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 2026  giugno 05 Venerdì calendario

Somalia, scontri tra esercito e milizie di opposizione

È di nuovo caos a Mogadiscio, la capitale della Somalia, dopo alcuni anni di precaria stabilità. Da mercoledì sera la città è il teatro di scontri fra l’esercito nazionale, fedele al presidente Hassan Sheikh Mohamud (detto “Hsm”), e le milizie in appoggio all’opposizione, che si sono unite per protestare contro il prolungamento del mandato presidenziale imposto da Hsm e dal suo entourage. Era già successo l’ultima volta nell’aprile 2021, per la stessa ragione (il capo di Stato di allora, Mohamed Abdullahi Mohamed, detto Farmajoo, aveva tentato di mantenersi ai vertici del potere per due anni supplementari).
Mogadiscio porta ancora le stimmate della guerra civile degli anni 90 e la Somalia non si è mai davvero ripresa dall’anarchia dove piombò nel 1991 con la caduta del dittatore Siad Barre. Mercoledì gli scontri sono scoppiati sui due assi stradali principali di Mogadiscio. Hanno proseguito giovedì e solo dopo le 18 e 30 si sono interrotti, ma la calma resta oggi molto fragile. La spiaggia del Lido, in genere frequentata da numerosi i pescatori, resta l’obiettivo di tiri di mortai. Proprio in questa zona si trova la residenza dell’ex presidente Sharif Sheikh Ahmed (al potere dal 2009 al 2012), che da mercoledì sera l’esercito ha preso di mira. L’ex capo di stato è diventato il nemico numero uno del presidente attuale: lo considera il suo principale oppositore, al pari di Hassan Ali Khaire, primo ministro dal 2017 al 2020, la cui residenza è stata accerchiata e bombardata.
Nella serata di mercoledì, gli scontri avevano riguardato anche le vicinanze dei Villa Somalia, sede della presidenza, un sito estremamente protetto, dopo che alcune milizie dell’opposizione avevano attaccato un checkpoint situato a meno di un chilometro dalla residenza di Hassan Cheikh Mahmoud. Malgrado gli appelli alla calma dei leader religiosi e dei principali clan, oltre a quelli delle ambasciate britannica e americana, gli scontri per le strade sono proseguiti. Non ci sono dati ufficiali su decessi e feriti, ma visto l’arsenale in ballo, si temono numerose morti di civili e militari. Sarebbero in corso negoziati tra Hsm e l’opposizione, ma il presidente resterebbe rigido sulle sue posizioni, in particolare sulla volontà a non lasciare il potere.
Questa deriva violenta era prevedibile. Il mandato terminava ufficialmente il 15 maggio, ma Hsm e le forze che l’appoggiano hanno dichiarato unilateralmente che il presidente sarebbe rimasto ai vertici un anno in più, scatenando gli scontri attuali. E Hassan Sheikh Mohamud ha preso in contropiede l’opposizione, che aveva inizialmente indetto una grande manifestazione nelle strade di Mogadiscio giovedì, mandando l’esercito ad affrontare con la violenza i suoi rivali.
Al centro del dissenso si trova una riforma costituzionale, proposta da Hassan Cheikh Mohamoud e adottata in marzo, che instaura l’elezione al suffragio universale dei parlamentari (una novità assoluta dal 1969), ma, per organizzarle, impone anche il prolungamento del mandato di un anno. L’opposizione ci vede una manovra illusoria del capo di Stato per restare al potere. Queste elezioni al suffragio universale tanto vantate da Hsm sembrano in effetti ipotetiche e irrealistiche, se si guarda alla situazione precaria della sicurezza in Somalia, dove operano due gruppi di islamisti: Harakat Al-Chabab Al-Moudjahidin, affiliato ad Al Qaida, che domina quasi un quarto del territorio nazionale, e l’organizzazione dello Stato islamico, che dispone di una cellula nel Nord del paese. Alla fine, il governo federale somalo controlla solo una parte minoritaria del paese, principalmente intorno alla capitale, Mogadiscio, se si considera che anche il Somaliland si amministra in maniera autonoma dal 1991. Intanto, pure le regioni del Puntland, nel Nord-Est, e del Jubaland, vicino alla frontiera con il Kenya, contestano l’autorità del governo centrale e sono sostanzialmente autonome.
Sebbene isolato sul piano geografico e politico, il presidente Hassan Cheikh Mohamoud può contare su un alleato di peso: la Turchia. Primo partner internazionale di Mogadiscio, Ankara è ben radicata in Somalia e controlla nella capitale la sua unica base militare all’estero. Puntando su Hsm, la diplomazia turca gli assicura un sostegno finanziario e militare cruciale: lo rende meno dipendente dal consenso politico, ma questo è comunque necessario in un paese dove l’equilibrio tra i clan resta primordiale per garantire la stabilità. La sicurezza ostentata dal presidente appare tanto più assurda, se si considera la drammatica situazione economica del paese. Tre stagioni consecutive all’insegna della siccità hanno raddoppiato il tasso di malnutrizione della popolazione somala, provocando lo spostamento di centinaia di migliaia di persone, mentre gli aiuti internazionali sono crollati. Il braccio umanitario dell’Onu ha ridotto il suo programma per la Somalia, che è sceso da 2,6 miliardi di dollari nel 2023 a 852 quest’anno, dei quali solo 13% è stato utilizzato fino a maggio.