Corriere della Sera, 5 giugno 2026
Trump infuriato per il voto contro la guerra (con 4 defezioni)
La Camera a Washington ha approvato mercoledì per la prima volta una risoluzione che tenta di porre fine alla guerra in Iran, chiedendo la cessazione delle operazioni militari non approvate dal Congresso: quattro repubblicani si sono uniti ai democratici arrivando a 215 voti contro 208. Trump ha attaccato su Truth i quattro «cattivi repubblicani»: «Dovrebbero vergognarsi», «chi farebbe una cosa così anti-patriottica». L’ha definito un gesto comunque «insignificante». È un voto sostanzialmente simbolico, che non lo costringerebbe a porre fine al conflitto perché si tratta di una risoluzione non vincolante, ma è il segno finora più chiaro dello scontento crescente nel partito repubblicano per la guerra.
I quattro repubblicani sono: Thomas Massie del Kentucky, che si è scontrato più volte con Trump sulla politica fiscale, sui file di Epstein, sulle guerre (affermando che serve l’approvazione del Congresso) e per questo ha perso il suo seggio (se ne andrà a novembre), sconfitto nelle primarie repubblicane da un candidato appoggiato dal presidente e da gruppi della destra pro-Israele; altri due «ribelli» sono veterani delle forze armate, Tom Barrett del Michigan e Warren Davidson dell’Ohio, che ripetono che non ci sono obiettivi «chiari» in Iran; il quarto è Brian Fitzpatrick della Pennsylvania, eletto (come Barrett) in un distretto moderato.
Non è l’unico segnale di tensioni nel partito. Un piccolo gruppo di senatori repubblicani lo scorso mese si è unito ai democratici per approvare il voto finale (non ancora fissato) su una risoluzione contro la guerra in Iran. I repubblicani al Senato hanno anche respinto la proposta di autorizzare fondi per la sala da ballo alla Casa Bianca e la creazione di un fondo da 1,8 miliardi di dollari annunciato dal dipartimento di Giustizia per compensare persone ritenute politicamente perseguitate dai democratici. Il fondo è stato creato come risarcimento a Trump in cambio del ritiro di una causa contro il suo stesso dipartimento di Giustizia. I democratici ieri hanno tentato di deragliare l’intera legge da 70 miliardi sul controllo dell’immigrazione della quale il fondo da 1,8 miliardi era diventato parte. Un gruppo di veterani repubblicani del Senato – John Cornyn del Texas e Bill Cassidy della Louisiana (come Massie sconfitti in recenti primarie da candidati appoggiati da Trump), Lisa Murkowski dell’Alaska (una dei critici moderati di Trump più in vista nel partito) e Tom Tillis della North Carolina (che non ha nulla da perdere: a novembre va in pensione dopo uno scontro sulla politica fiscale con il presidente), puntano a vietare per legge la creazione di quel fondo da 1,8 miliardi, senza bloccare la legge sul controllo dell’immigrazione.
Il ministro ad interim della Giustizia Todd Blanche, dopo le polemiche, ha detto che il fondo è «morto», ma poi Trump ha suggerito che non è cosa certa. Nel frattempo il presidente ha annunciato che nominerà Blanche ministro permanente della Giustizia (suo ex avvocato, si è mostrato pronto a perseguire i suoi nemici anche nel nuovo ruolo). Ora i media americani si chiedono se Blanche avrà i numeri per essere approvato al Senato. Un’altra nuova nomina di Trump è ancor più sotto i riflettori: Bill Pulte, appena scelto come direttore ad interim dell’intelligence nazionale benché privo di esperienza, viene dall’Agenzia federale per il finanziamento dell’edilizia abitativa e si è fatto notare perché ha reso pubbliche le informazioni personali sui mutui di diversi critici di Trump e chiesto indagini su di loro. Tillis dice che «non ha speranza» di essere confermato» al Senato.
Ma Trump come sempre va all’attacco quando viene messo nell’angolo dal suo stesso partito, alzando l’asticella di ciò che chiede ai repubblicani. La nomina di Blanche in un momento simile – mentre da una parte il fondo da 1,8 miliardi è sotto attacco ma dall’altra Trump mostra la forza del suo endorsement in numerose primarie (con una eccezione importante martedì scorso nell’Iowa colpito da dazi e prezzi della benzina) – è un modo per sottoporre gli alleati a un test che ha solo due risposte: siete con me o contro di me? La maggior parte dei repubblicani resta cauta.
«Mi sembra che c’è gente che consiglia al presidente di agire come se non ci fossero le elezioni a novembre», ha detto Tillis. Ma alcuni consiglieri di Trump scommettono che gli elettori repubblicani alla fine vedranno tutto ciò come una conseguenza della solita disfunzionalità di Washington e della slealtà verso il presidente.