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 2026  giugno 04 Giovedì calendario

Intervista a Paola Turci

Eterna aria da ragazza, sottile, capelli lunghi, Paola Turci festeggia quaranta anni di carriera e un nuovo singolo Vita mia; il 2 ottobre uscirà l’album, che ha un titolo bello e impegnativo Amore a dismisura. «Una ripartenza» dice sicura; due anni fa ha chiuso un capitolo della sua vita, il matrimonio con Francesca Pascale. Si è rimessa a scrivere («la cosa che mi rende più felice»), non vede l’ora di ritrovare il pubblico. In attesa di conoscere i nomi dei vincitori del concorso, torna in scena a La Controra, il festival nel festival di Musicultura, dal 16 al 20 giugno a Macerata.
Quaranta anni di carriera: se ci pensa che effetto fa?
«Sento di più il tempo, ed è comunque bello, affascinante, ho fatto un sacco di cose. Ho cominciato da piccola, vedo un crescendo di volontà e consapevolezze. Luca Barbarossa l’altra sera mi diceva: “La tua voce è migliorata”. Ci conosciamo da quando ho iniziato a fare musica. La voce è cambiata, è vero, perché mi piace sempre di più cantare».
“Vita mia”, è un inno alla ripartenza. Aveva perso l’ispirazione?
«Sono stata ai box. In pausa, in silenzio, ad ascoltare, guardare, a vivere. Ma artisticamente facevo fatica, qualcosa si era bloccato. Poi sono tornata a casa, a Roma, ed è cambiato tutto».
Il 2 ottobre uscirà “Amore a dismisura”: è giusto “a dismisura”o serve anche l’equilibrio?
«Lo scopriremo nelle canzoni. Ho ascoltato i mix e mi sono emozionata, commossa... Saranno otto mesi che lavoriamo a questo disco. Non do una risposta, ci sono riflessioni: l’amore a dismisura è quello infinito, incondizionato, la forma di amore più alta che esiste. Ma mostra anche angoli molto appuntiti e bisogna prendere le misure. E il bello è che arrivi a limiti che non avevi mai raggiunto, ti mette di fronte a qualcosa. Scopri qualcosa di te».

Nella vita di ognuno di noi ci sono prima e dopo. Lei ne ha vissuti diversi: prima e dopo l’incidente, prima e dopo la separazione. Le ha pesato essere al centro del gossip?
«Tanto. Mi dispiace ogni volta che leggo, non per le critiche o gli insulti. Non mi interessano. Ognuno può essere cafone e maleducato a modo suo. Mi ferisce, non avendo diritto di replica, che qualcuno pensi che io sia voluta stare sui giornali. È tutto sbagliato perché non era il mio scopo. Non ho tenuto conto della popolarità, pensi che idiota. Ho imparato a scambiare e ricevere l’affetto con chi mi seguiva».
È riservata?
«Sono una persona discreta, non ho mai voluto essere al centro dell’attenzione. Ma a volte le mie decisioni sono diventate pubbliche. A casa mia sono venuti a scoprire della fine della storia con Francesca Pascale dai giornali. Però sa una cosa? Quello che mi piace di me, come persona, è che – nonostante tutto – io faccio quello che ho voglia di fare senza pregiudizi e senza pensare alle conseguenze. Ho avuto una relazione, in passato, con una figura pubblica. Ho superato la retorica dello “stare con i propri simili”, “non dare troppo nell’occhio”. Il disco che faccio è per il pubblico e guardo le persone negli occhi. Torniamo a casa e siamo tutti uguali».
La musica al centro della vita, da sempre: non ha mai pensato a un piano B?
«Mai. Forse, qualche volta, in momenti in cui l’instabilità – non economica, artistica – mi offuscava la vista, allora pensavo: “Vorrei tanto fare la doppiatrice”. Non è mai successo».
 
I genitori erano al suo fianco, ma è vero che all’inizio le dissero: “La musica non è un lavoro”?
«Essere cantante non era visto come un mestiere, ma come un privilegio; quindi, ok, puoi cantare come puoi giocare a calcio. Però poi trovati un lavoro, un posto fisso da dipendente statale.
I miei fratelli si sono laureati».
Quando ha capito che la musica era una passione totalizzante?
«Da piccola. Andavo a scuola, e un professore mi beccò a cantare. Ero felice. Disse: “Allora vieni a cantare qua”. E mi rimandò, lì capii: nessuno mi avrebbe separato dalla musica».
Sua nipote Margherita in un saluto a “Verissimo”, dice che ha saputo sempre rialzarsi nella vita e non si è mai indurita nei momenti bui. Come si fa?
«Non è nella mia natura. Mi posso innervosire, ma mia madre ci ha insegnato a essere forti. Poi lei si perdeva nei momenti più stupidi. Io, invece di perdermi, cerco di ridere con i nipoti. Margherita è bella e forte, da tre anni studia performing art, a New York, sta lì da sola. È dura».
“Bambini”, scritta nel 1989, è ancora attuale. “Fatti bella per te”, del 2017, pure. Alle donne, più di tutto, manca l’autostima?
«Il problema è culturale, nasce dalle etichette che ci danno, sempre giudicate per il corpo. Se ne parla da tempo senza arrivare mai al dunque. Conta l’amore per se stessi, l’accettazione di come siamo, a prescindere dai modelli».
Come fare un passo avanti?
«La fiducia andrebbe inserita come materia a scuola, come l’educazione sessuo-affettiva. L’insicurezza giovanile esiste, noi da ragazzine ci coprivamo. Faccio gli incontri di gruppo alla Casa delle donne con Una, nessuna centomila. Dare fiducia è un lavoro, ed è bello. “Ma come stai bene”, quando lo dici a un’altra, è vero. E deve valere per te stessa».
“Fatti bella per te” l’aveva cantata per festeggiare l’8 marzo, al Quirinale, davanti al presidente Sergio Mattarella. Che ricordo ha?
«Davanti a Mattarella e a sua figlia Laura. Due sguardi comunicativi che racchiudevano buona società, buona politica, i buoni propositi di un Paese, un futuro migliore. Me li sono portati sempre con me».