Corriere della Sera, 4 giugno 2026
Intervista a Giuseppe Lauria Pinter
Giuseppe Lauria Pinter, 61 anni, è direttore scientifico dell’Istituto neurologico Carlo Besta di Milano, eccellenza internazionale di tutto quello che ha a che fare con la testa. Insegna alla Statale di Milano ed è membro del Consiglio superiore di Sanità.
Professore, perché due cognomi?
«Uno è di mia mamma, Francesca Pinter, ex insegnante di 85 anni che gioca ancora a tennis tutte le settimane. Perse il padre molto giovane e ha solo una sorella. Per lei, noi figli abbiamo desiderato aggiungere anche il suo cognome. Siamo stati tra i primi in Italia».
Suo padre cosa faceva?
«Anche lui insegnante, poi funzionario del Provveditorato di Belluno, dove sono nato e cresciuto».
Pensavo fosse di Ronch.
«No, a Ronch di San Tomaso Agordino abbiamo una casa affacciata al monte Civetta. Mia moglie Carla ed io l’abbiamo comprata molti anni fa, ci andiamo in inverno ed estate con i nostri figli, Pavel e Vladimir».
Come mai nomi russi?
«Perché sono nati in Russia. Li abbiamo adottati. Il grande ha 25 anni, il piccolo 19. Ricordo l’ultima parola che hanno detto in russo: il piccolo pauk, significa ragno; il grande sobaka, cane».
Pure sua moglie è medico?
«Dirige il reparto di Neurologia al San Carlo di Milano».
Ha sempre voluto fare il medico?
«Sì, a parte una sbandata per l’archeologia in terza elementare. Mi sono laureato a Padova e ho preso la specializzazione a Ferrara, dove ai tempi c’era una grande scuola di neurofisiologia diretta da Domenico De Grandis».
È stato anche negli Usa, alla Johns Hopkins University.
«Sì, tempi analogici, mandando fax a Jack Griffin, un mito scomparso troppo giovane, e dopo un’intervista telefonica. Avevo appena conosciuto Carla a un congresso a Ferrara, lei doveva andare a Glasgow e io rilanciai: cosa vai a fare lì? Vieni con me in America. L’andai a prendere all’aeroporto di Baltimora con un mazzo di tulipani gialli».
L’impressione è che malattie neurodegenerative come la demenza siano aumentate. È perché invecchiamo di più?
«L’Alzheimer aumenta con l’invecchiamento, ma non direi che ci siano grandi differenze in termini di impatto epidemiologico rispetto al passato. È migliorato il modo di diagnosticarla in fase precoce. Ma sono anche stati identificati fattori di rischio che, con adeguati investimenti in programmi di prevenzione, potrebbero ridurle fino al 40%».
E i tumori al cervello?
«Neanche. Sono tumori rari. Al Besta abbiamo progetti di ricerca promettenti che siamo riusciti a portare dal laboratorio alla sperimentazione clinica».
Quale è il suo ambito di ricerca al Besta?
«Le malattie del sistema nervoso periferico e la Sla».
A Stanford e Berkeley hanno dimostrato che impiantare elettrodi nel cervello migliora la capacità di un malato di comunicare con il mondo esterno. Lo fate anche voi?
«Lei fa riferimento a programmi che grazie allo sviluppo di interfacce cervello-computer fanno recuperare la capacità di verbalizzare i pensieri a persone che non sono più in grado di farlo a causa di danni cerebrali permanenti. Con la tecnologia restituiscono in parte funzioni perdute. Risultati fantastici con prospettive enormi. Al Besta giochiamo un’altra partita».
Provi a spiegare.
«In generale, i nostri programmi di ricerca hanno l’obiettivo di contribuire a definire una nuova classificazione delle malattie neurologiche attraverso la biologia. Comprendendo i meccanismi che le causano, cerchiamo terapie per curarle».
Cosa cambia per il malato?
