il venerdì, 5 giugno 2026
Intervista a Concita De Gregorio
Io non so più quanti libri hai fatto, Concita. Forse una decina. In La cura racconti ancora di te, malata di cancro al seno, e come hai imparato a prenderti cura degli altri, che poi è l’unico modo per prendersi cura di sé. È pubblicato da Einaudi come altri, e mi fa girare la testa. Adesso si usa che, se scrivi, scrivi moltissimo, ma tu sei proprio speciale. Ho calcolato che per Repubblica quest’anno hai fatto quasi 500 pezzi, più di uno al giorno. Mi vengono i brividi. Perché, da collega, i tuoi articoli, mamma mia, sono sempre giusti. Non è possibile.
«Nel libro c’è tanto di me, come avviene sempre quando scrivi. Però questa volta volevo raccontare le storie degli altri, mettermi al loro servizio. Perché la mia malattia è il cancro, ma poi ce ne sono tante altre: la sclerosi multipla, i disturbi alimentari, quelli psichici. E poi, per tutti, c’è la malattia di questo tempo: la solitudine. Se sei solo e ti rompi, resti lì. Nessuno ti ripara. Qualunque sia il tuo male, la tua fragilità, il tuo danno, si affronta soltanto insieme. Avere qualcuno che ti pensa e avere qualcuno da pensare è una fonte di energia».
E tu a chi pensavi?
«Nell’immediato ai ragazzi. Ai bimbi, come si dice a Livorno. E a mia madre, che ha 86 anni. Pensavo: se non tornassi dall’ospedale…».
Adesso però i tuoi figli sono grandi. Mi fa impressione che tu abbia fatto tutto quello che hai fatto avendo dei bambini. È stato difficile?
«Quando erano piccoli è stato complicato, sì. Facevo le notti al giornale, le chiusure, la tipografia… Me li portavo dietro, dappertutto. Non c’è una regola per crescere i figli, le cose vanno come vanno. Per esempio, Pietro e Lorenzo sono nati a due anni di distanza, sono cresciuti insieme: stessa stanza, stessa scuola, quasi stesso letto. Quando sono in due si fanno compagnia tra di loro, se la cavano di più. Quando è arrivato il piccolo, i grandi se ne potevano un po’ occupare. È un sistema».
Quattro figli, mi pare impossibile.
«Quattro. Andrea, che io ho cresciuto, adesso ha 40 anni e due bambini, quindi sarei anche nonna. Poi Pietro, che ne ha 32. Lorenzo, ne ha appena compiuti 30. E Bernardo, il piccolo, ne ha 22 e vive a Melbourne, dove studia musica. Quando mi ha detto che voleva andare in Australia ho pensato due cose contemporaneamente: “Che bravo, che autonomia”, e anche: “Dove ho sbagliato? Perché mio figlio vuole vivere dall’altra parte del mondo?”. Però è giusto così».
Non hai trovato il lavoro per tutti?
«Ma mica glielo devo trovare io, il lavoro. Rispetto ai nostri tempi è cambiato tutto: il lavoro non c’è più, è tutto difficile, precario. Nessuno di loro fa il mio mestiere. Fanno tutti lavori artistici. Io avrei tanto sperato in un medico».
Invece?
«Niente, neanche uno. Sai, con l’età, in famiglia sarebbe servito un medico che potesse farti le ricette. Invece tutti artisti: musica, letteratura, consulenza creativa».
Sei stata una madre ingombrante?
«Sai, a posteriori penso di aver dato loro un esempio importante: quello di una donna che continua a fare la sua vita, il suo lavoro, a viaggiare, a desiderare. Che non rinuncia a fare quello che avrebbe voluto per dedicarsi alla cura dei bambini. Spero che lo abbiano interiorizzato e non pretendano da fidanzate o fidanzati di essere accuditi».
Da te non pretendono nulla?
«Ascolto. Attenzione. Mi parlano tanto, mi chiamano, mi raccontano. Ascolto, sì, ma cose pratiche no. Io non so cucinare, cucinano loro».
Eppure tu sei riuscita a costruirti un’immagine pubblica quasi da donna senza figli.
«Mi fa piacere che tu lo dica, altri mi rimproverano il contrario. Nelle rubriche un po’ più private, spesso prendo spunto da loro, anche perché quando non sono al lavoro sono a casa e il mondo mi arriva anche attraverso i loro amici. Entrano, escono, non so mai quanti saranno, 12, 15…».
Ma tu ti senti madre?
«Moltissimo. Guarda, Natalia, quando mi hanno detto che avevo il cancro, non avevo paura per me. La mia preoccupazione era per loro, per chi restava. Ero addolorata al pensiero del loro dolore. E infatti li ho chiamati, ho spiegato la situazione. Con Bernardo, che era così lontano, non volevo parlarne al telefono».
