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 2026  giugno 03 Mercoledì calendario

Netanyahu, alle strette, è costretto a obbedire agli Usa

La telefonata durissima raccontata da Axios e il cessate il fuoco annunciato da Donald Trump in Libano hanno ridisegnato, in poche ore, il rapporto fra Washington e Benjamin Netanyahu. Il premier israeliano non può ignorare Trump, ma non può neppure permettersi di apparire come un leader che esegue. Per questo, dopo circa due ore di silenzio dal post su Truth, ha evitato lo scontro diretto con la Casa Bianca ma ha rilanciato, avvertendo che Israele avrebbe comunque colpito Beirut se Hezbollah non avesse fermato gli attacchi sul Nord del Paese. Il messaggio è stato doppio: obbedire, senza darlo troppo a vedere. Non a caso, mentre calibra la risposta a Washington, continua a ribadire la linea della massima pressione su Teheran: ha detto che il regime iraniano «sparirà dalla scena mondiale» e che Israele non permetterà all’Iran di dotarsi di armi nucleari.
È questo il passaggio in cui si trova oggi Bibi. Per anni lui e Trump si sono costruiti come figure speculari: leadership personalistica, linguaggio di rottura, insofferenza per vincoli e mediazioni. Dopo l’attacco israelo-americano contro l’Iran del 28 febbraio, i loro destini si sono legati ancora di più. Ma proprio qui sta il punto: più il rapporto è stretto, meno Netanyahu è davvero libero. Se Trump decide che ora serve una tregua, il premier israeliano può irrigidire i toni, prendere tempo, alzare il prezzo politico, ma gli è molto più difficile opporsi apertamente.
A complicare il quadro c’è poi la battaglia sulle versioni della telefonata. Fonti vicine a Netanyahu, citate da Channel 12, hanno smentito che Trump abbia rivolto al premier attacchi personali o frasi sul carcere e sull’odio internazionale nei confronti di Israele. Secondo le stesse fonti, Trump avrebbe comunque osservato quanto sia diventato difficile difendere la posizione israeliana nel mondo e quanto questo alimenti sentimenti ostili.
Questo, però, non significa che Netanyahu esca schiacciato. L’esperienza accumulata fra Gaza e Libano gli dice che Trump tende a spostare in fretta l’attenzione, lasciando poi a Israele margini di manovra più larghi. È su questo calcolo che Bibi sembra muoversi: accettare una tregua, ma considerarla reversibile. Anche perché, come ha osservato John Bolton, Netanyahu conserva la capacità di creare attrito nella politica americana e di rendere costoso, perfino per Trump, un vero disimpegno. Fonti israeliane leggono inoltre le pressioni esercitate da Trump su Arabia Saudita e monarchie del Golfo per estendere gli Accordi di Abramo come una compensazione politica offerta a Netanyahu, pur restando scettiche su una svolta reale finché Riad continuerà a chiedere un percorso credibile verso uno Stato palestinese, incompatibile con gli equilibri della destra israeliana.
Il problema è che, mentre a Washington il margine si restringe, a casa sua il terreno si muove. Entro ottobre Netanyahu deve portare il Paese alle urne e, secondo i sondaggi richiamati nel testo, il voto rischierebbe di chiudere il suo ciclo politico. A colpirlo non è soltanto la pressione internazionale. Anche sul terreno della sicurezza si è aperta una falla. L’ex primo ministro Ehud Barak lo ha accusato di avere fuorviato gli israeliani sulla guerra in Libano, liquidando come «un’illusione» la tesi delle pesanti perdite inflitte a Hezbollah.
Intanto si è riacceso il fronte ultraortodosso. Le proteste degli haredi contro l’arresto di studenti delle yeshivot renitenti alla leva, con blocchi stradali e scontri con la polizia, mostrano quanto il servizio militare sia diventato esplosivo. La guerra ha aumentato il bisogno di uomini e riservisti; la sentenza della Corte Suprema del giugno 2024 ha imposto di fatto anche ai maschi ultraortodossi l’obbligo della leva; la copertura temporanea del governo è scaduta. I partiti haredi hanno già fatto sapere di non avere più fiducia in Netanyahu dopo il fallimento della legge che avrebbe dovuto esentarli, una frattura che da sola può costargli la maggioranza.
Su tutto grava poi la fragilità economica e strategica. Quando nel settembre 2025 Netanyahu ha evocato la «super-Sparta», cioè un Israele più autosufficiente di fronte al rischio di tagli agli aiuti americani, i mercati hanno reagito male: ribasso a Tel Aviv, shekel in calo, allarme degli analisti. Il rischio di un Paese costretto a «vivere da solo».