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 2026  giugno 02 Martedì calendario

Trump mette al bando l’uomo dei Pasdaran a Roma

Aiutava a trasferire segreti e tecnologie militari americane al governo iraniano. Radar, software di crittaggio, apparecchiature per la sorveglianza. Lo faceva dall’Italia, da Roma, dove risiede con un doppio passaporto: è iraniano ma ha anche la cittadinanza italiana. C’è un uomo dei Pasdaràn nella Capitale? È l’accusa che muove l’amministrazione Trump contro Saied Zahedi, trentanove anni, finito nel mirino dell’ultimo pacchetto di sanzioni del Tesoro americano. Un uomo su cui da tempo, risulta al Messaggero, si sono accesi i fari della Polizia di prevenzione italiana.
Quella partita da Washington è un’operazione imponente, coordinata insieme all’Fbi. Che chiama in causa anche l’Italia proprio mentre risuonano di nuovo i tamburi di guerra tra Stati Uniti e Iran. E rimette Roma al centro di una spy story iraniana dopo il caso Abedini: l’ingegnere accusato di spionaggio dagli americani che ne hanno chiesto l’estradizione un anno fa, liberato poi dopo la risoluzione del caso Cecilia Sala. Andiamo con ordine. Venerdì il Dipartimento guidato dal Segretario Scott Bessent, un fedelissimo del presidente, rende noto l’ultimo blitz di “Economic Fury”, la missione degli 007 americani lanciata per dare la caccia ai finanziamenti occulti dei pasdaràn durante il corso della guerra. Ed ecco l’annuncio: il Tesoro americano colpisce con nuove sanzioni «una rete di approvvigionamento con sede in Iran che si spacciava per aziende statunitensi e le truffava al fine di procurare beni soggetti a restrizioni per il Ministero della Difesa e della Logistica delle Forze Armate iraniane (MODAFL) e altri utilizzatori finali iraniani già sottoposti a sanzioni».
La mannaia si abbatte dunque sul ministero chiave per la ricerca, lo sviluppo e la produzione militare del governo iraniano. E su otto individui accusati di aver ordito per mesi un complotto ai danni del governo statunitense con l’obiettivo di rubare alle aziende americane segreti militari e girarli all’intelligence iraniana. Il cervello dell’operazione, almeno secondo il governo Trump, si chiama Ali Majd Sepehr. Da Teheran, dove vive, «attraverso la sua società iraniana Sorena Hushmand Samaneh Company (Sorena), si è spacciato per piccole imprese statunitensi per ottenere beni soggetti a restrizioni, tra cui software e hardware per la sicurezza delle reti e la crittografia». Ma il suo braccio destro non si trova a Teheran. Qui entra in gioco l’Italia. La lente degli americani si stringe sulla Capitale. Dove abiterebbe uno dei presunti “agenti” iraniani sanzionati da Trump: Saied Zahedi, 39 anni, in tasca un doppio passaporto (di cui gli americani forniscono i dettagli online).
Le accuse sono pesantissime. «Il cittadino iraniano residente in Italia Saied Zahedi ha utilizzato un conto finanziario statunitense per pagare servizi di registrazione di domini Internet presso una società americana» spiega la nota dell’amministrazione Usa. «Tali domini venivano impiegati da Sepehr (il “regista” dell’operazione, ndr) per impersonare aziende statunitensi durante l’acquisto fraudolento di merci. Lo stesso conto è stato utilizzato anche per pagare magazzini e servizi di spedizione impiegati nel sistema illecito». C’è una ragione se la Casa Bianca ha annunciato con grande evidenza lo smantellamento del network iraniano con un “appoggio” a Roma. La tecnologia acquistata dalle aziende americane con schemi fraudolenti per aggirare le sanzioni serve, fra l’altro, al controspionaggio iraniano per la pulizia ambientale delle strutture di governo in Iran. Ovvero a scovare cimici e microfoni nascosti che permettono alla Cia e al Mossad di ascoltare i vertici dei pasdaràn e bombardare le loro posizioni nel bel mezzo di riunioni segrete. Un vero incubo per i generali di Teheran.
Per il romano Zahedi, di fatto, l’accusa è di finanziamento del terrorismo. E infatti per l’italo-iraniano scattano le sanzioni previste dall’ordine esecutivo 13224 firmato da George Bush per contrastare il terrorismo: asset congelati, transazioni economiche proibite, divieto di ingresso negli Stati Uniti. Nessuna richiesta di estradizione né indagine giudiziaria, va specificato. I sospetti contro il presunto uomo degli iraniani a Roma sono nondimeno pesantissimi. È accusato fra l’altro di aver acquistato magazzini illegali in Europa per custodire di nascosto l’equipaggiamento tecnologico di manifattura americana da trasferire a Dubai e infine in patria. Zahedi, dicevamo, è un nome noto alle autorità italiane. Dietro la cortina di assoluto riserbo trapela solo che l’iraniano con due passaporti era noto da tempo agli “007” delle forze dell’ordine tricolori.
«I palesi tentativi delle forze armate iraniane di colpire e trarre in inganno le aziende statunitensi dimostrano fino a che punto il regime sia disposto a spingersi per sostenere le proprie attività illecite e ostili» esultava Bessent venerdì. Promettendo ogni sforzo per «tagliare l’accesso del regime iraniano al sistema finanziario globale». Tre giorni fa la tagliola degli 007 Usa si è abbattuta sul presunto “tramite” dei Pasdaràn a Roma.