Quindi sei andata in Australia.
«Sono andata perché lo volevo vedere in faccia e volevo che lui vedesse me. Ma ci vogliono due giorni per arrivare, e io avevo la chemioterapia, due sedute a settimana. In più avevo il porter sottopelle, quel dispositivo che ti impiantano per le infusioni: non potevo volare per il rischio di embolia. Ho dovuto fare un protocollo farmaceutico e soprattutto convincere i medici».
E li hai convinti.
«Ho detto: io mi fido di voi, prendo tutte le medicine che mi date. Però voi dovete ascoltare anche me quando vi dico che abbracciare mio figlio concorre alla cura. Ne ho bisogno, perché se non sono serena, se non sono felice, come faccio ad affrontare tutto questo? Ospedali, dolore fisico, emotivo…».
È questo il cuore del libro.
«La cura è quella dei medici e dei farmaci, ma sono anche le relazioni. Sono le persone che ti curano. Se non hai nessuno per cui alzarti dal letto, è molto più difficile».
Tu non avresti rinunciato ad andare da tuo figlio.
«Avrei interrotto la chemioterapia».
Sei una donna meravigliosa.
«Natalia, io ti ringrazio ma è un ricordo del passato. Guarda come sono ora. Ho il corpo di un ragazzino di 11 anni, poco peso, senza seno...».
Tu sei una donna libera, mi stai raccontando la tua storia. E mi commuovi. Fino a un certo punto non ne avevi parlato.
«Sai, mi sono sempre occupata di politica, non ho mai fatto un racconto intimo sul giornale della mia vita. Da quando mi sono ammalata ne parlo di più. In realtà avevo già avuto un tumore, molti anni fa, di cui però non avevo parlato. Anche questo è interessante: perché allora no, e adesso sì? La prima volta non avevo neanche 40 anni, avevo i bambini piccoli, dirigevo l’Unità. Avevo una specie di senso di invincibilità. Mi sembrava un inconveniente da risolvere in fretta. Pensavo: “Va bene, mi operano e rientro al lavoro”».
Poi è tornato.
«E me ne sono accorta tardi perché, come è successo a moltissime donne, nei due anni del Covid non avevo fatto i controlli. Era andato molto avanti, ho dovuto affrontare una mastectomia. Poi, tutte le cose che prendi – la chemio, la radio, la terapia monoclonale, 18 pillole… – provocano guasti altrove. Ho avuto un collasso polmonare».
Eri in Spagna.
«Ferragosto, Barcellona, 42 gradi, un caldo mortale. Ero sola. A un certo punto smetto di respirare. Chiamo la mia dottoressa del Gemelli a Roma e lei, come sempre, mi dice: “Che fortuna”».
Ma come?
«Lei fa sempre così. Le dico: “Credo di avere un infarto”. E lei: “Che fortuna, sei vicinissima a un centro d’eccellenza”. Quella volta mi disse: “Non respiri? Ma che fortuna, la pneumologia migliore del mondo è proprio lì dove sei”. Così ho preso la metropolitana, con il polmone collassato, e sono arrivata all’ospedale».
In metro?
«In metro. Mi hanno ricoverata e operata quella notte. Un ospedale magnifico, Natalia, ti giuro: aveva ragione la dottoressa, che fortuna. Il Sant Pau, che è pubblico, è un complesso monumentale Liberty, di una bellezza da meritarsi un posto sulle guide. Ti affacci alla finestra e ti sembra di stare in un posto da fiaba. E poi c’era questa compagna di stanza, Angelina, fantastica. È successa anche un’altra cosa straordinaria. Poiché era Ferragosto, appunto, stavano ristrutturando il padiglione oncologico. Quando ci comunicano che ci avrebbero messe nel reparto di cure palliative, da frequent flyer del reparto, Angelina mi dice: “Que suerte”. Che fortuna. Ma come, andiamo nel reparto dei malati terminali...».
E invece?
«Invece aveva ragione. “È il reparto più bello dell’ospedale”, mi diceva. “Qui puoi fare tutto quello che vuoi. Non ci sono orari per i visitatori, ti portano il vino, c’è la biblioteca”. “Angelina siamo sole, non viene nessuno”. “Non importa, possiamo cucinare”. Così abbiamo trascorso la settimana di Ferragosto in questo posto, con i bambini sui monopattini nei corridoi, il pianoforte... E visto che, come diceva Angelina, i letti lì si liberano presto, avevamo una stanza enorme solo per noi. Abbiamo fatto amicizia».
È venuto tuo marito a prenderti?
«Sì, Alessandro. È venuto in macchina perché non potevo volare».
