Corriere della Sera, 4 giugno 2026
Wim Wenders: «Ritiro il film, scuse a Kinski»
Nastassja Kinski ha vinto la sua battaglia dopo più di dieci anni. Wim Wenders, l’acclamato regista tedesco che venerdì scorso aveva ricevuto il premio alla carriera a Berlino, ritira il film «Falso movimento» da tutte le piattaforme di streaming. Kinski aveva 13 anni quando lo girò, era il 1975. Interpreta l’adolescente muta Mignon, e compare in una scena nuda, solo con le mutandine, mentre il protagonista, lo scrittore vagabondo prima la schiaffeggia e poi si sdraia in slip accanto a lei, cominciando ad accarezzarla. La scena dura due minuti, con i lentissimi piani sequenza di Wenders.
È almeno dal 1997 che Nastassja Kinski ha ripudiato quelle immagini con sé bambina: «Se avessi avuto qualcuno che mi proteggesse, o se avessi avuto maggiore sicurezza in me stessa, non avrei accettato certe cose. Le scene di nudo. E interiormente tutto questo mi stava distruggendo». Ha passato gli ultimi dieci anni in una battaglia legale, con lettere e controrepliche con Wenders, che si è sempre rifiutato di incontrarla («la questione non esiste», disse nel 2016). Finché la scorsa settimana, quando all’ottantenne regista è stato conferito il Deutscher Filmpreis alla carriera, è stato proprio lui ad aprire il tema: «Aiutatemi, non posso portare questo fardello da solo». La valanga è partita tra gli applausi, e poi l’ha travolto.
Ieri la Fondazione Wim Wenders ha accolto tutte le richieste di Nastassja Kinski. «Le piattaforme di streaming, le emittenti televisive e i distributori sono stati invitati a non rendere più accessibile al pubblico il film». Wenders chiede scusa: «Essendo l’unico tra i responsabili di Falso movimento ancora in vita, riconosco che all’epoca Nastassja Kinski avrebbe dovuto essere protetta meglio. Per questo ti chiedo scusa, Nastassja, senza se e senza ma».
La sfida di Kinski è partita in modo deciso, mirato, proprio alla vigilia del premio cinematografico. In un’intervista alla Suddeutsche Zeitung, accompagnata dall’avvocato, ha ripercorso la sua battaglia. «Era il mio primo film, lui il mio primo regista, e non mi ha protetta». Ha ricordato che la mamma quel giorno era assente dal set, che non era preparata a doversi spogliare. Che la scena fu ripetuta, perché lei andava in bagno a piangere. «Ma lo tenevo nascosto: all’epoca ero molto riservata». Alla domanda se sapesse che si trattava di una scena sessuale, ha detto: «All’epoca non usavamo la parola sesso. Direi che capivo che mi metteva molto a disagio».
In questa tenaglia, sotto pressione, si è trovato Wim Wenders venerdì. E in modo inatteso l’ha affrontata pubblicamente, ammettendo che oggi non girerebbe più la scena allo stesso modo, sebbene all’epoca gli sembrasse essenziale. «Oggi le sensibilità sono cambiate, viviamo in un mondo diverso da mezzo secolo fa». Poi però ha chiamato in concorso di colpa il mondo del cinema intero, allargando il discorso: «Come gestire il patrimonio cinematografico? Possiamo e dobbiamo tagliare una scena che ha fatto male a un’attrice che ho ammirato e ammiro? Non voglio portare il fardello da solo. Questo aprirebbe la strada al taglio di altre scene di molti altri film».
È stato accontentato: una pioggia di reazioni. La sensibilità mutata non risparmia il genio o il mostro sacro, ha capito Wenders. E non conta che i due siano rimasti a lungo in rapporti amichevoli, che insieme abbiano girato «Paris Texas», o «Così lontano così vicino». Conta, per tanti, che una donna può chiedere di eliminare dalle visioni future una scena erotica, di abuso, che ha girato senza capirlo quand’era bambina.
«In fondo è un regalo a Wenders», scrive la Süddeutsche Zeitung, «può operare l’ultimo Director’s Cut», il taglio finale: decidere che fare di Falso movimento. Che resta nelle cineteche, e non sulle piattaforme. «Solo dopo – scrive Wenders – anche se dovesse richiedere molto tempo, e dopo aver trovato una soluzione condivisa, concordata anche con Nastassja Kinski, renderemo nuovamente disponibile il film».