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 2026  giugno 05 Venerdì calendario

Maurizio Nichetti parla della sua carriera

Mentre la Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro gli dedica una retrospettiva e ripercorre una carriera che da Ratataplan ai reel di Instagram ha sempre raccontato l’Italia con uno sguardo allegro, malinconico e personalissimo, Maurizio Nichetti torna in sala come attore in Smart Working – Il lavoro agile, la commedia diretta da Svevo Moltrasio e distribuita da Vision. Nel film interpreta un pensionato che aggiusta computer e, senza volerlo, anche le vite degli altri. Un ruolo che sembra scritto su misura per uno degli autori più originali del nostro cinema.
 
Che cosa l’ha convinta a partecipare a Smart Working – Il lavoro agile?
«È stata una scelta di simpatia irrazionale. Quando Svevo Moltrasio mi ha proposto il film ho scoperto che sia lui sia Maccio Capatonda erano degli outsider, persone che lavorano su modelli di recitazione e comicità particolari. Non era il classico film di cui sai già tutto prima di iniziare. C’era l’idea di costruire qualcosa insieme sul set e così è successo. Mi piaceva anche il personaggio: uno che aggiusta computer ma finisce per aggiustare pure un po’ le vite degli altri. Oggi tutto si sostituisce, lui invece ripara. E c’è una battuta che amo molto: “Sono i continui aggiornamenti che creano il sistema”. Siamo tutti vittime degli aggiornamenti continui e sappiamo che prima o poi ci costringeranno a cambiare telefono o computer».
Alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro le dedicano una retrospettiva. Che effetto le fa?
«Una sorpresa. Con AmicheMai ero tornato al cinema dopo tanti anni, ho girato l’Italia per presentarlo e ho trovato sale piene. C’erano i miei coetanei che volevano rivedere quei film, ma anche tanti ragazzi. Questa cosa mi ha fatto capire che esiste ancora un pubblico per un cinema diverso».
Guardando oggi la sua filmografia colpisce come molti film sembrino raccontare i cambiamenti dell’Italia.
«Una volta ho mostrato Ho fatto Splash alla Statale di Milano e una studentessa mi disse una cosa bellissima: “Ci ha fatto piacere vedere che anche voi, trent’anni fa, eravate una generazione sfigata”. Erano convinti che solo oggi i ragazzi non trovassero lavoro o dovessero dividere appartamenti. Invece avevamo gli stessi problemi. Domani si balla parlava delle televisioni private quando molti ancora non sapevano chi fosse Berlusconi. Ladri di saponette nasceva dalla rabbia di vedere i film continuamente interrotti dalla pubblicità. In fondo mi è sempre interessato osservare come cambia il mondo che abbiamo intorno».
Prima del cinema c’erano i cartoni animati e Bruno Bozzetto.
«Da lui ho imparato tutto. È stata una scuola straordinaria. Bruno faceva film per tutto il mondo, non per l’Italia. Dovevo scrivere un Signor Rossi che facesse ridere anche i tedeschi. E non è così semplice».
Poi arriva Ratataplan e cambia tutto.
«Sì, ma i ricordi più belli sono quelli strani. Una volta uno mi disse di aver visto Ratataplan sulla televisione cinese alle due di notte. Un’altra volta mi fermò per strada un tipo dall’aria piuttosto inquietante e mi raccontò che aveva visto il film in Africa, in una legione di mercenari. Erano soldati arrivati da Paesi diversi e la sera guardavano la videocassetta del film. L’avevano capito tutti. Molti anni dopo, in India, mostrai il film a una platea di ragazzi e ridevano esattamente come gli spettatori di quarant’anni prima».
Tra gli incontri decisivi della sua vita c’è Jacques Tati.
«Era venuto a vedere Ratataplan alla Sorbona. Alla fine della proiezione sparì senza dirmi nulla e io pensai che il film non gli fosse piaciuto. Invece trovai un biglietto con cui mi invitava a casa sua il giorno dopo. A un certo punto gli chiesi: “Allora il film le è piaciuto oppure no?”. E lui mi rispose: “Tu hai delle buone gambe”. Io pensavo di aver capito male. Poi mi spiegò: “Quando guardo un comico non guardo la faccia. Guardo i piedi. Se stanno fermi è un comico televisivo. Se si muovono è un comico cinematografico”. E concluse: “Tu hai un bel gioco di gambe”. È stata una delle critiche più belle che abbia mai ricevuto».
Nella sua vita c’è stata anche Angela Finocchiaro.
«Ci conosciamo da quasi mezzo secolo. Era già in Allegro non troppo e poi in Ratataplan, ma c’era anche in AmicheMai, nel 2024. Al primo incontro, alla scuola di recitazione, aveva sedici anni, era molto seria, introversa. Eppure riusciva a far ridere anche facendo cose drammatiche. Lei ci restava male, io avevo capito subito che aveva qualcosa di speciale. Le spiegai che la comicità non è un difetto. È un dono».
Oggi però molti la riconoscono più per i reel che per i film. Sono piccoli laboratori di comicità.
«Sì, ed è divertente. Mi fermano e mi dicono: “Lei è quello dei reel”. Magari non sanno nemmeno che ho fatto dei film. Ho iniziato quasi per caso durante la promozione di AmicheMai e mi sono appassionato. Mi piace perché è un linguaggio diretto: non passi da distributori, esercenti o produttori, arrivi subito al pubblico».
Da anni insegna anche ai più giovani.
«Ormai vivo in mezzo ai ragazzi. Sono docente al Centro Sperimentale e allo Iulm. Io faccio finta di insegnare qualcosa, ma intanto imparo da loro tutte le tecnologie nuove. È l’unica cosa che non mi fa invecchiare. Finché ho qualcosa da imparare non mi annoio».
Che cosa vorrebbe ancora fare?
«Mantenere questa curiosità. Finché uno ha salute e voglia di imparare è un regalo enorme. E mi piace poter essere utile a qualche ragazzo più giovane, soprattutto nell’insegnargli come affrontare le delusioni di questo mestiere. Perché se si parte pensando di vincere l’Oscar, si avranno molte più delusioni che soddisfazioni».