Lo dici quasi con un po’ di distacco…
«No, per niente. Di lui non ho mai parlato prima. In questo libro gli ho dedicato un capitolo che si chiama: Tu. È sulla logistica dell’amore. Noi stiamo insieme da quarant’anni, sai. Ci siamo innamorati perché mi faceva ridere tantissimo. E poi perché faceva tutto lui: organizzava, prenotava, risolveva. Io ero una che aveva sempre fatto tutto da sola e a un certo punto arriva quest’uomo che prende in mano la logistica della mia vita. Ho pensato…».
Che meraviglia.
«Esatto, ma dopo un po’ tutta questa organizzazione ha rivelato l’altra faccia della medaglia: la mancanza di psiche. Per un certo periodo abbiamo avuto qualche contrasto perché gli rimproveravo di non avere una dimensione psichica. Era sempre tutto operatività: dove sei, cosa fai, quando arrivi…Mai come ti senti? come stai? Per anni gli ho detto: “Tu hai l’arto mancante”. Ho chiamato anche Vittorio Lingiardi come testimone: ti presento un caso di studio, un uomo senza psiche. Ovviamente non era vero, anche lui ce l’ha ma la tiene ben nascosta».
E adesso?
«In questi ultimi anni ho capito che l’accudimento, quella che un tempo si chiamava la sollecitudine, è una grande forma d’amore. Dare prima ancora che tu chieda, indovinare il bisogno. È una forma di cura che è logistica, appunto. Però è amore».
E tu lo senti che è amore.
«Lo sento. È un amore diverso. Anche questo tempo però è diverso. È il tempo di dopo, arrivato un po’ in regalo: tu pensi di morire, non muori».
Intanto però continui a lavorare come una pazza. Ma come fai?
«Ma sai che quando ero più giovane, mi facevo questa domanda su di te? Come fa Natalia a vedere un film e avere subito chiaro cosa vuole scrivere? Quindi conosci la risposta. Se una cosa ti piace, ti riesce facile. Il lavoro per me è stato importantissimo. Non ho mai smesso neanche un giorno. Perché non pensare tutto il tempo come sto, come sono disperata, come sono spaventata, ma dire ok, devo consegnare alle 17, sono 7.000 battute... Andare come un soldato è un grande motore».
Sei velocissima, però.
«Sì, è vero, sono veloce: ci posso mettere mezz’ora a fare un pezzo, ma ci metto mezz’ora più 50 anni. Ci sono voluti 50 anni per metterci mezz’ora».
Ma 500 pezzi, a cui poi devi aggiungere i libri. E tutti i giorni, e tutti perfetti, con un’idea giusta. Tu dici che anch’io lo facevo, ma non era così.
«Ma certo che anche tu lo facevi. E non solo per i film, ma per la moda, le prime della Scala, il costume…».
Mi leggevi?
«Ho pensato che se avessi saputo scrivere con un centesimo della grazia, dell’arguzia, della profondità e della leggerezza di cui eri e sei capace tu, sarei stata felice per la vita. Tu sei stata la mia maestra e non lo dico perché sei qui, è la verità. Io ho imparato tutto quello che so da due persone. Da te ho imparato quanto sono profonde le cose lievi. E da un’altra mia compagna di scrivania al servizio politico, Sandra Bonsanti, ho imparato la tenacia, l’ostinazione, l’insistenza».
Ma tu devi trovare ogni giorno la cosa di cui parlare, che deve essere sempre tra la politica e la realtà.
«Ho iniziato a fare questo mestiere a 16 anni, quasi 50 anni fa. E in questi 50 anni ho imparato a riconoscere la gerarchia delle notizie. Come diceva Scalfari aprendo la riunione del mattino: “Intorno a cosa gira oggi la giornata?”. A un certo punto impari a sentirlo».
E a scrivere dove hai imparato?
«Dalla musica. Ho studiato pianoforte, che ti insegna due cose. Primo: ci vuole il tempo dello studio, non puoi improvvisare. Nel giornalismo è lo stesso: se devi intervistare qualcuno devi sapere tutto. E poi, il ritmo. Le parole hanno un suono, un respiro. Anche un pezzo deve avere una ouverture, un corpo principale e una conclusione. È musica. Quando scrivo uso ancora lo sgabello da pianoforte, la posizione delle braccia è quella, così come il movimento delle dita sulla tastiera. Poi c’è un tema di disciplina».
E tu sei disciplinatissima.
«Mia madre e mia nonna mi hanno educata a non lamentarmi mai. Mai».
Per te è stata molto importante la tua nonna spagnola.
