D - la Repubblica, 3 giugno 2026
Dafen, Cina: la più grande fabbrica di falsi artistici
Se a casa avete un finto Van Gogh, una replica di un Monet o un falso Warhol, state certi che sono arrivati quasi sicuramente da qui: da Dafen, la fabbrica mondiale delle copie artistiche. Un’etichetta che ai pittori che lavorano in questo piccolo ex villaggio di coltivatori di riso nel Sud della Cina, ai margini dell’ipermoderna Shenzhen – capitale tecnologica del Paese –, ora però sta stretta: la parola d’ordine è diventata originalità. Un tempo qui si creava oltre la metà delle riproduzioni di dipinti a olio del mondo. Oggi invece ci si prova a reinventare: per necessità, e con molte difficoltà. E allora chi meglio di Zhou Yongjiu poteva farci da guida, lui che proprio da copiatore seriale – il “Van Gogh cinese” come è stato soprannominato – ha deciso di mettersi a creare arte propria?
Era il 1989 quando Huang Jiang, mercante di Hong Kong, aprì nel villaggio il primo studio di riproduzione portando con sé 26 pittori. Aveva appena esposto in una fiera d’arte della metropoli alcuni lavori di autori locali e ricevette più ordini di quanti potesse gestirne. Così assunse degli assistenti e si mise al lavoro. Zhou arrivò a Dafen nel 1991, quando di anni ne aveva 17. Migliaia di altri ragazzi come lui, aspiranti artisti, fecero la stessa scelta. “Fu mio fratello a presentarmi colui che poi divenne il mio maestro”, ci racconta. “Mi piaceva l’idea di dipingere, ma non sapevo come si facesse. Gli chiesi se poteva prendermi come apprendista. All’inizio non copiavamo i quadri di Van Gogh, ma quelli di altri artisti. Nel 1993, uscendo a cercare delle batterie per la radio, vidi delle repliche così diverse da quelle che facevamo noi. Ne presi alcune e chiesi al mio insegnante che cosa fossero: “Sono Van Gogh”, mi rispose lui. Io di Van Gogh, all’epoca, non sapevo niente, credevo fosse uno stile, non una persona: sai, ho frequentato le scuole medie soltanto per due settimane. Fu allora che iniziai a copiare i suoi capolavori”.
Divenne presto il più bravo a replicare il genio olandese tanto che, l’anno successivo, il maestro portò qualche suo lavoro alla Fiera internazionale di Canton: iniziarono subito ad arrivare un sacco di ordini. Così, nel 1995, Zhou decise di aprire un proprio studio. “Continuavamo a fare copie, all’estero volevano solo quelle”. Ormai, aveva alle sue dipendenze decine di pittori. Insieme hanno riprodotto più di 300mila capolavori. Pezzo forte, ovviamente, I girasoli.
Negli anni Novanta e nei primi Duemila erano molti i lavoratori migranti arrivati qui da altre parti del Paese per dipingere giorno e notte. Obiettivo: sfornare in serie i capolavori dei grandi maestri dell’arte globale. Ogni pittore era responsabile di una piccola parte della tela, esattamente come in una catena di montaggio per le auto. Se c’era da creare un paesaggio, ad esempio, ci lavoravano in 20: il primo mescolava i colori, uno pennellava il cielo, un altro le montagne, gli alberi e così via. Velocità e perfetta coordinazione: un modello che funzionava alla grande. E infatti gli esemplari andavano a ruba. Tra il 2005 e il 2008 a Dafen si creava il 60% delle riproduzioni di dipinti a olio del mondo.
Ancora nel 2018 questa industria valeva, secondo quanto riportato dalla stampa locale, 4,5 miliardi di yuan (560 milioni di euro), con circa 8 mila impiegati tra artisti, corniciai e agenti che vendevano repliche a clienti e rivenditori a ogni latitudine. Ma già la crisi finanziaria del 2008 aveva fatto calare la domanda – con gli ordini da Stati Uniti e Europa da parte di privati, hotel e grandi magazzini, che si sgonfiavano. Poi i gusti dei clienti sono cambiati, quindi è arrivata la pandemia, infine ecco l’intelligenza artificiale: tutto ciò ha costretto Dafen e i suoi abili copisti a provare a reinventarsi.
La diminuzione delle richieste dall’estero ha spinto l’amministrazione locale a varare un piano per trasformare questo luogo in un centro di produzione di opere originali. Una massiccia operazione di rebranding che ha previsto la promozione di creazioni inedite, appunto, nuovi progetti culturali, ma anche l’inaugurazione di un museo d’arte, ostelli e caffè nati accanto a gallerie e studi. Così, oggi, passeggiando per Dafen ci si imbatte in negozi che espongono opere cinesi tradizionali come gli shanshui –i paesaggi naturali – oppure modernissime. Molti hanno anche iniziato a vendere le loro creazioni su piattaforme di e-commerce e hanno aperto laboratori di “esperienza artistica” per i turisti.
I girasoli alla Van Gogh, Zhou in realtà non li ha mai abbandonati: solo che adesso li interpreta a modo suo. “Gli ordini delle copie iniziarono a diminuire tra il 2007 e il 2008 a causa della crisi finanziaria”, conferma. “Così decisi di prendere un’altra strada: creare qualcosa di mio. Iniziai a dipingere girasoli con la spatola: una tecnica che ricorda Van Gogh, ma è più tridimensionale. Verso la fine del 2008 un cliente italiano entrò nel mio studio con due ragazze cinesi. Mi disse che voleva tutto quello che avevo esposto. Era la prima volta che qualcuno desiderava le mie opere, mi diede fiducia. Da allora cominciai a esprimermi liberamente e a sperimentare. Oltre ai girasoli, gli piace dare forma a “vecchie case e paesaggi rurali”. La maggior parte dei suoi clienti attualmente è cinese – “l’80%”, sostiene – anche se qualche vecchio contatto dall’estero che continua a volere delle riproduzioni ancora c’è: “Ora, però, desiderano opere di altissima qualità e in piccole quantità”. E l’intelligenza artificiale? Lui, che è stato uno dei protagonisti del documentario China’s Van Goghs uscito nel 2016 e proiettato in diversi festival cinematografici internazionali, afferma che non lo spaventa: “È d’aiuto, ma non può sostituirci”.
Un giorno magari Dafen avrà il suo stile, avrà i suoi Da Vinci, i suoi Michelangelo e i suoi Van Gogh. Ma quando? Secondo Zhou le copie rappresentano ancora il 70% del lavoro degli artisti del villaggio. Sono molto in voga, racconta, quelle di famosi autori cinesi come Zao Wou-Ki e Zhu Dequn. “Dafen è molto cambiata, è vero: è più urbanizzata, più visitata. Ma gli affari quest’anno sono difficili, probabilmente i peggiori dalla pandemia, a causa della situazione generale del mercato internazionale”, continua. “Il governo sta promuovendo le opere originali, ma non è ancora corretto affermare che il passaggio alla produzione inedita abbia davvero avuto successo. Circolano grandi slogan che inneggiano all’originalità, ma quante persone che realizzano loro opere riescono effettivamente a mantenersi? Questa è la cruda verità. Bisogna guadagnarsi da vivere: pagare l’affitto e le spese quotidiane, giusto? Possiamo parlare di un inizio verso l’originalità, ma non è qualcosa che si può raggiungere soltanto a parole. La maggior parte di questi artisti si autofinanzia: non sono sostenuti dal governo o dalle grandi aziende”.