«Le faccio l’esempio della Sla, grave malattia neurodegenerativa, che significa sclerosi laterale amiotrofica. La definì così a metà dell’800 Charcot, il capostipite di tutti i neurologi, notando all’autopsia di alcuni pazienti con amiotrofia, cioè atrofia dei muscoli, anche la sclerosi delle regioni laterali del midollo spinale, dove passano le vie motorie. Negli ultimi 40 anni, nessun farmaco sperimentato ha dimostrato una sufficiente efficacia clinica. A mio avviso, è in parte conseguenza del fatto che i pazienti sono affetti da forme biologicamente diverse di una malattia che però viene sostanzialmente trattata come fosse la stessa per tutti».
E non è così?
«Non credo. Alcuni pazienti hanno una malattia che interessa principalmente i muscoli che servono per parlare, per deglutire. Altri sviluppano forme che coinvolgono i muscoli degli arti, altri i muscoli toracici. Solo in pochi, circa il 15%, la causa è l’alterazione di un gene. La malattia poi progredisce, ma le prospettive di vita possono cambiare di molto da una forma all’altra. Quando riusciremo a capire meglio perché delle cellule con lo stesso nome, motoneuroni, iniziano ad ammalarsi in modo diverso, capiremo come intervenire su pazienti in cui la malattia si presenta in un certo modo».
Medicina personalizzata.
«Esatto. In oncologia, la sottoclassificazione dei tumori ha fatto scoprire cure mirate per i pazienti».
In Italia quanti sono i malati di Sla?
«Intorno a 4.500. L’incidenza è di 2 su 100 mila».
Si può fare prevenzione?
«Non per la Sla. Esordisce per ragioni per lo più ignote, prevalentemente in età adulta. Il nostro centro al Besta vede oltre 300 pazienti all’anno, molti anche giovani».
Dall’esame del Dna si può scoprire la predisposizione?
«L’esame genetico è parte di un percorso al termine del quale una persona sana può decidere di sapere se ha l’alterazione genetica che ha causato la malattia di cui è affetto un suo familiare».
Un cittadino italiano gravemente malato ha diritto al suicidio assistito a casa sua?
«Che sia un diritto lo hanno stabilito le sentenze della Corte costituzionale».
Si va avanti per sentenze, ma la legge ancora non c’è.
«È una lacuna gigante».
Crede in Dio?
«No. Ma ho un profondo rispetto per chi ha la fede».
Parliamo del Neuralink di Elon Musk?
«Se proprio vuole...».
La lascia perplesso?
«Non mi pare stiano facendo ricerche rivoluzionarie».
L’intelligenza artificiale?
«La stiamo utilizzando in vari modi, anche per la valutazione di pazienti con il Parkinson. In Germania, per esempio, è utilizzata in modo intenso in radiologia».
Non sembra convinto.
«La capacità analitica di questi algoritmi è decisamente superiore a quella umana e la loro evolutività è stupefacente. Vorrei solo che sull’AI si desse più spazio pubblico ai veri esperti e meno a chi ne propone usi in sanità sulla base di conoscenze non sempre solide».
È ambizioso?
«Penso di essere soprattutto fortunato. Ho usato il mio tempo per cercare di diventare un buon neurologo e un buon ricercatore. Gli obiettivi sono arrivati come combinazione delle due cose».
Quale incarico l’ha emozionata di più?
«Quello di direttore scientifico del Besta. Sono stato inizialmente incerto se presentarmi o no al concorso. Avrei potuto perderlo, l’ho vinto».
Non è vero che gli incarichi sono già assegnati prima?
«Nel nostro Paese, l’accesso al pubblico impiego è determinato da un concorso. Penso che per alcune posizioni di particolare responsabilità e temporanee, ad esempio i primari, dovrebbero cambiare le regole di selezione. Dovrebbe esserci un’assunzione di responsabilità da parte degli organi di gestione di un ospedale a stabilire che una persona è più adatta di un’altra per quel ruolo, in quel posto e in quel contesto regionale o nazionale. Su questo e altro si dovrebbe aprire una discussione politica e tecnica utile alla sanità pubblica, invece dell’abituale retorico sdegno».
La speranza è una grande alleata nella malattia. Come si alimenta in chi ha la Sla?
«È complicato. Si parla con le persone, si lavora sulla qualità dell’assistenza. Un buon modo è rispondere sempre alle loro domande».
Ha mai pianto per un paziente?
«No».
Come riesce a proteggersi un medico che comunica una diagnosi infausta?
«Trovando un equilibrio con sé stesso».