Robinson, 4 giugno 2026
Judy Chicago riflette sulla sua produzione artistica
Judy Chicago ha rifondato il linguaggio dell’arte americana contemporanea. Eppure, gran parte del suo lavoro resta ancora poco conosciuto al grande pubblico. A New York è nota soprattutto per The Dinner Party, installata dal 2002 al Brooklyn Museum: una grande tavolata simbolica con piatti e nomi ricamati, dedicata alle donne del mito e della storia. Sin dagli anni Sessanta, Chicago ha scelto di abbracciare una prospettiva femminista radicale: ripensare le relazioni non solo tra uomini e donne, ma anche tra gli esseri umani e le altre creature viventi. Rifiutare il paradigma patriarcale significa infatti mettere in discussione tutte le nostre relazioni, quelle tra gli esseri umani e quelle tra l’umanità e l’universo. È il fondamento di una nuova coscienza ecofemminista che attraversa molte delle opere realizzate dall’artista negli ultimi anni. Fino al 22 novembre, in concomitanza con la Biennale, le sue opere sono esposte alla Galleria Alberta Pane. È questa l’occasione per una nuova conversazione con lei.
Dato che la mostra si tiene a Venezia, vorrei iniziare chiedendole: quando è venuta in Italia per la prima volta?
«La prima volta in Europa è stata nel 1982, proprio in Italia, davanti ai grandi dipinti rinascimentali. Lì ho capito quanto il Rinascimento abbia influenzato la nostra idea di eroismo e modernità. All’epoca mi occupavo già di questioni di genere, ma “genere” significava solo donne: gli uomini erano l’universale. Davanti a Michelangelo ho avuto una rivelazione: il problema non erano le donne. Da lì è nato il mio lavoro sulla mascolinità e poi la serie Powerplay».
Dico sempre, quasi per scherzo, che lei è andata in Italia perché è la fonte stessa della mascolinità tossica e del patriarcato. E all’improvviso ha iniziato a dipingere uomini, invece che donne, producendo quadri molto forti e allarmanti. A quel tempo era già conosciuta in Europa?
«La mia prima mostra europea fu a Londra nel 1975. Poi arrivò The Dinner Party, esposta tra Londra, Edimburgo e Francoforte. Era un lavoro enorme, realizzato con centinaia di collaboratrici, dedicato a figure femminili rimosse dalla storia. Fu accolto con entusiasmo dal pubblico, ma anche con polemiche, perché metteva al centro la storia delle donne in modo radicale».
Era sostenuta da una comunità artistica?
«No, quasi mai. Anche durante il successo di The Dinner Party non avevo un vero sistema di sostegno istituzionale. La sua lunga tournée è stata possibile solo grazie a reti indipendenti e a persone come Diane Gelon, che hanno lavorato per mantenerla viva nonostante molte istituzioni si ritirassero per paura delle polemiche. È stato un progetto amato dal pubblico ma spesso rifiutato dai musei».
Ha ottenuto tanto attraverso il suo lavoro con gli altri. Penso a progetti pedagogici radicali come il Feminist Art Program, avviato al Fresno State College e sviluppato al CalArts. Gran parte del suo lavoro come scrittrice e studiosa è stato anche dedicato a sostenere il lavoro di molte altre artiste.
«Oggi, gli artisti più giovani spesso mi chiedono: “Non ti dà fastidio essere definita artista femminista?”. Come se fosse un insulto. Tutto quello che posso fare è ridere, perché non si rendono conto che, fino al 1970, quando ho deciso di costruire una pratica artistica femminista e ho avviato il primo programma di arte femminista, non esisteva una cosa come l’“artista femminista”. E sì, ho creato quel programma, ma l’impulso è nato dal puro isolamento. L’ironia è che ho dovuto costruire qualcosa di più grande di me perché ero stata costretta a rimanere isolata. E volevo che le cose fossero diverse per le altre donne».
So che questa potrebbe suonare come una domanda troppo generica, ma che cos’è per lei il femminismo?
«È una filosofia in evoluzione che sfida il patriarcato e propone un modello basato su giustizia, collaborazione e interconnessione. Non riguarda solo le donne, ma un cambiamento di paradigma per tutti gli esseri viventi».
Oggi il suo lavoro è riconosciuto.
«La percezione è cambiata. Ma per decenniThe Dinner Party ha oscurato tutto il resto della mia carriera. Ho lavorato a lungo per farla entrare stabilmente in un museo e per liberarmi da quella identificazione con un’unica opera».
Nonostante il riconoscimento, il MoMA, ma anche il Metropolitan di New York o l’Art Institute di Chicago non hanno sue opere in collezione.
«Il problema resta strutturale. Anche quando The Dinner Party e altri lavori sono molto visibili, il riconoscimento economico e museale non è proporzionato. Se un artista uomo avesse lo stesso percorso, la percezione sarebbe diversa».
Pensa che potremo mai liberarci di questi pregiudizi?
«Non lo so. Le artiste hanno una storia diversa: spesso vengono cancellate anche dopo il successo. Il problema non è solo il presente, ma la memoria culturale».
Ha dovuto creare anche le condizioni istituzionali perché il suo lavoro e il lavoro di molte sue colleghe potesse essere esposto e preservato. È stato un peso?
«Il mio centro è sempre stato lo studio. Ho sempre lavorato con disciplina. Anche mentre The Dinner Party viaggiava nel mondo, io continuavo a produrre nuove opere».
A cosa sta lavorando adesso?
«Sto preparando progetti per il mio novantesimo compleanno nel 2029 e lavorando sui miei sketchbook, che non sono mai stati esposti».
La sua immagine pubblica corrisponde a ciò che lei è?
«No, esistono quasi due “Judy Chicago”: quella pubblica, legata all’idea di perfezione, e quella privata, più fragile e contraddittoria».
Il suo lavoro recente è più libero o più consapevole?
«Cerco una libertà formale più radicale. Anche nei momenti difficili ho continuato a disegnare. Ora mi permetto di essere più diretta».
Guardando indietro, le sue scelte tematiche erano deliberate?
«Sono sempre stata attratta dalle assenze: ciò che la cultura ha cancellato. The Dinner Party nasce da questo impulso, dal voler restituire visibilità a figure e storie rimosse, e da lì è nato il resto: il lavoro contro la mascolinità, la violenza e la morte».
Ultimamente si è parlato molto dell’arte basata sulla ricerca. In che modo la fase di ricerca si è collegata alle opere d’arte stesse?
«Prima di Internet era tutto più difficile: libri, archivi, anni di lavoro. Ma la ricerca nasceva da una domanda personale: chi è venuto prima di me? Con The Dinner Party la ricerca è diventata anche creazione: ogni nome, ogni piatto, ogni ricamo era il risultato di uno studio e di una riscoperta storica. È lì che ho capito che la ricerca poteva diventare arte».