Il Messaggero, 2 giugno 2026
Legge elettorale, mossa sui collegi all’estero. L’opposizione fa muro
Ridisegnare le ripartizioni della circoscrizione Estero, dimezzandone il numero. È questa la soluzione elaborata nel centrodestra per ritoccare il meccanismo di voto per gli italiani che vivono lontano dal Belpaese e favorire una spartizione “più proporzionale” dei seggi. Nel partito della premier, come anticipato dal Messaggero ad aprile, ci si lavora da mesi. Ora sembra esserci la quadra, pronta a finire tra i pochissimi ritocchi che la maggioranza presenterà in commissione: non più quattro ripartizioni (Europa, Nord America, Sud America, Oceania-Asia-Africa), ma due ancor più grandi. Quanto basta per evitare che il centrosinistra, a fronte di uno scarto ridotto di voti, “incassi” il maggior numero di seggi contendibili (in questa legislatura il Pd ne ha presi 4 su 8 alla Camera e 3 su 4 in Senato). La ratio, lamentano i partiti di governo, è semplice: «Se ogni area ha solo un seggio, sarà sempre il primo partito ad aggiudicarselo». Con il ritocco che i relatori sono pronti a presentare, al contrario, ci saranno più seggi per meno ripartizioni, sicché l’effetto “redistribuzione” tra sinistra e destra è pressoché assicurato. Al restyling della circoscrizione Estero, che rappresenta un’aggiunta al testo, si affiancherà un emendamento di natura correttiva: servirà a modificare il punto del nuovo testo – presentato solo una settimana fa – in cui si dice che Trentino Alto Adige e Val D’Aosta non concorreranno all’attribuzione del premio. Devono aver fatto breccia le istanze avanzate dal costituzionalista Stefano Ceccanti: «Così quegli elettori non pesano sul risultato complessivo del premio e si nega il principio del voto eguale». Si pensa a una sorta di collegamento tra le liste partitiche in Trentino e Valle d’Aosta e quelle a livello nazionale, ma di certo, ragionano i meloniani, «questo richiederà di innalzare lievemente il tetto massimo di seggi ottenibili per chi si aggiudica il premio» (allo stato, 220 deputati per la Camera, 113 per il Senato). Nessun dietrofront, invece, sul listone di deputati e senatori collegato al premio di maggioranza (un tesoretto di 105 seggi tra Camera e Senato) che, solo in minima parte, verrà riportato sulla scheda e, quindi, per le opposizioni a rischio di incostituzionalità: «I nomi di tutti i candidati saranno espressamente indicati nei manifesti elettorali». Stesso spartito anche per l’indicazione del candidato premier nel programma: «Nessuna sottrazione delle prerogative del capo dello Stato. L’inserimento nel testo è un impegno di natura politica con il nostro elettorato».
Giustificazioni che convincono poco le opposizioni. Pronte a far perno proprio sul premio «spropositato» e sul mancato rispetto «dei contrappesi costituzionali» che danno al presidente della Repubblica il potere di nomina del presidente del Consiglio: «Il centrodestra vuole avere le mani libere e i pieni poteri», l’accusa che arriva dal campo progressista. Dove, però, urge mettere in piedi una strategia per evitare di andare in ordine sparso durante le votazioni. Un generico schema di gioco, a dirla tutta, esiste e sarebbe stato condiviso in un round di interlocuzioni telefoniche tra leader: sì a emendamenti unitari, ma che siano soppressivi di tutte quelle parti giudicate politicamente inaccettabili: in testa l’indicazione del candidato premier sul programma. Che, per il centrosinistra, rende ogni giorno più concreto lo scenario delle primarie. D’altronde, aprire tout court a emendamenti propositivi sarebbe impraticabile: non solo perché darebbe l’idea di una disponibilità al confronto con il centrodestra, ma anche perché richiederebbe una linea unitaria sui ritocchi da apportare. Che, al momento, non esiste.
Non è detto, però, che su una modifica non ci si ricompatti: è quella che ha intenzione di depositare il leader di Più Europa, Riccardo Magi: una norma transitoria per impedire che la nuova legge entri in vigore nel caso in cui si vada al voto a meno di dodici mesi dalla sua approvazione, così da garantire il rispetto effettivo dei principi europei sulla stabilità della legge elettorale. Anche perché, nel frattempo, potrebbe arrivare la pronuncia favorevole della Cedu sul ricorso di Mario Staderini, che rafforzerebbe il criterio “dell’anno prima”. Quanto alle preferenze, la via prediletta resta l’Aula, nonostante i vannacciani abbiano annunciato la presentazione di un emendamento ad hoc in commissione. Sia a destra sia a sinistra c’è l’alibi per non votarlo: «L’accordo tra gli alleati non c’è, quindi il tema andrà trattato più avanti», dicono dal centrodestra; «Le preferenze vengono inserite in un sistema pieno di criticità», fanno muro dal campo largo. Per il redde rationem bisognerà attendere luglio, quando il testo approderà in assemblea. Ma i più, già ora, su un punto non hanno dubbi: «Non sarà difficile trovare 20 deputati che chiedano il voto segreto, né una maggioranza trasversale pronta a bocciarle».