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 2026  giugno 05 Venerdì calendario

La vita infernale dei braccianti in Italia

C’era una volta Jerry Masslo: il primo a lasciarci la pelle o, almeno, il primo di cui c’accorgemmo. Quando quattro bravi ragazzi di Villa Literno l’ammazzarono, trentasette anni fa, per strappargli poche banconote racimolate tra le chiamate all’alba nella «piazza degli schiavi» e le giornate senza fine nei campi di pomodoro, un’Italia ancora provvista di pudore insorse, manifestò, raccolse firme, gridando «mai più!». Il rogo di Amendolara racconta che siamo ancora all’anno zero, fermi a Jerry.
A bbiamo però trovato una parola buona per cavarcela: caporalato. Basta dirla per sentirsi meno coinvolti. La fine tragica di Amin Khogyani, Ullah Qiemi, Amjad Safi e Waseem Khan, bruciati vivi da due assassini venuti da lontano quanto loro, ci appare distante benché consumata sotto il nostro naso, una faccenda di caporali e braccianti, pachistani e afghani. Insomma, i più furbi e cattivi che sfruttano e ammazzano i più deboli e indifesi dei loro: fatti «loro», appunto. Ma noi? Dove sono gli italiani in questa storia di «oro rosso», come Jean René Bilongo, vecchio amico di Masslo e coscienza sindacale dei migranti, chiamava il grande business dell’agricoltura issato sulle spalle degli ultimi?
Gli sfruttatori
«Ci sono sfruttatori italiani e anche indiani, gli indiani non me li aspettavo. Tanti mangiano sulla nostra pelle», dice «Gurpreet» Singh. Trent’anni, turbante sikh, bicicletta e fratino arancione per non essere accoppato dalle macchine che sfrecciano sulla Litoranea 46 da Latina a San Felice Circeo. «Così non sono invisibile, eh?». È sveglio, in dieci anni a raccogliere zucchine, melanzane e cocomeri nell’Agro Pontino ha imparato a scherzare sulle nostre ipocrisie «Gurpreet», nome fasullo scacciaguai: «Il padrone italiano l’ho conosciuto il primo giorno e ho capito subito che era amico dell’indiano che mi ha fatto venire da voi. L’indiano si è preso tremila euro da lui e 12 mila dalla mia famiglia. A me davano 300 euro al mese, me ne aspettavo 1.300 o 1.500, sono riuscito appena a pagarmi l’affitto. A casa ne ho mandati cento, mi vergognavo».
Minacce e stupri
Sono vite perdute in fotocopia, di botte, abusi, minacce, stupri. I racconti dalla strage del 4 ottobre scorso sulla strada Fondovalle dell’Agri (quattro uccisi in un incidente su una Renault Scenic, tre euro l’ora a raccogliere fragole per tredici ore senza pause) si possono sovrapporre a quelli degli sfruttati nel cantiere di Milano che doveva costruire il nuovo consolato americano («paraschiavismo», a due euro l’ora: «Un iceberg» per Riccardo Piacentini della Cgil). Numeri ripetuti in servizi che ogni volta paiono scoprire inediti squarci dickensiani, come se non fossero arcinoti e rimossi fino alla volta dopo: 24,5 miliardi l’annuale giro d’affari, 230 mila vittime secondo l’Istat (55 mila donne, le più esposte ai ricatti), 400 mila braccianti a rischio da Mantova e Brescia a Foggia, da Latina a Caserta fino ai ghetti calabresi, agli aranceti siciliani, 405 territori con criticità. Slum immutabili nel tempo e condannati a una sorta di cupa extraterritorialità come Torretta Antonacci o Borgo Mezzanone, sempre insignito del triste titolo di «maggiore baraccopoli d’Europa» dopo che anni fa ne era stato avviato senza gran costrutto lo sgombero da Matteo Salvini: allora c’erano i nigeriani, ora comandano i gambiani a mano armata, per conto della mafia pugliese o forse in proprio. Il ragusano e il foggiano le zone più piagate, secondo L’Altro Diritto e l’Osservatorio Placido Rizzotto. Marsala terra di caccia al migrante. Da Nord a Sud la mappa del caporalato fotografa un’unità d’Italia di cui faremmo a meno volentieri.
