Corriere della Sera, 7 giugno 2026
Israele spia gli Stati Uniti? L’allerta del Pentagono, nel mirino c’è anche Witkoff
Pochi giorni fa le rivelazioni sulle parole forti usate da Donald Trump con Bibi Netanyahu. Adesso le indiscrezioni della Nbc sull’allarme lanciato dalla Dia sulla minaccia rappresentata dallo spionaggio israeliano negli Usa. Per l’intelligence militare il livello è di rischio alto.
La valutazione, secondo la tv, è stata messa nero su bianco in un report interno di sette pagine. Le spie di Tel Aviv cercherebbero di ottenere informazioni attraverso fonti dirette o con l’uso di tecnologie, nel mirino i funzionari statunitensi che seguono la crisi con l’Iran. Un’attività resa necessaria da obiettivi diversi e dalle tensioni (di facciata o reali) sorte tra i due alleati su come gestire il nemico. La Casa Bianca è alla ricerca di una soluzione negoziata, anche se mantiene la pressione usando il modello Venezuela, ossia strike mirati e interventi limitati. Il premier israeliano, invece, vorrebbe continuare con il conflitto a oltranza (specie contro l’Hezbollah libanese) e teme che alla fine The Donald accetti un’intesa che diventa un successo per la Repubblica islamica.
Per questo il Mossad, ma anche altri apparati, sarebbero impegnati nella raccolta di dati. Un lavoro di pesca dove gli israeliani conoscono bene il «mare di Washington». Il New York Times ha indicato anche alcuni dei target: il negoziatore Steve Witkoff, il responsabile dell’ufficio politico del Pentagono Elbridge Colby e il suo vice, Michael DiMino IV.
Già la notizia diffusa dalla Nbc – seguita da smentite scontate di Tel Aviv – rappresenta un segnale. Che può avere origini diverse. A innescarlo lo stesso governo Usa oppure quella parte dell’establishment che non condivide la copertura data da Trump a Netanyahu.
Nell’Iraneide, l’intelligence è centrale. Una ricostruzione sostiene che The Donald si è fatto convincere ad entrare in guerra da un piano presentato in inverno da Netanyahu e dal capo del Mossad. In sostanza gli israeliani hanno detto agli americani: decapitiamo il regime iraniano con i raid, provochiamo una nuova ondata di proteste popolari, coinvolgiamo l’opposizione armata (i curdi).
La spallata militare avrebbe dovuto scatenare l’effetto domino ma la realtà è stata ben diversa. E, a questo proposito, lo spionaggio Usa aveva espresso a suo tempo scetticismo sulla «fattibilità» dell’operazione. Per conto lo stesso Mossad aveva reagito affermando che il piano non era mai iniziato. La storia era apparsa anche un tentativo di Netanyahu di scaricare sui servizi una parte di responsabilità.
C’è comunque altro, anzi esiste una tradizione. Innanzitutto, è acclarato che nello spionaggio non esistono amicizie. Gli americani ne sono consapevoli in quanto parte attiva a danno dei partner. Sono poi ricorrenti gli scoop sulle incursioni degli 007 israeliani negli Stati Uniti. Da una vita. Negli anni ’80 ci fu la vicenda di Jonathan Pollard, il funzionario del Pentagono che passò segreti a Tel Aviv, e durante la presidenza Clinton diventò un caso la possibile presenza di una talpa (mai scoperta) alla Casa Bianca. Nel 2015, sotto Obama, gli israeliani furono sospettati di cercare dettagli sulle trattative sul nucleare iraniano. Quattro anni dopo l’Fbi scoprì dei sistemi elettronici – StingRay – attorno ai palazzi governativi, equipaggiamenti in grado di captare comunicazioni. A piazzarli, secondo il sito Politico, sempre il Mossad. E, da questa parte dell’Atlantico, il racconto di Boris Johnson. Quando era ministro degli Esteri britannico venne individuata una cimice nel suo bagno personale al Foreign Office: stando alla sua versione lo aveva usato poco prima Netanyahu. A sua volta il premier sarebbe stato molto prudente in occasione di visite a Washington per paura di essere intercettato.
Ecco perché vale sempre la regola del «silenzio, l’amico ti ascolta».