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 2026  giugno 05 Venerdì calendario

Khamenei a Usa e Israele: «Avete perso»

Al mausoleo di Ruhollah Khomeini, alle porte di Teheran, nel 37esimo anniversario della morte, al posto di una Guida suprema c’è una poltrona vuota, con in bella vista il ritratto di Ali Khamenei, ucciso il 28 febbraio in un raid israelo-americano.
Il discorso della cerimonia è stampato su un comunicato ufficiale e porta la firma del nuovo leader, il figlio Mojtaba. Viene letto dai suoi fedelissimi perché dall’8 marzo, dal giorno della sua elezione, Khamenei jr. ancora non si è visto, né ha fatto sentire la sua voce. La Guida religiosa, dall’ombra del suo nascondiglio, però, sostiene che Stati Uniti e Israele abbiano subito una «sconfitta schiacciante» nella guerra contro l’Iran e che per questo stiano passando alla fase successiva, che va oltre i missili. «Il loro strumento principale per indebolire l’Iran è seminare dubbi, disperazione, paura, sfiducia e divisione», afferma.
Mojtaba insiste sul nemico esterno, ma parla in realtà alla tenuta interna del sistema: «Ognuno deve, con fermezza e lungimiranza, preservare unità e coesione, coltivare la fiducia reciproca e rifiutare di diffondere la propaganda del nemico, per neutralizzare il suo sinistro complotto». Le sue parole arrivano mentre i contatti fra iraniani e americani sono in stallo, impantanati nei sospetti. Anche se Donald Trump, tornato alla Casa Bianca e alla sua consueta fiducia performativa, il giorno prima ha lasciato filtrare ottimismo: un accordo con Teheran sarebbe «possibile entro questo fine settimana», nonostante la ripresa degli attacchi nel Golfo.
Le celebrazioni per Khomeini coincidono con Eid al-Ghadir, una delle grandi date del calendario sciita, la memoria del sermone d’addio di Maometto, nel 632. Una festa ufficialmente religiosa – e quindi in Iran ufficialmente politica – che riempie le strade di palloncini colorati, missili da esposizione, bandiere del regime, famiglie con i bambini per mano. Il contrasto che il potere ama mettere nella stessa inquadratura: armi e gelati, guerra e baldoria.
Da Teheran arriva una storia che il regime presenta come eroica. In un’intervista all’emittente libanese Al Mayadeen, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi racconta che il 28 febbraio, «nel momento del martirio di Ali Khamenei», si trovava «nel suo stesso edificio». Due giorni prima era stato a Ginevra, ai colloqui con gli Stati Uniti sul programma nucleare, ed era rientrato a Teheran per «presentare un rapporto a un funzionario» nel complesso della Guida. Poi, il lampo. «Il palazzo in cui eravamo è stato colpito, ma l’ala dove ci trovavamo è rimasta intatta, mentre l’altra è stata distrutta», ricorda. «Eravamo impegnati a uscire da sotto le macerie, e tutta la mia attenzione era rivolta a capire se la Guida suprema fosse sopravvissuta».