Corriere della Sera, 3 giugno 2026
Parata militare? Sì, in Europa
Cinquant’anni fa quella del 2 Giugno era una parata rituale a contestare la quale c’erano solo gli antimilitaristi radicali di Marco Pannella e qualche piccolo gruppo di pacifisti. Poi per decenni quell’esibizione della nostra potenza militare fu soppressa. Finché, all’inizio del suo settennato, l’ha riportata in vita Carlo Azeglio Ciampi ma nelle forme attuali ad un tempo patriottiche, festose e prive di muscolarità. Anche se non può sfuggire il significato del fatto che reparti in divisa e non sfilino inquadrati e rivolgendo il saluto militare al capo dello Stato. Ci si potrebbe domandare: cosa c’entra una parata con la ricorrenza del giorno in cui l’Italia decise di darsi una forma repubblicana? Il significato è chiaro: una volta scelta la Repubblica, dobbiamo essere pronti, oggi come allora, a difenderla. In qualsiasi momento. Armi in pugno se necessario. E lo stesso discorso dovrà valere per la seconda Patria a cui abbiamo liberamente deciso di appartenere: l’Europa.
Domenica scorsa, in un’intervista a Paola Di Caro pubblicata su questo giornale, Guido Crosetto, ministro della Difesa (o, come lui preferirebbe si dicesse, «ministro della difesa della Pace») ha raccontato che anche nel suo schieramento c’è chi non capisce o non vuole capire quanto sia importante rispettare l’impegno preso dai Paesi aderenti alla Nato ad alzare fino al 3,5% del Pil per le spese militari.
Un impegno, ha precisato, che, al di là delle congiunture economiche, sarebbe giusto e «prudente» tenere nella doverosa considerazione. «Prudente», si badi bene. Prudente «per noi», ha specificato il ministro, «non per loro», gli altri Paesi. Del resto, si è domandato Crosetto, se gli altri Paesi europei (eccezion fatta per pochi casi) lo stanno facendo, «è possibile che siano tutti pazzi?».
La verità è che, anche se non lo abbiamo ancora annunciato ufficialmente, noi europei stiamo già organizzando un grande sistema di difesa comune che va ben oltre gli attuali confini Ue. Comprende, ad esempio, Gran Bretagna, Norvegia, Balcani e anche l’Ucraina. La quale Ucraina viene sì tenuta fuori dalla Ue perché è ancora in corso la guerra, ma anche, ha ammesso Crosetto, perché se entrasse in Europa provocherebbe una gravissima crisi nel settore agricolo.
Vero. Quest’ultima constatazione induce a fare i conti con la complessità del problema spostando l’attenzione dal dato militare a questioni di contesto. Il che porta ad ammettere con schiettezza che la costruzione del sistema di difesa europeo è destinata ad essere impopolare. Soprattutto in un Paese come il nostro che non confina con la Russia e ha pochi soldi da spendere. Diciamo meglio, che quasi non ne ha. Sicché tutti i nemici del sistema di difesa europeo (e qualche estimatore di Putin) avranno gioco facile a sostenere la tesi che le spese militari sono un oltraggio a quei settori della popolazione che versano in difficoltà. E che perciò sarebbe più opportuno destinare ogni centesimo alla costruzione di scuole, infrastrutture, ospedali. E infine che chi la pensa come il ministro è un «guerrafondaio», probabilmente interessato ai profitti che, direttamente o indirettamente, trarrà dal mercato delle armi.
È vero il contrario. Un sistema integrato di difesa europeo consentirebbe enormi risparmi e danneggerebbe il mercato delle armi che prospera nella situazione attuale. Ma è difficile che in un anno elettorale come quello che ci aspetta, qualcuno (eccezion fatta per pochi ardimentosi) abbia voglia di intrattenersi pubblicamente sui doveri imposti dal Rearm Eu (ridefinito, per togliere quel riferimento alle armi, Readiness 2030).
Ed è su questo che l’Europa potrebbe dividersi tra i Paesi nordici che, pur subendo anche loro i contraccolpi di cui si è detto, terranno duro e quelli come il nostro tentati dalla via più facile che poi è sempre quella della divagazione e del rinvio. Crosetto mostra di aver capito assai bene queste cose. Ma – non se ne abbia – sembra sia rimasto solo, isolato nel suo campo. L’opposizione (non tutta) e i suoi compagni di coalizione (quasi tutti) fanno finta di non capire quanto sarebbe importante un’operazione pedagogica che spiegasse come il tema degli armamenti non riguarda più l’Ucraina. Si è spostato dalla super bombardata Kiev ad un’Europa dronizzata e abbandonata da Donald Trump al suo destino. Costretta paradossalmente ad imparare dall’Ucraina l’arte di fare da sé.
Gioverebbe forse che, in tempi come questi, le parate militari, pur nella forma italiana di festa di popolo, avessero carattere europeo e si svolgessero a turno nelle capitali del continente. Alla presenza dei capi di Stato e di governo di tutti i Paesi. Festeggeremmo in questo modo, prima ancora che venga al mondo, l’esercito europeo. Come se fosse già nato. E lo dovremmo fare scegliendo una data che riporti alla memoria una qualche tappa della storia di un’Europa inequivocabilmente libera e democratica. Dovrebbe essere una parata sobria, senza missili, carri armati o altre armi sofisticate. D’una manifestazione del genere conterebbe più il sottinteso che l’esibizione di potenza. E stavolta, c’è da giurarci, sarebbero presenti anche gli eredi di Pannella e di quegli antimilitaristi d’antan che nel frattempo si sono resi conto di quanto sia importante la difesa delle nostre democrazie.