Corriere della Sera, 5 giugno 2026
Tutti gli impresentabili alla Davos dello zar
C’era una volta la Davos di Vladimir Putin. In concomitanza con le notti bianche cantate da Dostoevskij, il Forum economico di San Pietroburgo, sua città natale e luogo dell’anima, apriva ogni anno le sue porte a politici, esperti e soprattutto imprenditori venuti da Occidente e pronti a investire miliardi di dollari nella Federazione russa, firmare lucrosi contratti energetici, assicurarsi forniture strategiche a basso prezzo. Ricordo quando andai nel 2015 seguendo l’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi, il quale si portò dietro il gotha dell’industria pubblica e privata italiana. Ancora più numerose erano le delegazioni che di regola accompagnavano la cancelliera tedesca Angela Merkel. Lo Zar li accoglieva con munificenza, riservando agli ospiti più illustri lounge esclusive per concludere i loro affari, dove venivano serviti caviale, storione affumicato e vodka.
Ma dopo l’invasione dell’Ucraina, nel 2022, l’evento sulla Neva ha per così dire cambiato ragione sociale. Disertato o quasi dagli occidentali, il Forum ha cercato altri «clientes», rivolgendosi soprattutto ai Paesi del Global South, dall’India al Sud Africa, dalle monarchie del Golfo al Brasile, in nome di quel mondo multilaterale, di cui la Russia si vuole campione. Il messaggio neppure sottotraccia è che, a dispetto delle sanzioni, la Russia non è affatto isolata sulla scena globale.
Contemporaneamente, l’evento è anche diventato sempre più vetrina politico-ideologica della visione tradizionalista e anti-woke del Cremlino, aprendo le sue porte a personaggi eclettici, per non dire bizzarri.
Sono attesi 20 mila partecipanti nei tre giorni del Forum, che ha aperto i battenti sullo sfondo del fumo che si levava dal terminal petrolifero pietroburghese, colpito dai droni ucraini, uno sfregio per Putin.
Ospite d’onore quest’anno è l’Arabia Saudita, rappresentata dal ministro del’Energia, il principe Abdulaziz bin Salman Al Saud. Ci saranno anche i presidenti dell’Uzbekistan e della Tanzania, mentre la Cina, vero dante causa di Putin, ha mandato il vicepresidente Han Zheng.
Un caso a parte è quello dell’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder, grande amico ed ex lobbista di Vladimir Vladimirovic, che lo vorrebbe mediatore per l’Ucraina, il quale non si è mai perso un Forum sin dal 2000 e anche quest’anno sarà presente. E nella categoria amici di Putin va messo anche l’attore Steven Seagal, che nel 2016 ha ricevuto il passaporto russo e che si fregia addirittura del titolo di rappresentante speciale del ministero degli Esteri della Russia per i legami umanitari con Usa e Giappone.
Uno sviluppo significativo è che per la prima volta dopo il 2022, sulla Neva c’è una delegazione ufficiale americana, a capo della quale Donald Trump ha voluto Rodney Mims Cook jr., chairman della Commissione per le belle arti, l’uomo che supervisiona la costruzione della celebre Ballroom che il Tycoon sta realizzando nella East Wing della Casa Bianca.
A titolo privato ma non meno sintomatico dell’affinità elettiva tra lo zar e il mondo Maga, ci sarà Candace Owens, l’influencer americana antisemita, celebre per aver lanciato la fake news che Brigitte Macron sia nata maschio e ora deve rispondere di diffamazione.
Dulcis in fundo, i fratelli Andrew e Tristan Tate, doppia cittadinanza britannica-americana, ex kickboxer, indagati per traffico di esseri umani e stupro sia nel Regno Unito che in Romania. Andrew ama definirsi «misogino» e promuove sul web uno stile di vita «ultra maschilista». Con amici così, chi ha bisogno di nemici?