«Moltissimo. Sono cresciuta con lei, porto il suo nome. Immaginati la Spagna di Franco, della dittatura: cupa, poverissima, non c’era da mangiare, si andava al mercato con la tessera. Lei stava sempre composta, con la mantiglia, la peineta, quel pettine che tiene il velo. Non l’ho mai vista con i capelli sciolti. Li scioglieva solo la notte, in camera, per suo marito. Di giorno stava con lo chignon, il moño si chiama in spagnolo. A un certo punto si è fatta vecchia e ha chiamato tutti i nipoti. Io ero la prima. Ci disse: “Morirò lo stesso giorno per tutti, ma Concita è più fortunata di voi perché mi avrà avuta per più tempo”. Allora non la capivo. Come fai a dire a dei ragazzini una cosa così? Però quando mi sono ammalata e ho intravisto la possibilità di morire ho pensato la stessa cosa dei miei figli».
Davvero?
«Ho pensato: il più grande mi ha avuta per 33 anni, il più piccolo per 22. E quei dieci anni chi glieli restituisce?».
Era formidabile, quella nonna. E c’è ancora la casa in Spagna?
«È la ragione per cui, quando ho avuto il collasso polmonare ero là. Mi ha lasciato questa casa che è il mio rifugio. Ci vado quando devo scrivere, quando ho bisogno di silenzio e di pace».
Ma tu quando ti sei sposata quanti anni avevi?
«Per tantissimo tempo non mi sono sposata. Prima ho fatto i figli. Il più piccolo allora era all’asilo: lo avevo mandato a scuola dalle suore, senza neppure averlo battezzato, perché era praticamente al portone accanto. Un giorno torna a casa e mi dice: “La suora ha detto che siccome voi non siete sposati io non posso essere nato”. E io: “Invece tu sei nato, quindi è una scemenza”. Ma lui non era convinto».
E poi?
«Il giorno dopo la suora glielo ripete. “Forse sei un bambino trovato”. E lui torna a casa convinto di essere un bambino trovato. Io avevo più di 40 anni, lui aveva questo problema, con Alessandro stavamo insieme da così tanto... Facciamo una festa, sposiamoci, chi se ne importa. E così abbiamo fatto. Bernardo portava gli anelli ed era convinto che mi sposassi con lui. Ci è rimasto malissimo, quando ha capito che non era così».
Ma volevo tornare alla tua quotidianità. Tu, quindi, scrivi tutto il giorno?
«Come da bambina stavo tutto il giorno al pianoforte, oggi scrivo tutto il giorno. Ero una ragazzina vecchia. Adesso che sono vecchia posso finalmente fare un po’ la ragazzina».
Sei una bellissima ragazza, lo sai?
«Adesso finalmente ogni tanto riesco anche a dire di no. Ho una fama tremenda, però (ride). Dicono che ho un pessimo carattere. Di sicuro non rispondo al telefono».
Ah quello nemmeno io, sono dei rompiballe.
«Ma certo. Prima il telefono non c’era e la gente riusciva comunque a vedersi».
Ti fa paura l’intelligenza artificiale?
«Per governare questi strumenti bisogna essere preparati, consapevoli. E invece arrivano in un momento di ignoranza enorme».
Tu non la usi mai?
«Non l’ho mai usata e non mi interessa. Se devo sapere qualcosa non lo chiedo a ChatGpt: leggo i giornali, i libri, studio, chiamo qualcuno che ne sa di più. Però l’intelligenza artificiale potrebbe scrivere un pezzo come me e tu non lo distingueresti: prende tutti i miei articoli, li frulla e restituisce una voce che sembra la mia. La differenza è che quella macchina è una gigantesca memoria ma non ha un desiderio. Non un progetto. Può replicare il passato, non immaginare il futuro».
Però come persona la temi?
«La temo pensando ai miei figli. A uno di loro ha già tolto il lavoro: faceva il traduttore e l’interprete, ha studiato una vita e adesso traduce la macchina. Succederà anche nella letteratura. A volte leggo un libro e penso: questo sembra scritto da un algoritmo. Ingredienti perfetti, struttura perfetta. L’unico antidoto sarebbe avere giovani preparatissimi, fortissimi culturalmente. Ma purtroppo più usi strumenti che indeboliscono la memoria e la fatica che si fa, meno sei capace di opporti».
Morirò senza saperla usare.
«Che fortuna (ride). E comunque a forza di dirmi sono morta, sono morta, quasi quasi morivo prima io. Ti ricordi quando ti ho chiamata e ti ho detto: “Per favore Natalia, puoi scrivere tu il mio ritratto per il giornale?”».
Ah non mi ricordo.
«Mi rispondesti: “Mia cara, sarai tu a scrivere il mio”. Quindi, caso mai tu prendi appunti su di me. E io anche, eh. Meglio che ce lo facciamo tra noi».