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 2026  giugno 02 Martedì calendario

Storia del debito pubblico italiano dal 1946

Il conto finale non fa sconti. Il gioco di parole può sembrare ridondante ma è dal 2 giugno 1946 che Roma deve confrontarsi con ampie risorse mal messe a terra. La storia della Repubblica Italiana è scolpita nei numeri del suo debito pubblico che ha superato quota 3.000 miliardi di euro. In passato l’indebitamento appariva un sacrificio tollerabile per costruire le infrastrutture, finanziare il nascente welfare e garantire la coesione sociale. Oggi quel fardello supera il 135% del Prodotto interno lordo ed è un ostacolo insormontabile. «Esiste un debito buono, legato agli investimenti produttivi, e un debito cattivo, usato per fini improduttivi», sottolineava Mario Draghi al Meeting di Rimini nel 2020 ai tempi della pandemia. La frattura passa da qui, dal mutamento di una nazione scivolata dal boom economico degli anni Sessanta alla paralisi causata da spese eccessive. E con poca cura della crescita economica, che potrebbe sterilizzare il peso dell’indebitamento.
Negli anni del miracolo economico il rapporto tra debito e ricchezza nazionale ristagnava, stazionando intorno al 32% nel 1968. L’Italia cresceva a ritmi sostenuti e le entrate fiscali coprivano le uscite ordinarie. La prima grande cesura si consuma nel decennio successivo, travolto dagli shock petroliferi e dalla stagflazione. L’inflazione a due cifre erodeva il potere d’acquisto e le tensioni sindacali imponevano risposte politiche d’emergenza. I governi dell’epoca scelsero la via dell’accomodamento, varando riforme strutturali onerose, come l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale nel 1978, e l’aggancio rigido delle retribuzioni al costo della vita tramite il punto unico di contingenza. «Abbiamo usato la spesa pubblica come grande ammortizzatore sociale», ammise l’ex governatore della Banca d’Italia Guido Carli, descrivendo un sistema costretto a stampare moneta per assorbire gli urti di un tessuto industriale in frenata. Il passivo iniziò a gonfiarsi per finanziare una rete di protezione universale, gettando le basi per i futuri squilibri macroeconomici.
L’esplosione dei conti pubblici matura negli anni Ottanta. Il celebre divorzio tra Banca d’Italia e il Tesoro nel 1981, promosso da Beniamino Andreatta e Carlo Azeglio Ciampi per fermare la spirale inflazionistica, costrinse lo Stato a collocare i propri titoli sui mercati finanziari a tassi di interesse reali positivi. «Una congiura a fin di bene», la definì in seguito lo stesso Andreatta, un patto per restituire indipendenza alla politica monetaria. Da quel momento il costo per il servizio del debito assunse proporzioni allarmanti. La politica non seppe adeguare le uscite alla nuova architettura e continuò a finanziare a deficit un consenso elettorale frammentato. Furono gli anni delle baby pensioni, del prepensionamento nel pubblico impiego e degli incentivi industriali a pioggia. Il mercato interno venne inondato di Bot e Btp, titoli di Stato che garantivano rendimenti a doppia cifra, creando una platea di percettori di rendite e distogliendo capitali preziosi dall’economia reale. Il disavanzo fungeva da strumento per mantenere gli equilibri tra le diverse anime del Pentapartito. Il rapporto debito-Pil raddoppiò in un solo decennio, sfondando la soglia psicologica del 100% nel 1992.
Il brusco risveglio coincise con i vincoli imposti dal Trattato di Maastricht e la drammatica crisi valutaria del 1992. L’anno del Britannia, di George Soros, della sterlina, dell’uscita dal Sistema monetario europeo (Sme), del “serpente monetario”. Il rischio di insolvenza costrinse i governi tecnici di Giuliano Amato e dello stesso Ciampi, contrario alla misura fino all’ultimo, a varare manovre correttive, compreso il prelievo forzoso dai conti correnti. «L’Italia era a un passo dal baratro», ricorderà Ciampi rievocando i giorni febbrili della speculazione contro la lira. L’adesione alla moneta unica impose un vincolo esterno vitale. A distanza di pochi anni dai quei drammatici giorni, nel 1998 Tommaso Padoa-Schioppa, tra gli architetti dell’euro, denunciava la miopia della classe dirigente, avvertendo come «il debito pubblico rappresenta una tassa occulta e un’ingiustizia intergenerazionale» scaricata sui cittadini di domani.
Da allora l’Italia ha prodotto avanzi primari per decenni – 33 volte su 37 negli ultimi quarant’anni – incassando tramite la leva fiscale più di quanto spendesse per i servizi erogati, eppure il peso degli interessi passivi pregressi – fino a circa cento miliardi di euro l’anno nei periodi più severi – ha vanificato ogni sforzo di abbattimento netto. L’economista Carlo Cottarelli ha definito nel 2011, quando lo spread fra Btp e Bund arrivò a 575 punti base in una spirale di sfiducia senza precedenti, questo fardello un “macigno” sistemico, mentre accademici del calibro di Francesco Giavazzi e Luigi Spaventa già anni prima avevano dimostrato nei loro studi come l’eccesso di debito spiazzi l’iniziativa privata, sottraendo risorse a ricerca, istruzione e innovazione. Era il 16 giugno 1988 quando uscì il loro “High Public Debt: The Italian Experience”.
Ventitré anni dopo, nel 2011, la peggiore turbolenza dell’eurozona metteva in pericolo la presenza dell’Italia sui mercati obbligazionari. E ancora oggi resta un problema, come ha ricordato il Fondo monetario internazionale. Nel 2018 Fabrizio Saccomanni, ex ministro dell’Economia, rincarava la dose ricordando che «un debito elevato è un fattore di vulnerabilità strutturale che espone il Paese alle turbolenze dei mercati», indicando nel risanamento contabile una precondizione per la vera sovranità economica. Un tema quanto mai attuale oggi, nell’epoca del neo protezionismo e dell’autarchia regionale e regionalizzata. L’eredità di questa parabola restringe i margini di manovra nei cicli di crisi globali, costringendo il Paese a negoziare continue deroghe con le autorità europee. Nel contesto odierno, segnato dal ritorno delle regole fiscali europee e dalle incertezze geopolitiche, la gestione del debito impone un rigore assoluto. «L’alto debito pubblico riduce gli spazi di bilancio per fronteggiare shock avversi e accresce il costo del credito per l’intera economia», ha ammonito il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta, richiamando l’urgenza di invertire la rotta in tempi rapidi.
Ridurre le passività richiede riforme in grado di stimolare la produttività e una revisione incisiva dei centri di spesa inefficaci, superando i veti incrociati dei gruppi di interesse. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) ha offerto una dotazione di fondi inedita, vincolata alla realizzazione di progetti strategici e legata allo sviluppo delle nuove frontiere tecnologiche. L’intelligenza artificiale, in particolare, richiederà capitali imponenti per evitare di relegare l’Italia ai margini delle catene del valore globali. Senza un cambio di paradigma verso investimenti a elevato moltiplicatore e una amministrazione attenta in una fase di inverno demografico, la Repubblica resterà prigioniera di una rincorsa estenuante, condannata a sacrificare il proprio potenziale sull’altare di un passato incapace di fare i conti con la realtà. Quella di un Paese con un alto debito, una demografia avversa e un potenziale di crescita che ancora oggi, a distanza di 80 anni, risulta troppo basso a livello mondiale.