Il Messaggero, 4 giugno 2026
I centri di calcolo per l’IA consumano risorse come più di un miliardo di persone
L’intelligenza artificiale ha un volto immateriale, ma un’impronta sempre più fisica. Dietro i sistemi che generano testi, immagini e analisi in pochi secondi si muove una rete globale di data center che richiede energia, infrastrutture e soprattutto acqua in quantità crescenti. È questo uno degli aspetti messi in evidenza nel nuovo rapporto dell’Istituto per l’acqua, l’ambiente e la salute dell’Università dell’Onu (Unu-Inweh), che analizza per la prima volta in modo integrato i consumi energetici, idrici e di suolo legati all’espansione dell’IA.
Secondo le stime, entro il 2030 i centri di calcolo dedicati all’Intelligenza artificiale potrebbero arrivare a consumare 945 terawattora di elettricità all’anno. Una quantità superiore al fabbisogno attuale di molti grandi Paesi industrializzati e quasi tre volte il consumo combinato di nazioni come Pakistan, Bangladesh e Nigeria. Nel 2025 il consumo globale dei data center era già pari a circa 448 terawattora, un livello che li collocherebbe tra i maggiori consumatori energetici mondiali se fossero uno Stato unico. Il dato più rilevante riguarda però l’acqua. L’impronta idrica dei sistemi di IA, secondo il rapporto, sarà equivalente al consumo domestico annuo di base di circa 1,3 miliardi di persone nell’Africa subsahariana. L’acqua viene utilizzata sia nei sistemi di raffreddamento dei server sia, indirettamente, nella produzione dell’energia elettrica necessaria al loro funzionamento, in particolare nelle centrali termoelettriche. Secondo l’Unu-Inweh, il consumo idrico globale dei data center è destinato a crescere in parallelo con l’espansione dei modelli generativi, che richiedono un numero sempre maggiore di chip e infrastrutture di calcolo ad alte prestazioni. Le stime interne al rapporto indicano inoltre che ogni kilowattora utilizzato per l’IA comporta anche un’impronta di suolo e un’ulteriore pressione sulle risorse idriche, spesso non contabilizzate nelle analisi tradizionali delle emissioni. Il rapporto evidenzia inoltre che l’impatto ambientale dell’intelligenza artificiale non si esaurisce nelle sole emissioni di CO. Ogni infrastruttura digitale comporta anche un consumo di suolo significativo, legato alla costruzione dei data center, delle reti elettriche e delle infrastrutture di supporto.
Le stime indicano che entro il 2030 l’impronta territoriale potrebbe superare i 14.500 chilometri quadrati, un’estensione paragonabile a due volte l’area metropolitana di Giacarta. Nel 2025 i data center globali hanno già assorbito circa 448 terawattora di elettricità, una quantità che, se considerata come sistema unico, li collocherebbe all’undicesimo posto tra i Paesi al mondo per consumo energetico, subito dopo la Francia e prima dell’Arabia Saudita. L’Agenzia internazionale dell’energia (Iea) stima inoltre che la domanda elettrica dei data center possa più che raddoppiare entro il 2030, con l’IA come principale fattore di crescita.
Un altro elemento riguarda la concentrazione geografica delle infrastrutture. Solo una trentina di Paesi ospita data center specializzati nell’IA e circa il 90% della capacità di calcolo è concentrata in un numero molto ristretto di hub globali, secondo i dati riportati nel rapporto Onu. Questo squilibrio incide anche sulla distribuzione degli impatti ambientali, tra consumo di risorse naturali, estrazione di materie prime e produzione di rifiuti elettronici lungo le catene di approvvigionamento. Il documento sottolinea infine che la valutazione della sostenibilità dell’intelligenza artificiale non può basarsi esclusivamente sulle emissioni di carbonio. Alcune soluzioni energetiche a basse emissioni, come la bioenergia, possono ridurre la CO fino al 70%, ma aumentare in modo significativo il consumo idrico e l’uso del suolo, con incrementi stimati anche superiori di trenta e cento volte rispettivamente rispetto ad altre fonti energetiche.