Il secondo livello
Ma le agromafie contano ormai su una rete globalizzata e transnazionale. Le aziende italiane sospettate di attività paramafiose sono trentamila. E solo ad ascoltare con attenzione il procuratore Alessandro D’Alessio che parla di «omertà diffusa» tra i suoi concittadini e di mafia «senza lupara» che «si insinua nel tessuto sociale» si capisce come sia molto difficile che il massacro di Amendolara resti davvero solo una faccenda tra immigrati. Sui tavoli della Commissione Antimafia è del resto planato da mesi un dossier che viene dall’Agro Pontino, una delle terre storicamente più legate al fenomeno dello sfruttamento bracciantile (la provincia di Latina raccoglie il 51% dei casi dell’intero Lazio) ma che, ancora una volta, parla per tutte le aree di crisi. E che spiega come sia tempo di superare «la centralità del caporalato» per introdurre quella del «padronato»: non più e non solo un’attività di intermediazione illecita col consenso degli imprenditori, ma un’organizzazione del lavoro «padronale» governata da un imprenditore che «seleziona, recluta e forma il caporale nell’ambito della manodopera immigrata (…) ottenendone un vantaggio illecito di natura politica ed economica». È forse la prima volta che viene tratteggiato con tanta chiarezza il profilo di un secondo livello, in gran parte italiano, ben al di sopra della bassa macelleria delinquenziale: «Con questa specifica organizzazione è dunque l’imprenditore che agisce in modo criminale (padronale), in alcuni casi mediante relazione diretta con alcune organizzazioni mafiose, per governare il sistema di intermediazione illecita e sfruttamento, estraendo da esso profitti economici per sé e il proprio network sociale di riferimento, e il relativo consenso quale capitale da utilizzare per costruire e rafforzare relazioni strumentali con parte della classe politica e dirigente del Paese».
Carte regolari (con il trucco)
Le narrazioni a tinte forti delle sofferenze di indiani e pachistani, afghani, bengalesi e nordafricani sono lodevoli, certo, ma il cuore del problema ormai sembra questo: la novità è che le Procure cominciano a inquadrarlo. Il salto dal caporalato al padronato è un sistema a trazione tutta italiana «che ha bisogno della collaborazione di commercialisti, avvocati, notai, funzionari pubblici e impiegati della pubblica amministrazione e dei servizi privati». Si succhiano sangue e anima ai braccianti con fogli di ingaggio regolari ma dichiarando solo una minima parte delle giornate lavorate. Con aziende fantasma e assunzioni fasulle. O col trucco che racconta Navjot Singh: «Il padrone mi pagava lo stipendio con un bonifico. Però dopo uno o due giorni mi portava con la sua auto, quella più importante… Maserati mi pare… nell’ufficio del suo commercialista. Il commercialista mi obbligava a restituire i soldi che il padrone aveva versato per i miei contributi, dicendomi che quelli servivano per la mia pensione e che quindi spettava a me pagarli… non usava la pistola eh! Però mi convinceva». O, ancora, si spremono i loro corpi col doping contro la fatica, spacciato da qualche farmacista senza scrupoli. O si minano con i fitofarmaci cancerogeni che creano «morti che lavorano». Non basta una buona legge, come la 199 del 2016 varata dal governo Renzi, se poi mancano gli strumenti per applicarla. Gaetano Salvemini diceva che bisogna essere santi per vivere tutta una vita di sacrifici disperati e anche il santo, alla fine, abbandona la vita del suo tempo e se ne va nel deserto. Trentasette anni dopo Jerry Masslo, in un Paese senza santi, il deserto avanza in ciascuno di noi.