La Stampa, 3 giugno 2026
Orlando Pizzolato parla di corse e maratone
Ci sono vite che si misurano in anni e altre in chilometri. Quella di Orlando Pizzolato supera i 150 mila. Basta aprire il suo database – nomi, tempi, tabelle di allenamento, sensazioni annotate con una precisione quasi maniacale – per ritrovare mezzo secolo di corsa italiana. «Ho scritto tutto dal 1972, da quando avevo 14 anni», racconta rovistando tra i taccuini ingialliti che ancora conserva sulla scrivania. Dentro ci sono allenamenti, distanze, fatiche, ma soprattutto pezzi di vita.
Due volte vincitore della Maratona di New York, nel 1984 e nel 1985, Pizzolato è stato l’italiano che gli americani non riuscivano a pronunciare e che finirono per ribattezzare “Pizzowhat”. Un soprannome nato quasi per caso, mentre lui staccava tutti lungo le avenue di Manhattan sotto un caldo soffocante. Oggi, a più di quarant’anni da quei trionfi, continua ad allenare e a ragionare da maratoneta: prudenza, metodo, interpretazione dei segnali del corpo. «Il computer mi aiuta nei calcoli – dice – ma il vero lavoro resta capire le persone».
Conclusa la carriera agonistica, nel ’92, Pizzolato si è messo ad allenare podisti. «Non uso tantissima tecnologia. Parto sempre da fogli Excel che mi sono costruito io».
Quante persone segue?
«Una sessantina, quasi tutti amatori. Il numero cala dopo le maratone primaverili e risale in luglio. Da un anno collaboro con Massimo Magnani nella preparazione di atleti di vertice come Iliass Aouani, (bronzo ai Mondiali nel settembre scorso a Tokyo, ndr).
Magnani è quello che le prestò le scarpe a New York?
«Sì, nel 1984. Le mie erano ormai “spente”, poco reattive. Mi facevano venire male alle gambe nelle sedute veloci. Massimo era il mio compagno di allenamento. Mi disse: “Prova queste”. Erano strette per lui, ma perfette per me. Mi trovai subito benissimo».
Più che trovarsi bene fu un trionfo.
«Quelle scarpe diventarono quasi uno stimolo in più. Mi davano sensazioni perfette. Non erano certo le supercalzature di oggi, ma allora sembravano ideali».
Il segreto di quel successo?
«I favoriti partirono troppo forte. Io venivo dal 27º posto dell’anno precedente, nessuno mi considerava. Fui prudente nella prima parte perché faceva molto caldo, poi dal 16° chilometro attaccai e presi un bel vantaggio. C’è un detto, che è sempre valido: “la maratona la vince chi muore più tardi"».
Come è nata la storia di Pizzowhat?
«Un giornalista americano si accorse che in testa c’era un italiano, tale Pizzo… Ma non ricordava il nome completo. Uno chiese “Pizzowhat”, e da quel momento il soprannome mi è rimasto attaccato».
L’anno successivo, quando andò a vincere, la pressione era diversa.
«Ero più conosciuto e avevo maggiori responsabilità. Ma il mio avversario principale era molto più forte di me. La differenza la fece la gestione della gara: New York va corsa con intelligenza».
Immagini un suo allievo alla partenza: che cosa gli raccomanderebbe?
«Abbi rispetto della distanza. Non basta dire “voglio stare sotto le tre ore”. Contano il clima, la gestione energetica, la testa. La maratona la vince il più bravo, non il più veloce».
Che cosa ricorda dell’edizione 1984?
«Una grande sofferenza. Mi ero anche fermato brevemente per riprendermi dal mal di stomaco. Ma ero meno stanco degli altri, questa è la grande differenza. Mentre li sorpassavo vedevo che erano in crisi. Il vantaggio accumulato nella prima parte mi tornò utile nel finale a Central Park. Finii in due ore e 14 minuti, un tempo alto giustificato dal caldo umido inatteso. Si correva il 28 ottobre, c’erano 26 gradi e una forte umidità».
Com’è cambiata la preparazione dai suoi tempi?
«Meno chilometri e più lavoro sul metabolismo degli zuccheri. E poi le scarpe: fanno risparmiare 3 minuti, il tempo di un chilometro, e consentono a molti atleti europei di competere a livello degli africani».
Le ha provate?
«Sì. In un primo momento faticavo a stare in piedi. Se sposti il peso da una parte e dall’altra, la scarpa ti accompagna. Quindi se ti sposti in avanti, la scarpa si sposta in avanti. E la velocità aumenta».
Le ha fatto impressione il primato del keniano Sebastian Sawe, primo uomo sotto il muro delle due ore in maratona?
«Era un risultato annunciato. In fondo si trattava di recuperare al precedente primato solo 31 secondi, meno di uno al chilometro. Dopodiché tutto è girato per il verso giusto. Sawe a Londra ha trovato la gara perfetta e il risultato gli ha dato ragione».
Che cos’ha Sawe di più rispetto a un umano?
«È un umano che sa dosare le energie e si allena seguendo le metodiche più aggiornate. La maratona è diventata un business. Sono arrivati a caricare l’organismo con una quantità di zuccheri tripla rispetto a una volta. È come dilatare il serbatoio della benzina. Sono stati fatti grandi passi avanti a livello scientifico».
Il primo premio a New York era una Mercedes: come l’ha portata in Italia?
«L’ho lasciata lì: tra l’avvocato da 500 dollari l’ora e le spese di trasporto, mi è convenuto venderla e tenermi in Italia la mia Fiat 127».
Che ricordi extrasportivi le ha lasciato l’esperienza newyorkese?
«L’ho vissuta in maniera rilassata, direi normale, ma qualcosa di speciale in una città così ti succede sempre. All’alba della vigilia sono andato a Central Park a sciogliere un po’ le gambe. Erano le 6, volevo percorrere gli stessi sentieri di Dustin Hoffman, che era famoso per il film Il maratoneta».
E c’è riuscito?
«Di più: mi sono girato e me lo sono trovato a pochi passi, praticamente da solo. Avevamo velocità e percorsi diversi, ma abbiamo fatto un pezzo di strada assieme, poi mi ha sorriso ed è rientrato a casa al Dakota Building, dove quattro anni prima era stato ucciso John Lennon».
La prima cosa che ha fatto dopo aver tagliato il traguardo?
«Ho cercato un telefono per chiamare a casa. Un under 30 oggi faticherebbe a capire il nostro modo di comunicare».
L’intelligenza artificiale aiuta nel suo lavoro?
«Io la uso, ma la metto in difficoltà. Può fare programmi discreti, però le manca l’esperienza, il colpo d’occhio. La tabella è la parte facile. Il difficile è capire davvero che cosa sta succedendo all’atleta».
È bello essere famosi a New York?
«Sì, ti regala un momento di celebrità. Ti salutano, ti chiedono un autografo… e ai miei tempi niente selfie ovviamente. È andata peggio in Italia. C’è stato uno che andava in giro dicendo di essere Pizzolato. L’avrei anche lasciato perdere, se non si fosse messo a raccogliere fondi. E poi non mi assomigliava nemmeno!».