Corriere della Sera, 4 giugno 2026
Droni iraniani colpiscono il Kuwait. La Camera boccia Trump sulla guerra
Il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran è ormai un filo sottilissimo. E tutto proprio nel giorno in cui la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato una risoluzione che ordina il ritiro delle truppe americane dalla guerra in Iran. Un duro colpo politico per il presidente Usa, che ha dato inizio al conflitto a febbraio. La risoluzione, adottata con quattro membri del Partito Repubblicano di Trump che si sono uniti ai democratici, è in gran parte simbolica, poiché il presidente può porre il veto sul provvedimento se dovesse ottenere l’approvazione del Senato.
Tornando sullo scenario della guerra, dopo gli scambi di colpi dei giorni scorsi, ieri mattina prima dell’alba un raid coordinato di droni iraniani d’assalto ha preso di mira il principale aeroporto internazionale del Kuwait e ridotto in fiamme e macerie l’affollato terminal passeggeri, quello dove transitano uomini d’affari e famiglie. I video sui social mostrano schegge di vetro e soffitti sventrati: è l’attacco più devastante dal 7 aprile, quando è scattata la tregua, il primo mortale. Ha perso la vita un indiano residenti nella regione, sessanta i feriti. Lo scalo, che aveva ripreso pienamente la sua attività un mese fa dopo i precedenti attacchi, ha dovuto sospendere di nuovo i voli.
Poche ore dopo, il Comando Centrale statunitense (Centcom) ha intercettato altri vettori diretti nel vicino Bahrein. Gli ayatollah hanno confermato l’azione.
I diplomatici iraniani hanno accusato questi due Paesi del Golfo di permettere a Washington di usare il loro territorio per «azioni aggressive contro l’Iran». Il Kuwait ha negato, annunciando l’espulsione di due membri dell’ambasciata iraniana.
Nelle stesse ore gli Stati Uniti rivendicavano un raid contro una stazione di controllo militare sull’isola di Qeshm, al largo delle coste iraniane. È uno dei nervi del sistema di sorveglianza di Teheran sullo stretto di Hormuz. Teheran lo cita subito come casus belli, il pretesto per la raffica di missili successiva. Sotto tiro sono finite una nave collegata a Usa e Israele, una base aerea in Kuwait e il quartier generale della Quinta Flotta statunitense in Bahrein.
Furiosa la reazione del capo negoziatore iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf: Teheran risponderà a qualsiasi attacco, ha ammonito. Tuttavia, nonostante la violenta escalation, entrambe le superpotenze dichiarano che i canali negoziali restano aperti. Per Trump «i colloqui con l’Iran potrebbero chiudersi nel fine settimana». «Siamo molto vicini alla firma», ha assicurato, ribadendo che l’Iran «ha già accettato che non avrà armi nucleari», mentre Teheran ha sempre dichiarato di volersi limitare al nucleare civile. Il presidente Usa ha aggiunto che «gli piacerebbe incontrare» la Guida Suprema Mojtaba Khamenei «coinvolto» nelle decisioni di Teheran, nonostante non appaia in pubblico da marzo.
Il segretario di Stato Marco Rubio sostiene che un accordo formale potrebbe arrivare a giorni. Teheran pone una condizione invalicabile: qualsiasi intesa dovrà includere anche il dossier sul Libano. Il legame indissolubile con Hezbollah complica la strategia diplomatica dell’amministrazione Trump. Rubio ha chiarito che l’operazione americana Epic Fury, lanciata il 28 febbraio, non puntava al cambio di regime ma a degradare lo scudo difensivo iraniano di missili e droni che proteggeva il programma nucleare. Sullo sfondo restano però le vecchie dichiarazioni del tycoon, che incitavano il popolo iraniano a rovesciare il governo.
La situazione si complica ulteriormente a causa delle evidenti crepe nell’asse tra Washington e Tel Aviv. Il premier Benjamin Netanyahu ha ammonito ieri che l’Iran sta «giocando con il fuoco»: «Israele è pronto e le forze americane sono pronte» a riprendere le ostilità «con la forza» se necessario, ha avvertito. Tuttavia, i rapporti tra i due leader rimangono tesi. Trump ha ammesso ieri con il New York Post di aver definito «pazzo» l’alleato israeliano durante una telefonata molto tesa. Il dissidio è nato dalla frustrazione del presidente americano per la gestione militare israeliana dei combattimenti in Libano. Netanyahu ha minimizzato, parlando di divergenze tattiche superabili, ma l’asse occidentale appare oggi meno compatto.
Intanto la pressione economica e militare di Washington nell’area resta asfissiante con enormi danni logistici. Dal 13 aprile, il blocco navale americano a Hormuz ha deviato 125 navi commerciali e ne ha messe fuori uso sei.