corriere.it, 4 giugno 2026
Rubio commemora il massacro di Tienanmen: furia di Pechino. Che vieta alle madri delle vittime anche di andare al cimitero
Sono passati 37 anni dalla notte tra il 3 e il 4 giugno 1989, quando all’Esercito popolare di liberazione cinese fu ordinato di sparare sul popolo a Pechino. Il massacro di piazza Tienanmen è ancora un tabù coperto dal segreto di Stato, una forma di amnesia collettiva imposta ai cinesi. Questo 4 giugno, la polizia ha vietato alle famiglie dei caduti di visitare il cimitero di Pechino per ricordare i loro figli e nipoti. Quei giovani falciati dal fuoco delle mitragliatrici e schiacciati dai cingoli dei carri armati solo perché avevano chiesto un governo più decente devono essere rimossi dalla memoria collettiva, perché il Partito comunista non è disposto a fare i conti con la storia.
La portavoce del Ministero degli Esteri questa mattina ha risposto con estrema durezza al Segretario di Stato americano Marco Rubio, che ieri ha detto che per quanto forte «la censura non potrà mai cancellare il passato, il ricordo delle migliaia di manifestanti pacifici attaccati dall’esercito per ordine del Partito comunista. Coloro che si sono sacrificati per difendere i loro diritti inalienabili di libera espressione e riunione pacifica saranno vendicati, un giorno». Il commento di Rubio rispecchia dichiarazioni fatte alla vigilia di ogni anniversario del massacro, ma le parole di quest’anno suonano come un tentativo di riequilibrare la posizione americana dopo che il mese scorso il presidente Trump ha esaltato la leadership di Xi Jinping, ignorando ogni richiamo ai diritti umani.
Ecco perché Mao Ning, direttrice del Dipartimento informazione degli Esteri oggi ha replicato con vemenza alla dichiarazione di Rubio: «Le osservazioni errate formulate dalla parte statunitense distorcono i fatti storici, diffamano il sistema politico e il percorso di sviluppo della Cina e costituiscono un’ingerenza negli affari interni del Paese». La signora ha concluso che nessuno può «interferire negli affari interni della Cina con il pretesto della democrazia e dei diritti umani».
Il divieto alle famiglie di recarsi privatamente, senza alcun clamore al cimitero per ricordare i giovani caduti a Tienanmen appare come un ulteriore inasprimento della strategia dell’amnesia. Amnesty International osserva che in passato le Madri di Tienanmen avevano potuto almeno visitare le tombe, pur sotto la stretta sorveglianza della polizia.
Zhang Xianling, una Madre di Tienanmen che perse il figlio di 19 anni in quella notte di sangue del 1989. La donna, che oggi ha 89 anni, ha detto a Radio Free Asia di aver ricevuto un monito dall’Ufficio di Sicurezza di Pechino che le ha imposto di non andare al cimitero di Wanan: «Dal 28 maggio ci sono agenti al cancello del comprensorio dove abito e altri due all’ingresso del palazzo e tre macchine fuori». Il figlio della signora Zhang si chiamava Wang Nan, aveva appena finito il liceo nella primavera del 1989, quando i giovani cominciarono a occupare Tienanmen. Non volevano rovesciare il governo, ma ottenere riforme liberali. Il Partito li tollerò per settimane, poi temette di essere esautorato e ordinò la repressione: «Bisogna uccidere coloro che debbono essere uccisi, condannare coloro che debbono essere condannati», stabilirono Deng Xiaoping e i suoi compagni. Centinaia, più probabilmente migliaia di cittadini inermi furono massacrati il 4 giugno.
Tra questi Wang Nan, caduto a un incrocio poche decine di metri a Nord della Grande Sala del Popolo dove a metà maggio Xi Jinping ha accolto con tutti gli onori Donald Trump. Wang era in motorino e fu colpito alla fronte da una pallottola, secondo un elenco delle vittime raccolto da Human Rights in China. I soldati lo seppellirono con molti altri compagni in una fossa comune, ma le forti piogge di fine giugno svelarono i corpi. La famiglia potè recuperare i resti del ragazzo, li cremò secondo la tradizione e depose le ceneri nel cimitero di Wanan.