repubblica.it, 5 giugno 2026
Makka Sulaeva assolta in appello: aveva ucciso il padre per leggittima difesa
La Corte d’Assise d’Appello di Torino ha assolto Makka Sulaeva, che a soli 18 anni, il primo marzo 2024, uccise il padre violento per difendere la madre e se stessa. Quando i giudici sono usciti dalla camera di consiglio e la presidente Cristina Domaneschi ha letto il verdetto di assoluzione, Makka è scoppiata in lacrime, abbandonandosi a un lungo e liberatorio abbraccio con il suo avvocato. In aula sono scoppiati a piangere tutti: la madre, il fratello e i presenti che hanno seguito questa drammatica vicenda.
Si chiude così il secondo grado di un processo che ha scavato nei confini della legittima difesa, all’interno di un contesto di prolungata e feroce violenza domestica, cancellando la condanna a 9 anni e 4 mesi inflitta in primo grado ad Alessandria.
Lo scudo della figlia per la madre
Makka quel giorno fece da scudo alla madre. “Mamma scappa”, aveva detto dopo averlo accoltellato a Nizza Monferrato, in provincia di Asti, nella stanza-rettangolo dove si stava consumando l’ennesima aggressione da parte di Akhyad Sulaev, un uomo di 1,88 metri per 90 chili. Makka aveva compiuto 18 anni da appena sei mesi. “Resto io qui. Prende me”. Poche parole che per la difesa racchiudono l’essenza di una tragedia: la giovane di origini cecene era pronta al martirio pur di evitare una strage familiare annunciata.
Gli audio del processo
Al centro del dibattimento di secondo grado c’è stato un audio terribile, registrato sul telefono da uno dei figli piccoli proprio perché “il papà picchia sempre la mamma”. Un nastro ascoltato e riascoltato in aula, dove i rumori di schiaffi e botte si susseguono senza “soluzione di continuità”. Per il procuratore generale, Massimo Baraldo, quel contesto maltrattante era indiscutibile, ma ha precisato che la giustizia deve pesare i fatti asetticamente: “Siamo di fronte a un processo che nessuno vorrebbe fare. Abbiamo una giovane imputata. Tutto questo processo si incentra sulla legittima difesa: bisogna stabilire se è lecito o no uccidere a seguito di comportamenti maltrattanti. Che i maltrattamenti ci siano stati è pacifico”.
Il pg, pur non opponendosi all’ammissione della giovane alla giustizia riparativa, aveva chiesto la conferma della condanna di primo grado. Secondo l’accusa, Makka avrebbe compiuto una “scelta anticipata”, mossa da un “odio profondo” alimentato dai soprusi. A testimoniarlo sarebbe il diario scritto prima del delitto: “Preferisco finire in galera per autodifesa che vedere lui picchiare mia madre come fa da 20 anni. Odio mio padre... preferisco toglierla a lui prima che lui la tolga a mia madre. Spero che la legge sia dalla mia parte”.
La tesi della difesa
Di segno diametralmente opposto l’arringa del difensore, l’avvocato Massimiliano Sfolcini, che ha attaccato la sentenza di primo grado definendola affetta da “un’inattendibilità che sfiora il non voler capire le cose”. Per il legale, i giudici non dovevano usare il “bilancino” del diritto penale astratto ma immergersi nello strazio di quell’audio: “Vogliamo immaginarci cosa ci fosse nella mente di questa ragazza o davvero vogliamo usare il bilancino dell’articolo sulla legittima difesa?”.
Sulaev, sedicente esperto di arti marziali, picchiava le donne allo sterno per far mancare il fiato senza lasciare segni evidenti. Il pericolo, per la difesa, era attuale, letale e in pieno svolgimento: “a differenza del caso di Alex Cotoia – ha detto il difensore – dove si trattava di due uomini e di una minaccia futura, qui si era di fronte a un’offesa ingiusta e a un pericolo in atto. Se Makka non avesse agito, la Corte oggi giudicherebbe un omicidio pluriennale aggravato ai danni delle donne della casa”. Persino il fratello di 12 anni, giorni prima, aveva nascosto tre coltelli per sottrarli al padre. Sfolcini, evidenziando come il secondo colpo non fosse stato causale ai fini della morte, ha chiesto e ottenuto l’assoluzione per legittima difesa. Makka ha ascoltato il verdetto immobile, con un velo nero sul capo, prima di sciogliersi nel pianto per una sentenza che le restituisce il futuro.