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 2026  giugno 02 Martedì calendario

Giovanni Veronesi parla di cinema

«Il potere è sempre stato contro la risata, ho voluto fare un film per chiudere un cerchio della mia vita e far capire che la risata è necessaria, oggi più che mai». Giovanni Veronesi spiega così il senso di Dio ride, in arrivo al cinema a ottobre. Il regista toscano, di ritorno dal Riviera Film Festival e presto al leccese Fandango Live (11-14 giugno) ricorda Francesco Nuti, che lo ha scoperto, e Mario Monicelli, che considera un maestro, riflettendo sulla situazione critica del cinema italiano.
Partiamo dai David, cosa ne ha pensato?
«Che fosse molto lunga la trasmissione. E che se me ne dessero uno all’una e mezzo lo prenderei lo stesso».
C’è ancora snobismo verso chi fa commedia?
«Ai David meno, ormai hanno capito che è un genere complicato da realizzare e hanno iniziato a premiarlo. Rimane l’avversione del potere contro la risata. C’è anche da dire che negli ultimi 25 anni le commedie italiane sono state non un granché, è un genere verso cui il pubblico italiano si è un po’ sfiduciato».
Buen Camino, stando al boom di incassi, è piaciuta parecchio.
«Zalone piace, anch’io sono suo fan, è generoso, ha firmato le musiche dei miei due film sui moschettieri».
Ne farà un terzo?
«Per ora no, aspetto che invecchino, li voglio decrepiti, con Favino che fatica a muoversi».
Intanto Favino e Buy li ha scelti per il suo nuovo film.
«Buy la scelgo sempre, mi piace tanto, è una persona e un’attrice straordinaria, la migliore italiana insieme a Laura Morante, che pure mi piacerebbe dirigere. Con Favino è il nostro terzo film insieme, li farei tutti con lui. Dio ride uscirà a ottobre, c’è anche Silvio Orlando con loro due».
Il cinema italiano sta passando un momento critico.
«La politica purtroppo si è sempre interessata poco al cinema, con la sola eccezione di Veltroni, che ama il cinema, tanto è vero che fa il regista. Il cinema è una passione, se questa passione non c’è è difficile farsela venire perché sei ministro. Bisognerebbe capire l’importanza del cinema e curare un animale ferito. Ci sono due tipi di persone, quelli che si fermano davanti a una bestiola per strada e quelli che se ne dolgono ma proseguono dritti. La cultura in Italia è sempre stata considerata ferita, ma nessuno si è mai veramente fermato a curarla.
Con “nessuno” chi intende?
«Anche noi che il cinema lo facciamo. Eppure gli scioperi funzionano, non lo dico per andare contro a questo governo o a quello che verrà, ma è vero che l’industria audiovisiva si fermerebbe di colpo se scioperassero registi, autori, produttori per cercare di dare un senso alla protesta. Allora, senza il cinema e la tv, senza le serie, senza i film, la minaccia sarebbe bella grossa».
Si parlava di boicottare i David, alla fine si è optato per la lettura di una lettera al Quirinale.
«E basta. Non è successo niente. Abbiamo ringraziato i ministri, il governo, tutti, e non succederà niente, o poco. La fortuna è che l’arte non morirà mai, indipendentemente dai bastoni fra le ruote che possono mettere, ha una sua resistenza più potente dell’indifferenza».
Dovesse indicare una sua maestra?
«Kathryn Bigelow, una grande antesignana, sin dai primi film Point Break e Strange Days. Fa film d’azione senza scimmiottare gli uomini, ha un tocco diverso rispetto ai registi maschi».
Un maestro invece?
«Mario Monicelli. Negli ultimi anni suoi abbiamo passato tempo insieme, sono stati importanti per me, mi ha confermato quello che pensavo: se ti prendi troppo sul serio sei scemo».
Ricorda una cosa che le ha detto Monicelli?
«Mi ha detto che i registi non devono portare né l’ombrello né i trolley, e che per vivere tanto bisogna mangiare poco, ascoltare la radio e mangiare i quadrucci in brodo, un pezzo di grana e un’oliva alla sera».
Monicelli sosteneva che l’Italia non era un Paese per giovani, lei fece anche una trasmissione radio con questo titolo.
«Ho iniziato a farla in tempi non sospetti, dieci anni fa, ogni giorno telefonavo a un ragazzo che era partito chiedendogli perché non tornava, cosa trovava fuori dall’Italia di stimolo. È venuto fuori un affresco di persone che dicevano la stessa cosa, che gli dispiaceva non vivere le proprie esperienze vicino ai propri affetti, ma era indispensabile per loro. Perché in Italia non si arriva a fine del mese, non c’è lavoro. Ma non si può chiedere a un 18enne uscito dal liceo di mettere da parte i sogni, bisogna fare in modo che siano realizzabili, se no i ragazzi scappano e vanno a sognare da un’altra parte. E quando manca una generazione di sogni, come quella ventenni, manca una gran parte della società futura».
Cosa manca oggi al cinema italiano?
«Non gli autori, non gli attori, neanche le idee. Manca la passione da parte di chi mette i soldi. Ormai sono multinazionali che non hanno interesse per la sala, tanti film vengono prodotti solo per le piattaforme. Il cinema non ha più una sua originalità, gliel’hanno tolta. Sarebbe importante invece far capire alle nuove generazioni che a soli 8 euro gli stai dando lo spettacolo che costa meno al mondo, sul grande schermo, immortale.
Il cinema nelle scuole aiuterebbe?
«Aiuterebbe, ma è l’informazione sul cinema che manca, e il modo di veicolarla ai ragazzi».
A chi sente di dover dire grazie?
«A Francesco Nuti, ha creduto in me quando non ero nessuno. Ha visto solo uno spettacolino di m**a che ho fatto a Prato a 18 anni e detto: “Questo è bravo”. Poi siamo diventati amici e siamo rimasti fratelli fino a che...»
Dovesse rincontrare quel ragazzo che faceva lo spettacolo a Prato cosa gli direbbe?
«Quando andrai a raccontare un film a un produttore e lo devi convincere non fermarti al primo no, aspetta il decimo, poi diventa sì».