La Stampa, 2 giugno 2026
Zaynab Dosso parla della sua carriera
Dentro una cabina armadio, la donna più veloce d’Italia ha trovato il suo ritmo. Zaynab Dosso si rigenera in uno spazio nuovo, nella casa di Roma in cui ha appena traslocato: «Da quando sono bambina cerco un posto mio. Sono nata in Costa d’Avorio, in casa di mia nonna, con mille persone, poi dalla zia, una camera piena di donne, poi a Rubiera, stessa stanza per tre sorelle e da atleta sempre in condivisione. Ora abito con il fidanzato e dentro quella cabina ci sono solo io».
Trasferirsi dopo il primo oro in carriera, ai Mondiali indoor, è un nuovo inizio?
«Una sfida, non mi ero accorta di essere un’accumulatrice. Un compagno, due gatti, ho dovuto buttare qualcosa».
Che cosa?
«Un’infinità di roba, ho scoperto che avevo oggetti moltiplicati per sette... Svuotare è stato rivitalizzante. Mi ha alleggerita».
Prima convivenza e lui, ex martellista portoghese, si è trasferito da Miami a Roma.
«Decio mi ha dato molto, con lui sono tranquilla, mi ha sostenuta nel mio percorso di crescita».
L’atletica ha di nuovo abbassato i tempi richiesti per la qualificazione diretta ai Mondiali. Per i 100 metri serve un cronometro da 10"96, sotto il suo primato.
«Sono criteri proibitivi. Con quel minimo arrivi sesta in finale: assurdo, alzano l’asticella per obbligarci a rincorrere il ranking e creano disparità. In Italia abbiamo un’unica gara gold, cioè che dà tanti punti, la Diamond League a Roma, per il resto bisogna muoversi. Una finlandese o una svizzera fanno classifica più semplicemente. Non vale certo solo per noi. Mille prove in ogni dove per avere garanzie di partecipazione. Non siamo macchine».
Sinner ha appena detto: «Non sono un robot».
«Stanno tirando una corda già tesissima, tocca a noi capire qual è il nostro limite e salvaguardarci. A partire dalla salute mentale: il sistema si aspetta sempre di più, spreme, gli sponsor anche e il tilt è facile, l’infortunio sempre più frequente. È troppo».
Come ci si protegge?
«Non si può staccare la spina, bisogna mettere dei pali. Ho imparato a dire: oltre questo punto faccio un passo indietro. Non è scontato accettarlo e deve essere una scelta condivisa dal gruppo di lavoro. Se non accade si spezza l’equilibrio. Altro tema di preoccupazione».
Bisogna essere manager di se stessi?
«In questo sport ormai bionico sì».
Ai Giochi di Los Angeles, per la prima volta, le donne dello sprint aprono lo show, subito dopo la cerimonia di apertura. Riflettori e tre turni dei 100 metri in un giorno, mai provati prima. Ancora più bioniche?
«Hanno voluto fare un esperimento e solo le donne sono pronte a buttarsi».
In passato ha denunciato comportamenti razzisti. L’Italia che oggi festeggia la Repubblica è migliorata?
«È cambiata la mia prospettiva. Ne parlo sempre con mia sorella, ci diciamo che si tratta di persone ignoranti non di un Paese ancora razzista. Singoli stupidi. Se lo voglio rimarcare lo faccio, altrimenti mi muovo nella mia pace. Se uno mi supera nella coda al supermercato, la mia reazione dipende dal momento. Posso fregarmene o diventare cattiva. Contano anche i comportamenti che vedo, le lezioncine a volte servono».
L’ultima?
«All’aeroporto, prima del volo per il Marocco. Al bar mi parlano in inglese, io rispondo in italiano e la cassiera di nuovo in inglese. Ho scandito tutto quello che avevo preso, lettera per lettera, con condiscendenza, come se lei non riuscisse a capire. Spero si sia resa conto che mi stava valutando come straniera a priori».
Ha descritto lo stato di degrado della pista del Paolo Rosi, dove si allenava a Roma, e in tanti si sono infastiditi.
«Tutti gli atleti di Roma erano d’accordo solo che nessuno diceva nulla. Io sono orgogliosa del fatto che nonostante le condizioni sono arrivati i risultati, ovviamente grazie a uno straordinario gruppo e a un bravissimo tecnico. La palestra è sempre fredda, in inverno calzini doppi. Non era un lamento, era una pacca sulle spalle per la resilienza, però meritiamo una pista degna».
La avrete?
«Ora mi trovo bene su quella delle Fiamme Azzurre, il mio gruppo militare. Ci ho ritrovato anche Marcell Jacobs ed è un po’ come tornare bambina».
Adesso lui la guarda diversamente?
«Rimango nel ruolo di osservatrice».
Lo ha visto diverso?
«Molto più sereno».
Si è presentata ai Mondiali di staffetta in Botswana dove non voleva correre.
«Senza raduni e senza fermare la mia preparazione va bene. Mi hanno detto che sarebbe stata opportuna la mia presenza. Ero scettica, ma ammetto che se non ci fossi andata me ne sarei pentita: era il primo campionato in Africa, ho rivisto la gente che ha voglia di partecipare. E capito che la staffetta mista è divertente».
È quella su cui Italia punta per i prossimi Giochi?
«Dovrebbe. È bello vedere insieme i due uomini e le due donne più veloci. Poi c’è una certa caciara che aumenta lo spettacolo. Ora è la staffetta che preferisco».
Seguirà la Costa d’Avorio ai Mondiali di calcio?
«Prima della Coppa d’Africa avevo grandi ambizioni, ora posso dire che spero facciano meglio. Già non c’è l’Italia e io voglio tifare».
Perché questa stagione all’aperto sarà diversa dalle precedenti che l’hanno delusa?
«Abbiamo puntato tutto sul fare meno: prima andavo in cerca di non so cosa, in gara sempre, sotto sforzo sempre, tutto confusionario. Ora so di essere pronta».
Quando ha capito che stava facendo troppo?
«Nella semifinale dei Mondiali di Tokyo, l’estate scorsa, mi sono ritrovata seduta sugli scalini. Incredula. Il giorno prima avevo corso come volevo e senza sforzo e lì mi sono fatta male. Evidentemente qualche cosa non andava. Sono andata in vacanza e ho smesso di pretendere da me stessa dimostrazioni a ogni allenamento. Arrivavo allo start esausta».
In ogni vacanza scopre qualcosa: tre anni fa, in Costa d’Avorio, ha visto la bimba che vendeva l’acqua ed è stata una scossa. Stavolta?
«Non c’è stato un momento, ho solo realizzato che ci comportiamo come se ci stessimo preparando per una vita successiva e invece è questa che va goduta e onorata».
Il suo tecnico, Giorgio Frinolli, dice che adesso lei pretende molto.
«Sono arrivata da lui che non ero nemmeno professionista, non reggevo certi volumi, ne avevo paura. Ora li chiedo: 15 volte i 150 metri, 30 volte i 300 metri, si fanno, servono. In inverno ho corso tanto e ora voglio gareggiare spesso. Però, lo ripeto, non sono una macchina e i risultati a volte si bucano. Come è appena successo a Rabat. In questi casi, faccio il pesce rosso: cancello la memoria».