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 2026  giugno 04 Giovedì calendario

Il Parlamento europeo sostituisce Google con Qwant

Il Parlamento europeo ha deciso di sostituire Google con Qwant, motore di ricerca francese, come opzione predefinita sui browser Microsoft Edge e Mozilla Firefox usati all’interno dell’istituzione.
Il cambio entra in vigore oggi, 4 giugno 2026, e sarà applicato automaticamente. Ma deputati, assistenti e personale amministrativo potranno comunque scegliere un altro motore di ricerca. La misura riguarda un’istituzione con 720 eurodeputati e migliaia di collaboratori.
Bruxelles non sta vietando Google, né sta imponendo Qwant ai parlamentari e al personale. Sta però modificando la scelta di partenza delle proprie ricerche, quella che Google tra l’altro ha condito con intelligenza artificiale – AI Overche fornisce panoramiche sintetiche degli argomenti cercati. Nei servizi online, il default conta: la maggior parte delle persone usa ciò che trova già impostato.
Il messaggio a Google e alla Silicon Valley
Un portavoce del Parlamento ha collegato la decisione a un quadro più ampio di misure per ridurre la dipendenza dell’istituzione da strumenti digitali non europei e promuovere servizi basati in Europa e orientati alla protezione dei dati.
La scelta di un motore di ricerca alternativo a Google non è un episodio isolato. La Commissione europea ha infatti presentato anche un pacchetto per rafforzare la sovranità tecnologica del continente, con iniziative su cloud, intelligenza artificiale e semiconduttori. L’intento è rendere l’Europa meno dipendente da fornitori esteri in settori considerati strategici.
In altre parole, Qwant diventa un simbolo di un’idea politica: i dati e le infrastrutture digitali sono ormai pezzi di autonomia istituzionale. E l’Europa, se vuole difendere la propria capacità di decisione, deve costruire strumenti tecnologici capaci di reggere il confronto con i grandi attori globali, riducendo la dipendenza da piattaforme e regole definite altrove.
Cos’è Qwant e perché è stato scelto dall’Ue
Qwant è una società francese fondata nel 2011 da Éric Léandri, Jean-Manuel Rozan e Patrick Constant.
Léandri arrivava dal mondo della sicurezza informatica, Rozan dalla finanza e Constant dal settore dei motori di ricerca.
Il motore di ricerca è stato lanciato nel 2013 e si presenta come un’alternativa attenta alla privacy: la società sostiene di non tracciare gli utenti e di non vendere dati personali.
Nella propria informativa sulla privacy, Qwant afferma di non usare pubblicità mirata né di conservare la cronologia delle ricerche, puntando invece su risultati non personalizzati e su un modello meno fondato sul tracciamento dell’utente.
Sono limiti che il Parlamento europeo apprezza: almeno nella sua impostazione dichiarata, Qwant raccoglie meno informazioni personali rispetto al modello pubblicitario dominante.
Google, da anni, è al centro del mercato della ricerca proprio perché questa è una delle attività più intime online: le persone digitano preferenze politiche, problemi finanziari, domande professionali, indumenti desiderati.
Ogni ricerca produce segnali preziosi su bisogni e vulnerabilità. Per questo il motore di ricerca è da tempo molto più di una porta d’accesso al web: può orientare consumi e informazioni.
Incide anche sugli acquisti, perché intercetta gli utenti nel momento in cui esprimono un’intenzione. Per l’azienda di Mountain View, questo passaggio è essenziale nella vendita di pubblicità: permette di collegare le domande delle persone agli annunci degli inserzionisti, trasformando la ricerca in uno degli asset più redditizi dell’azienda.
L’Ue stringe su Google
Il cambio di motore di ricerca si inserisce in una tensione regolatoria più ampia.
Ad aprile scorso la Commissione europea ha proposto misure per obbligare Google, nell’ambito del Digital Markets Act, a condividere con motori di ricerca concorrenti dati come ranking, query, click e visualizzazioni, a condizioni eque e non discriminatorie, al fine di rendere il mercato della ricerca più contendibile.
Google si è opposta, sostenendo che la condivisione di dati di ricerca potrebbe creare rischi per la privacy degli utenti. È un paradosso solo apparente: da un lato l’Europa vuole limitare il potere di Google; dall’altro deve evitare che l’apertura dei dati trasformi informazioni sensibili in materiale accessibile a troppi attori.
Il problema è aggravato dal fatto che Google resta dominante. Secondo StatCounter, a maggio scorso Google deteneva circa l’88,3 per cento del mercato europeo dei motori di ricerca, mentre Bing era sotto il 6 per cento e gli altri concorrenti restano marginali.
Il problema della sovranità digitale
La scelta di Qwant, però, non elimina tutte le ambiguità.
L’autorità francese della concorrenza ha ricordato nel 2025 che Qwant usa in parte tecnologie Microsoft, tramite Bing, per fornire i risultati di ricerca.
Questo rende la decisione del Parlamento meno netta di quanto sembri. È un passo verso un ecosistema più europeo, non una separazione completa dalle infrastrutture americane.
Ed è proprio un caso come questo che evidenzia le difficoltà della sovranità digitale: non basta scegliere un marchio europeo se le catene tecniche e infrastrutturali restano intrecciate con le grandi piattaforme statunitensi.
Una scelta simbolica ma non irrilevante
Sul piano pratico, l’impatto immediato sarà limitato: gli utenti potranno tornare a Google e Qwant non diventerà improvvisamente un rivale alla pari.
Il peso di questa mossa, insomma, è più politico. Il Parlamento europeo vuole comunicare che le istituzioni pubbliche non dovrebbero usare automaticamente gli strumenti delle Big Tech americane quando esistono alternative europee compatibili con le regole e i valori dell’Unione.