Corriere della Sera, 4 giugno 2026
Studente diretto a Roma fermato dall’Idf. L’ambasciatore di Israele contro Tajani sul Libano
Le «divergenze» sono dovute al fatto che il ministro degli Esteri italiano non avrebbe la stessa sensibilità di fronte alle sofferenze della comunità israeliana come invece traspare dalle sue parole per il popolo libanese. È l’ambasciatore israeliano a Roma Jonathan Peled, conversando con i giornalisti, a riaprire la polemica con il titolare della Farnesina Antonio Tajani.
Ma l’Italia resta al centro, almeno indirettamente, di un altro caso. L’Idf rende noto di aver arrestato martedì al valico di Kerem Shalom Mahmoud Al Najjar, definendolo «un miliziano della brigata nord di Hamas che ha preso parte al massacro del 7 ottobre 2023». Al Najjar sarebbe nell’elenco degli studenti palestinesi giunti martedì a Roma dalla Striscia e diretto all’università di Tor Vergata.
Sul fronte libanese, mentre un nuovo cessate il fuoco è entrato in vigore ormai da più di tre giorni, sale a 3.516 il bilancio delle vittime in Libano, di questi 48 solo nelle ultime 24 ore. Tradotto, si continua a combattere. Se Hezbollah rivendica un attacco contro una base militare nell’estremo Nord di Israele, l’aviazione israeliana ha continuato a colpire il Libano.
A conferma del fatto che il campo racconta un’altra storia rispetto al tavolo diplomatico, il capo di stato maggiore dell’esercito israeliano, Eyal Zamir, ha dichiarato come non ci sia «nessun cessate il fuoco» nel Libano meridionale. Diverso è l’auspicio del segretario di Stato americano Marco Rubio che, rivolgendosi al Congresso, auspica una dichiarazione congiunta sulla cessazione delle ostilità. Lo stesso Rubio ha sostenuto che gli Stati Uniti sono intervenuti nei giorni scorsi per evitare un’escalation attorno a Beirut, definendo Hezbollah «un nemico del Libano e del suo governo».
Secondo fonti di stampa americane a Washington, le parti non discutono però solo di una proroga di una tregua con diverse opzioni sul tavolo per le diverse zone coinvolte, Beirut compresa. I colloqui in corso – affermano le fonti – puntano anche a un’intesa più ampia: fine dello stato di guerra, monopolio delle armi allo Stato libanese e nessun riconoscimento di zone cuscinetto israeliane. In questo contesto, diverse parti stanno lavorando per convincere Washington che, per evitare una nuova guerra civile, più del disarmo di Hezbollah sia più auspicabile attuare il principio del «contenimento», un approccio proposto dal Cairo, in coordinamento con Riad e Doha, e che si allinea a una proposta avanzata da Londra su modello dell’Irlanda del Nord.
Sul terreno intanto raid di droni e bombardamenti hanno colpito località nei distretti di Nabatiye, Marjayoun, Bint Jbeil e Saida. Si è aperto poi un nuovo scontro politico attorno all’ospedale pubblico di Tebnin, nel distretto di Bint Jbeil. Israele ha accusato la struttura di essere controllata da Hezbollah, mentre il ministero libanese della Sanità ha respinto le accuse definendole «fabbricazioni e menzogne» e una «grave minaccia» contro una struttura civile. Secondo Beirut, l’ospedale di Tebnin è l’unica struttura ospedaliera pubblica ancora in grado di garantire servizi medici a gran parte della popolazione del distretto di Bint Jbeil, una delle aree più colpite dai continui bombardamenti israeliani nel Sud del Libano.