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 2026  giugno 02 Martedì calendario

Enzo D’Alò riflette sulle opere che ha tradotto e scritto

Quarant’anni passati a tradurre parole in immagini, a trasformare in fotogrammi Rodari e Collodi, Sepúlveda e Roddy Doyle. Ora Enzo D’Alò inverte la rotta, il suo Oceani di carta (Salani) mette per scritto Emilio Salgari. Non l’eroe della letteratura d’avventura ma l’uomo che vi si nascondeva dietro, attanagliato dalle ristrettezze economiche, dalla malattia della moglie, dall’esigenza di scrivere romanzi a raffica per tenere a galla la famiglia. Nel farlo immaginava terre che non aveva mai visitato, mari che non aveva mai navigato. D’Alò firma il romanzo insieme a Giacomo Scarpelli, co-sceneggiatore dei suoi film e partner di lunga data. «Ci conosciamo dai tempi di Opopomoz, quando contattai lui e suo padre Furio per sceneggiare il film. Fecero un grande lavoro e da allora siamo rimasti molto amici».
Come si scrive a quattro mani?
«Come per le sceneggiature: passandosi la palla. Ci siamo incontrati, abbiamo chiacchierato e ragionato, abbiamo costruito una struttura drammaturgica condivisa, ampliando i capitoli. Poi abbiamo deciso di inserire brani de Il Corsaro Nero, infine abbiamo iniziato a scrivere, scambiandoci le pagine e i capitoli».
Come avete miscelato realtà storica e finzione?
«Studiando bene la storia di Salgari. I pochi saggi su di lui davvero interessanti sono stati la traccia a cui siamo rimasti fedeli».
Giuseppe Ricci chi è?
«Un personaggio di fantasia ricalcato su Antonio Casulli, l’unico giornalista che intervistò Salgari. Esattamente come lui, Giuseppe immagina d’incontrare un avventuroso viaggiatore, trovandosi invece davanti un uomo triste e povero, relegato nel suo studio a scrivere».
Che cosa la affascina della scrittura di Salgari?
«L’abbondanza di dettagli minuziosi, comprese certe espressioni idiomatiche in lingua locale. Oggi sappiamo che non aveva mai viaggiato e che per tutto si documentava alla biblioteca civica di Torino. Gli oceani che aveva attraversato erano oceani di carta».
Tolti Opopomoz e Pipì, Pupù e Rosmarina, i suoi lavori provengono da opere letterarie. Le capita di girare i film in testa già in fase di lettura?
«In realtà quando leggo mi perdo nella scrittura. Penso sempre a quanta magia racchiudano quei segnetti neri su fondo bianco, capaci di generare dentro di noi immagini, colori, suoni. Solo dopo mi viene voglia di raccontare quella storia, a modo mio».
E Oceani di carta, che è suo fin dalla pagina scritta?
«Sto già lavorando con Giacomo per farlo diventare cinema, iniziamo a girare a ottobre. Sarà il mio primo film dal vivo, tranne per le scene tratte da Il Corsaro Nero che saranno d’animazione».
Per La freccia azzurra com’è stato maneggiare una materia delicata come la narrativa di Rodari?
«Gratificante. Ha scritto tante cose bellissime, ma considero quel romanzo la sua vetta creativa. Per il mio esordio nel lungometraggio ho deciso di partire da lì, unendo la grammatica della fantasia dell’autore con l’esperienza che ho maturato in anni di laboratori d’animazione con i più piccoli».
Quanto deve quel film alle musiche di Paolo Conte?
«Tanto. Quando glielo proposi pensavo avrebbe rifiutato, invece si è messo a scrivere con entusiasmo. Alla fine mi sono trovato in mano un brano in più, magnifico, che non sapevo dove collocare. Per valorizzarlo girai lì per lì tre minuti che in sceneggiatura non c’erano, il sogno di Francesco. In molti mi dicono che è la sequenza che amano di più».
A doppiare il personaggio di Scarafoni c’era un futuro Nobel per la letteratura, Dario Fo. Com’è stato lavorare con lui?
«Fu disponibilissimo. Si presentò in studio con i dialoghi stampati su cartelli 70x100 perché ci vedeva poco. Poi partì per la sua strada improvvisando, canticchiando, bofonchiando gramelot. Una meraviglia. Come ci ha confermato la nipote, è stato uno dei lavori che ha amato di più. Fu anche molto generoso nel promuoverlo».
Che cosa fece?
«Dopo aver vinto il Nobel incontrò la stampa indossando i bretelloni rossi del signor Scarafoni e la maglietta del film. È stato un gesto d’amicizia di cui gli sarò eternamente grato».
Cosa le è rimasto di Sepúlveda dopo La gabbianella e il gatto?
«Un’amicizia che non si è mai interrotta. Ricordo che mi disse: “Aggiungi, togli, cambia, rendi tuo il personaggio”. Sono le parole di un autore di straordinaria generosità. Da lì abbiamo continuato a vederci e sentirci fino alla sua morte. Mi raccontò la storia privata della sua famiglia, cosa che faceva con pochi. Ne fui onorato».
Chi è Altan, che le ha prestato la Pimpa e Kamillo Kromo?
«Un autore politico e poliedrico, di cui condivido i punti di vista. Di lui ho sempre amato la propensione al sociale, presente in tutti i suoi lavori, anche in quelli della cagnolina a pois. Lei parla alle pietre e le pietre le rispondono: esiste modo migliore per spiegare ai più piccoli il rispetto verso tutte le creature?».
Perché ha scelto un romanzo di Roddy Doyle per il suo ultimo film, Mary e lo spirito di mezzanotte?
«Perché le sue sono storie tenere, coinvolgenti, con un forte significato sociale. Adoro i suoi dialoghi, molto irlandesi, sintetici e lievi anche nei frangenti più drammatici».
Nella sua carriera c’è un progetto che ha desiderato tanto ma non ha mai realizzato?
«Più di uno. Il rimpianto più grande resta La tempesta di Shakespeare, che volevo adattare in versione fantascientifica. Avevo scritto una sceneggiatura di cui ero soddisfatto, avevo anche caricato a bordo Peter Gabriel per le musiche. Per la parte grafica c’era un gigante come Moebius, di cui conservo gelosamente i disegni già realizzati. Alla fine non se ne fece più nulla».
Perché?
«Il produttore francese non trovò i finanziamenti. “Quando faccio in giro il tuo nome – mi disse – tutti si dichiarano interessati. Quando spiego che c’è Peter Gabriel ancora di più. Quando nomino Moebius si illuminano. Quando dico che il film è tratto da La tempesta, tutti mi rispondono: “No, Shakespeare no!"».