarsi, le conseguenze non si fermeranno ai confini turchi. L’erosione dello Stato di diritto in uno Stato così importante avrà inevitabilmente ripercussioni anche sulle democrazie occidentali».
Sta dicendo che Europa e Stati Uniti stanno sottovalutando il problema?
«Molti governi occidentali ritengono che la stabilità sia più importante della democrazia. E preferiscono concentrarsi sulla guerra in Ucraina, sulla crisi in Medio Oriente e sulla gestione dei flussi migratori. Ma la stabilità ottenuta sacrificando la democrazia è sempre fragile. È un errore pensare che si possa ignorare ciò che accade in Turchia perché il Paese è strategicamente indispensabile».
Cosa ha significato per voi lo sgombero della sede del Chp?
«È stato un momento molto doloroso. L’ultima volta che il nostro partito era stato chiuso risale al colpo di Stato militare del 1980. Ora, per la prima volta nella storia della Repubblica, la sede della principale forza di opposizione è stata sgomberata dalla polizia antisommossa. Una scena che ha colpito profondamente milioni di cittadini».
C’è il rischio di una scissione?
«No. Non vedo una scissione nel nostro futuro. I sindaci, le organizzazioni territoriali e la stragrande maggioranza dei nostri iscritti sostengono la leadership eletta dal congresso. Lo scorso fine settimana oltre centomila persone hanno partecipato alla nostra manifestazione ad Ankara».
Eppure il partito oggi appare diviso tra una leadership legale e una leadership politica.
«La nostra priorità è recuperare il partito attraverso tutti gli strumenti legali disponibili. Continueremo a batterci nei tribunali e chiediamo un congresso straordinario. Il Chp appartiene ai suoi iscritti, non ai giudici né al governo».
Come giudica la situazione di Erdogan?
«Il presidente sta perdendo consenso. L’economia continua a creare enormi difficoltà ai cittadini, il sistema giudiziario ha perso credibilità e il governo fatica a offrire soluzioni. Per questo ricorre sempre più spesso agli strumenti del potere statale per preservare la propria posizione».
Qual è il suo messaggio ai cittadini turchi?
«Alla fine saranno il popolo e la storia a giudicare. Il Chp è sopravvissuto a momenti molto difficili nel corso dei suoi oltre cento anni di storia. È stato chiuso e poi ricostruito dalla volontà popolare. Se necessario lo faremo ancora. Ma sono convinto che riusciremo a difendere il nostro partito e, insieme ad esso, la democrazia turca».