Corriere della Sera, 4 giugno 2026
Il Super El Niño preoccupa il mondo
Gli scienziati hanno ormai pochi dubbi: tra settembre e il prossimo gennaio le probabilità che si formi quella particolare situazione atmosferica chiamata El Niño arrivano al 95%. L’unica incertezza è se sarà un super El Niño (35%), un forte El Niño (35%) oppure una sua forma moderata (15-20%) o debole (5-10%). Non si esclude (40% di probabilità) anche una sua formazione precoce tra agosto e ottobre in modalità combinata forte o super. I modelli meteo puntano tutti verso un riscaldamento dell’acqua superficiale del Pacifico equatoriale orientale tra 2,4 e 3,1 gradi. Tutto ciò ha un solo significato: andiamo verso un super El Niño.
Il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres ha detto che El Niño «getterà benzina sul fuoco di un mondo che si sta già riscaldando». L’Organizzazione meteorologica mondiale ha riferito che il precedente El Niño del 2023-2024 ha contribuito a portare il 2024 in cima alla lista degli anni più caldi di sempre.
Il riscaldamento ciclico delle acque superficiali dell’oceano Pacifico orientale lungo la costa equatoriale del Sudamerica viene chiamato El Niño. I pescatori peruviani lo avevano così chiamato – El Niño in spagnolo significa Gesù Bambino —, perché si verificava ogni 5-8 anni intorno al periodo natalizio. Un tempo si pensava che fosse un fenomeno esclusivamente locale, ma i climatologi hanno riscontrato che El Niño in realtà influenza il clima in quasi tutto il pianeta, con conseguenze pure nell’area europea e mediterranea sebbene si trovino a oltre 10 mila chilometri di distanza dalle coste del Perù. Anche perché, è stato verificato, durante El Niño aumentano le emissioni di anidride carbonica dalle foreste equatoriali, facendo salire le temperature globali e, di conseguenza, favorendo anche il ritorno di El Niño in tempi sempre più ravvicinati. Il gatto che si morde la coda o, come dicono gli scienziati, un classico esempio di «feedback negativo». Non a caso, infatti, ogni nuovo El Niño è (quasi) sempre più forte e di maggiore durata rispetto al precedente.
El Niño si forma quando la temperatura superficiale del Pacifico orientale è di 0,5 °C superiore alla media per un periodo di tre mesi. Mezzo grado sembra poco, ma se si considera la grande massa d’acqua che viene riscaldata si ha un’idea dell’enorme accumulo di energia che viene creato. Il riscaldamento dell’acqua è innescato da un cambiamento della circolazione dei venti alisei nel Pacifico equatoriale: di norma soffiano da Est a Ovest, se la direzione si inverte l’acqua calda si accumula sulle coste del Sudamerica.
Gli effetti di El Niño non sono uguali in tutte le zone. In Amazzonia, Australia e Asia sud-orientale si instaura una condizione di siccità, al contrario in Cina, Africa centrale e Stati Uniti meridionali aumentano le piogge e diminuiscono le temperature. In India fa più caldo, così come in Brasile e in Giappone, le piogge monsoniche indiane attese per la coltivazione del riso sono più deboli. Diminuisce l’attività degli uragani atlantici, mentre aumentano i tifoni del Pacifico. E da noi?
«Il legame tra El Niño e il clima europeo è meno diretto», spiega Mattia Gussoni, climatologo di iLMeteo.it. «Un super El Niño tende a spingere in estate l’anticiclone africano più a Nord. El Niño è un moltiplicatore di estremi e, sovrapponendosi al riscaldamento globale, rende le ondate di calore più feroci e tenaci anche in Italia. Nel 2027 la stagione estiva potrebbe presentare temperature molto elevate e un Mediterraneo che immagazzina un’enorme quantità di calore trasformandosi in un serbatoio di energia per il successivo autunno con la minaccia di piogge e alluvioni».