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 2026  giugno 04 Giovedì calendario

Droni ucraini colpiscono San Pietroburgo durante la "Davos russa"

L’umiliazione più grave per Vladimir Putin ha il colore grigio-scuro delle volute di fumo dalle basi militari e dalle raffinerie che bruciavano alle porte di San Pietroburgo ieri mattina. È il sapore amaro della sconfitta: le contraeree russe non sono riuscite ad abbattere i droni ucraini, che hanno percorso oltre mille chilometri per colpire con precisione a meno di 20 chilometri dai padiglioni decorati a festa del Forum Economico Internazionale nella seconda città del Paese.
Visto da Kiev è un tempismo perfetto: poche ore dopo il fragore delle esplosioni si è aperta la tre giorni di incontri con 20.000 ospiti da oltre 130 Paesi. Il discorso di Putin è previsto per domani. Ci sono le delegazioni cinesi, indiane, africane, particolarmente attesa è quella saudita. Anche Donald Trump, in barba al boicottaggio contro il Cremlino concordato con i partner europei, ha mandato una sua rappresentanza a questa «Davos russa», com’è soprannominata per registrare l’aspirazione del regime di replicare in proprio il forum economico mondiale in Svizzera. La guida quello stesso Rodney Mims Cook che dirige i lavori per la controversa sala da ballo alla Casa Bianca.
Non è difficile immaginare l’imbarazzo del Cremlino. Soltanto il 9 maggio si erano dovuti ridurre al minimo i festeggiamenti per la tradizionale parata annuale della «grande vittoria nella Guerra Patriottica» nel timore di attacchi ucraini alla Piazza Rossa. Volodymyr Zelensky ne aveva approfittato per limitare i raid quel giorno, dichiarando che «permetteva» a Putin di fare la sua manifestazione. Così la tradizionale esaltazione della potenza militare russa, figlia diretta della vittoria contro il nazifascismo nel 1945, si era trasformata in una grave manifestazione di impotenza. E adesso il fallimento diventa ancora più plateale. Il regime di Mosca necessita di allargare i suoi rapporti economici per finanziare la guerra che si protrae troppo a lungo e per battere l’isolamento imposto dal fronte della Nato. Ma ora è proprio il caso di dire che oltre al danno c’è la beffa mirata a evidenziare le debolezze crescenti del presidente russo, che lanciando l’invasione del 24 febbraio 2022 era convinto di poter eliminare Zelensky e asservire l’intera Ucraina nell’arco di poche settimane. Oltretutto San Pietroburgo è la città natale di Putin: oggi Zelensky gli rende pan per focaccia dopo le decine e decine di attacchi russi contro la sua casa natale a Kryvyi Rih. Ieri bruciava la zona portuale, anche l’aeroporto internazionale è stato chiuso per diverse ore, scompigliando l’arrivo delle delegazioni straniere. I droni ucraini hanno attaccato in contemporanea il porto militare di Kronstadt, sede storica della flotta del Baltico, causando tra l’altro un incendio a bordo di una corvetta lanciamissili. Bombardata anche una fabbrica di armi nella regione di Tambov, a 600 chilometri dal confine ucraino.
I nuovi raid ucraini avvengono 24 ore dopo la notte di bombardamenti russi su Kiev e Dnipro, che hanno causato la morte di almeno 23 civili e il ferimento di oltre 150. Altre tre vittime sono state registrate ieri nel Donbass. Zelensky commenta a caldo, spiegando che «i raid su San Pietroburgo sono una giusta risposta agli attacchi di Mosca» e che le azioni di questo tipo «sono destinate ad aumentare». Ma aggiunge anche di essere pronto a negoziare «personalmente» con Putin. Il Cremlino ribadisce che i suoi bombardamenti saranno «sempre più sistematici». A fronte dell’aggravarsi della spirale di guerra, Germania, Francia e Gran Bretagna cercano di correre ai ripari rilanciando un’iniziativa di pace con Mosca. Lo rivela l’agenzia Bloomberg, spiegando che la mossa è concordata con Kiev.