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 2026  giugno 05 Venerdì calendario

Hezbollah rigetta l’accordo: salta la tregua per il Libano

Torna a farsi sentire il segretario di Hezbollah, Naim Qassem, dopo giorni di silenzio: il messaggio è che i negoziati sono stati «inutili» e «umilianti» per il Libano e per «ampi settori del popolo libanese» e «non ci sarà sicurezza per il Nord di Israele senza sicurezza per i villaggi del Sud del Libano».
In altre parole, la spola attivata dall’eminenza grigia del mondo sciita Nabih Berri, presidente del Parlamento libanese e considerato un ponte tra il Partito di Dio, la sua ala militare, Washington e Israele, anticipata nelle scorse ore da Axios, non sta funzionando.
Salta così la fragile intesa annunciata nella notte tra mercoledì e giovedì dopo un quarto round negoziale a Washington tra Israele e Libano. L’accordo avrebbe dovuto far seguito a un cessate il fuoco parziale promosso lunedì dalla Casa Bianca, in base al quale Israele dovrebbe astenersi dal bombardare Beirut in cambio dello stop agli attacchi di Hezbollah su Israele.
Sul tavolo c’è la creazione di zone di sicurezza «pilota» all’interno del Libano, nelle quali ai miliziani di Hezbollah sarebbe vietato l’accesso, nell’area compresa tra il confine israeliano e il fiume Litani, a circa 30 chilometri più a nord. Si tratta di una fascia attualmente occupata dalle forze di terra israeliane, che sotto l’egida statunitense cederebbero il controllo alle forze armate libanesi. Il documento, però, non include ancora mappe che indichino la posizione delle zone pilota né indicazioni sulla loro applicazione.
Tutto rinviato allora al 22 giugno, quando le parti torneranno a incontrarsi a Washington. A premere per un ritorno al tavolo è il presidente libanese Joseph Aoun, che ha affermato che il cessate il fuoco «potrebbe essere attuato entro 24 ore dalla sua approvazione definitiva» da parte di tutti gli attori coinvolti. Smorza invece gli entusiasmi il ministro della Difesa israeliano Israel Katz, secondo cui l’Idf «per il momento continuerà le operazioni di fuoco e sul terreno». Poche ore dopo, il premier israeliano Benjamin Netanyahu, in visita alle comunità del Nord al confine con il Libano, si è detto impegnato a garantire la sicurezza dei residenti e ha promesso di investire nella loro ripresa «così come abbiamo fatto al Sud». Questo mentre un ufficiale dell’Idf è rimasto ucciso in un attacco missilistico anticarro.
Dall’altra parte del fronte, cinque persone sono morte in attacchi aerei nella valle della Bekaa, mentre un’altra è morta colpita da un drone israeliano nella città di Maaroub, vicino a Tiro. Ieri è morto anche il sergente serbo Milovan Jovanovic, uno dei circa 170 caschi blu serbi, dopo che un colpo di mortaio ha colpito la sua postazione vicino a Marjayoun nella tarda serata di mercoledì. L’esercito israeliano ha accusato Hezbollah di aver sparato colpi di mortaio caduti all’interno della postazione delle Nazioni Unite durante la notte.
L’unica buona notizia arriva dall’esercito libanese, che annuncia il ritiro delle forze israeliane dalla zona di Debbine, consentendo così «un graduale dispiegamento delle unità militari in coordinamento con il meccanismo di monitoraggio del cessate il fuoco» a guida americana, creato dopo l’accordo del 2024, e con la missione Unifil.
A tornare sulla possibilità di un maggiore impegno italiano è stato ieri il ministro degli Esteri Antonio Tajani. «In Libano anche l’Italia può fare qualcosa di concreto. Oltre alla presenza dell’Unifil, c’è una missione militare italiana che si occupa della formazione dell’esercito libanese. Noi siamo pronti a fare ancora di più, l’ho detto sia a Rubio sia al ministro degli Esteri libanese», ha ribadito il titolare della Farnesina a margine della terza riunione del Comitato di cooperazione frontaliera italo-francese.