Corriere della Sera, 5 giugno 2026
Luigi e Pompilia Pecori raccontano i loro 82 anni insieme
L’ultima volta che avete litigato?
«Due ore fa, a mezzogiorno».
Si guardano e sorridono. Luigi Pecori e Pompilia Sartori, 103 e 100 anni, tre figli (Angelo, Maria e Pierina), sette nipoti e nove pronipoti, raccontano dal divano di casa loro, a Monzambano (Mantova), una lunga vita vissuta fianco a fianco. Lo faranno anche per Mario Piavoli, un regista, che insieme a un medico di base, Gianni Degani, e a Joe Oppedisano, fotografo, vuole raccontare la loro storia.
Quasi 82 anni insieme. Come vi siete conosciuti? Era il 1945.
P: «In paese, dove vivevo io a San Giovanni Ilarione, in Veneto, c’era un prete giovane, ultimo di tredici fratelli. E c’era mio marito, che poi ho capito essere suo nipote, che ogni tre mesi, compatibilmente con il lavoro nei campi, veniva a trovarlo da casa sua a Gambara, in provincia di Brescia. Si faceva settanta chilometri in bicicletta. Partiva alle quattro del mattino, sosta nel primo bar di Verona e alle otto in punto era dallo zio. Era un bel ragazzo, lo ricordo bene. Ci guardavamo, abbiamo iniziato a parlare. Tre anni da fidanzati, con lui che faceva avanti e indietro, poi non ci siamo più lasciati».
Il matrimonio a ottobre del 1947.
P: «Era un sabato, la chiesa piena. Avevo 9 fratelli (ne restano quattro), non avevamo i soldi per permetterci il ristorante, così dopo la messa mia mamma ha invitato tutti a casa. Che avventura, arrivarci: bisognava salire in montagna lungo una strada dissestata, ci passavano solo i carretti».
E la sera?
P: «Lui è andato a casa sua, io a casa mia».
Niente prima notte...
P: «Vivevo in montagna, sa, non c’erano le porte...».
Vi siete sposati proprio sul finire della guerra.
P: «È stato il primo momento felice, dopo tutto quel buio...».
Un’immagine della guerra, ripensandoci ora?
P: «Noi stipati in cucina, con i teli neri alle finestre e le luci che dovevano restare spente, i tedeschi che entravano nelle case urlando, giravano per le stanze, prendevano ciò che volevano. Ricordo le grida: “Kaputt, kaputt!”. Non capivamo. Volevano oggetti o soldi, se no arrivavano a bruciarti tutto. Noi non avevamo niente, offrivamo loro un bicchiere di vino».
Otto maggio 1945. Arriva l’annuncio: la guerra è finita.
P: «Lo abbiamo saputo dalle campane: suonarono a lungo. Ma non ho un bel ricordo di quel giorno. Eravamo al funerale di mio cugino Gaspare, Gasparino, a San Giovanni Ilarione. Aveva 14 anni, morì alcuni giorni prima: fu catturato mentre cercava di mettere in salvo i suoi animali dai tedeschi, venne portato in piazza e lo fucilarono insieme ad altri quattro padri di famiglia. Le campane cominciarono a suonare a festa mentre usciva il feretro, capimmo che la guerra era finita perché quel suono era diverso dagli altri. Pensammo tutti la stessa cosa: sarebbero bastati soltanto due giorni...».
Prima, l’8 settembre 1943, ci fu l’armistizio tra Italia e Alleati.
L: «Ero a Padova, trombettiere dell’Aeronautica, quante volte, su ordine dei generali, ho suonato l’allarme con la tromba. Dopo l’armistizio un tenente entrò in caserma: “Chi può, si salvi”. Era sera, mollai tutto e presi il congedo, mi tolsi la divisa, mi buttai su un treno e arrivai a Mantova. Mi servivano dei vestiti da civile, allora bussai alla porta di una cascina e mi rispose una donna dandomi gli abiti del figlio. “È partito anche lui da soldato, le somiglia, spero torni”, mi disse. A guerra finita mia madre prese un treno e andò lì, a riportarle i vestiti puliti».
Dopo quella scelta dovette nascondersi.
L: «Per due anni, come disertore. D’estate dormivo nei campi, d’inverno nella soffitta di casa a Gambara, in provincia di Brescia. Lì incontrai un prete di frontiera, don Primo Mazzolari. Dopo aver cenato nella canonica di don Giovanni Barchi, che gli offriva rifugio dopo il secondo arresto dei nazifascisti, don Primo stava andando a dormire come ogni sera dalle suore, dove andavo io a messa ogni mattina all’alba, prima di ritirarmi. Ci incontrammo lì. “Dove va lei, giovanotto?”, mi domandò. Gli spiegai che ero un disertore, che ero scappato. Lui mi sorrise».
Il primo voto.
P: «Al referendum Monarchia-Repubblica non votai: potevano farlo le donne di 21 anni, mi mancavano pochi mesi. La mia prima volta fu nel 1953: fine del progetto politico di De Gasperi. Ero emozionata, sembrava una cosa così grande. Andò tutto bene, pensai: “È stato un attimo”».
Vi amate ancora?
P: «Sì, ma da 47 anni dormiamo in letti separati. Lui dorme molto più di me, e poi così è libero di russare...».
Qual è la cosa più bella di sua moglie?
L: «È ancora una bella donna».
Qual è il segreto per vivere così a lungo?
L: «Non ho mai fumato una sigaretta. Ma il segreto non è questo, è volersi bene. Rende leggeri, liberi. Io so che quando arriverò di fronte al Creatore lo farò da persona libera, ed è questo che mi tiene vivo, anche se spero di avere a disposizione ancora qualche anno».
Cosa c’è, dopo?
L: «Il giudizio. Qui resta il nostro corpo. E, se posso esprimere un desiderio...».
Dica.
L: «Quando sarà ora, mi piacerebbe essere sepolto in alto. Nella terra ho già trascorso tutta la mia vita, come contadino...».
Cosa fate, durante le giornate?
P: «Seguiamo la sequenza: mangiare, bere e andare a dormire. In maniera metodica, come le preghiere ogni mattina, a volte in latino. Ah, e un po’ di tv, soprattutto lo sport. Cosa vuole fare alla nostra età?».
Solitudine?
L: «Ogni tanto. Vorremmo più visite, ma i nostri amici sono tutti morti. Agli ottant’anni di matrimonio, però, faremo una bella festa».
Pompilia, il suo cantante preferito?
«Bobby Solo. Ma anche Little Tony era bravo».
E la sua canzone, Luigi?
«“Quel mazzolin di fiori”. La suonavo nelle piazze, alle feste. Mi restituisce la gioia».
Cosa le manca, signor Luigi?
«Niente».
E a lei, signora Pompilia?
«La casa in cui sono nata, mi piacerebbe tornarci. E la mia mamma».
Vi baciate ancora?
P: «Mai, quelle sono cose da giovani. Anche se Luigi vorrebbe...».
Qual è il regalo più bello che le ha fatto?
P: «Nessuno. “Buonanotte”. Tutte le sere».
E lei a lui?
P: «“Buongiorno”. Ogni mattina. Anche oggi, prima di litigare. E non ricordo più per cosa».