la Repubblica, 2 giugno 2026
Jacobs: “Dopo i Giochi mi resta un altro sogno: lo spazio”
Marcell Jacobs è una delle star attese tra due giorni al Golden Gala a Roma. Ha ritrovato l’Italia, è tornato ad allenarsi con Paolo Camossi e ha appena inaugurato la nuova Gym Zone dell’Academy che porta il suo nome, a Desenzano.
Jacobs, che obiettivi ha per il Golden Gala tra due giorni?
"Correggere gli errori che ho fatto a Savona, e sono tanti. Sto ritrovando la mia tecnica. So che se non sbaglio posso correre forte”.
A Savona ha rischiato di fare falsa partenza. Cosa le mette fretta?
"La mia indole. Difficilmente riesco a godermi il presente, guardo sempre avanti, a quel che succede dopo. Anche su questo sto lavorando. Il futuro non lo puoi conoscere, il passato è passato. Sto cercando di fermare il momento. Perché sprecarlo senza goderselo? Ho passato tutta la vita a cercare di andare sempre più veloce, ora sto imparando a rallentare”.
Ad arrivare a questa consapevolezza l’ha aiutata qualcuno?
"È un percorso tutto mio. Mi hanno aiutato le esperienze difficili che la vita mi ha messo davanti. Il carattere lo costruiscono i momenti negativi. Le cose belle passano veloci, quelle difficili ti restano dentro, ti insegnano. Poi certo, ho una famiglia splendida e figli meravigliosi, mi sostengono e mi danno energia”.
A Savona è arrivato terzo. Quanto è scomodo quel gradino, per chi è stato sul tetto del mondo?
"Vincere è bellissimo, ma non si può farlo sempre. Prima lo si accetta e meglio è. Se non vinci, devi capire cosa ti è mancato, ma senza ossessione. Quando ero ossessionato dall’idea di scendere sotto i dieci secondi nei cento metri, non ci riuscivo. Appena ho smesso di esserlo, ce l’ho fatta”.
Peggio di terzo, c’è secondo, a giudicare dalle sue espressioni sui podi di tutto il mondo, negli anni.
"Me ne sono accorto, ci ho pensato tanto. È un fatto di prospettiva. Quando sei terzo, sei contento di non essere arrivato quarto. Da secondo, non riesci a pensare razionalmente al fatto che un solo uomo è andato più veloce di te. E rosichi. Mi ripeto che arrivare secondo è meglio che terzo, ma quando mi ci trovo è un’altra cosa”.
Qual è il tatuaggio più significativo per lei?
"Tutti, raccontano una vita. Il primo l’ho fatto con i miei due migliori amici: “La vera amicizia non consiste nell’essere inseparabili, ma nel separarsi senza che nulla cambi”. Possiamo non vederci per un anno, ma è come se ci fossimo stati insieme il giorno prima”.
E l’ultimo?
"L’ho fatto in Indonesia, dopo alcuni lavaggi spirituali nella foresta. Mi sono tatuato sulle dita simboli legati all’amore, alla felicità, al successo, alla gratitudine”.
Chi è il suo idolo sportivo?
"Il primo è stato Carl Lewis. Da ragazzino avevo il suo poster in camera, quello della pubblicità Pirelli in cui era sui blocchi di partenza con le scarpe col tacco: “La potenza è nulla senza controllo”. Crescendo ho capito che è vero. Poi Usain Bolt, il goat, il più grande di sempre. E Lewis Hamilton, mi ha sempre ispirato. Ho avuto la fortuna di incontrarli tutti”.
Il ricordo più bello?
"Carl Lewis l’ho conosciuto in aeroporto una dozzina di anni fa. Avevo appena fatto il record indoor nel salto in lungo. Anni dopo, mi ha chiesto se volevo essere allenato da lui: passare da venerare il suo poster a ricevere quella proposta è stato un sogno realizzato”.
Il suo idolo nella vita?
"Mia madre, la prima a insegnarmi a non arrendermi mai. Siamo partiti da niente e stiamo costruendo tanto. Mi ha dimostrato quanto bisogna lavorare duro. Mi ha dimostrato che se insisti e resisti puoi conquistare tutto”.
Un’altra persona che le vuole bene è Paolo Camossi. Che sensazione è averlo ritrovato come allenatore?
"Con Paolo non c’è mai stata una vera rottura. Abbiamo deciso di separarci una sera a Ponte Milvio, a Roma. È stato triste e difficile, ma per tornare insieme ci è bastato un attimo. Ci siamo rivisti a Tokyo dopo il Mondiale, e di fronte a una pizza, pessima, abbiamo parlato dei due anni passati. Quando abbiamo ricominciato a lavorare insieme, sembrava che non ci fossimo mai lasciati. Come dice il mio primo tatuaggio”.
Negli Stati Uniti ha ritrovato parte delle sue radici.
"Ho vissuto a Jacksonville, dove vivono mia nonna paterna e i miei zii. E ho conosciuto davvero mio padre, che avevo visto solo due volte: quando sono nato e quando avevo 12 anni, senza averne ricordo. Adesso ci sentiamo, mi scrive, mi cerca”.
Le piacerebbe che vedesse dal vivo una sua gara?
"Tantissimo. Non è mai successo, glielo chiederò. Averlo già a Roma sarebbe complicato, ma avremo altre occasioni”.
Come se la cava con l’inglese?
"Capisco e riesco a farmi capire. Però sono più a mio agio col bresciano, che resta la mia lingua preferita”.
Un altro gnaro che ha fatto strada è il cantante Blanco.
"Ci seguiamo sui social, ci siamo scritti tante volte, abbiamo tanti amici in comune, mi piacerebbe incontrarlo”.
Che progetto ha per la sua famiglia?
"Con mia moglie Nicole abbiamo acquistato casa a Miami. Megan, la mia figlia più piccola, cinque anni, ci dice: sposatevi di nuovo, così mi fate una sorellina”.
Seguirà le sue orme?
"Vuole fare tutto: la ginnasta, la cheerleader, la veterinaria. Jeremy, che ha 11 anni e vive in Italia con la mamma, fa atletica. Anthony ne ha quasi 7, lo vedo bene nel football americano. Dopo il Golden Gala volerò in Florida per festeggiare il suo compleanno, poi tornerò in Italia ad allenarmi. I Mondiali me li perdo, ma almeno qui sono riuscito ad andare a vedere la Roma, la mia squadra”.
Pensa di aver ereditato da sua madre la capacità di coltivare il talento dei figli?
"Io non mi sono mai sentito un talento. Da giovane vincevo, poi quando gli altri hanno iniziato ad allenarsi, ho cominciato a prendere schiaffi da tutte le parti. Andavo al campo per divertirmi. Ho iniziato a correre davvero a 24 anni”.
Sui social lei è ancora crazylongjumper. Le capita di saltare in lungo?
"Mai. Quel nickname lo ho anche tatuato, non si tocca, ma ho perso il feeling con la sabbia, mi dà fastidio. Però mi piacerebbe fare un’ultima gara a fine carriera e ritirarmi così, per chiudere il cerchio. O faccio 8,50 o mi spacco”.
Cosa vorrebbe che dicessero di lei i suoi figli da grandi?
"Che sono stato un papà presente. Che ci siamo divertiti insieme e abbiamo costruito bei ricordi”.
Qual è il suo sogno?
"Ne avevo due: vincere le Olimpiadi e andare nello spazio. Uno l’ho realizzato, all’altro sto lavorando. Non è più un’utopia”.
Che legame ha con i compagni di staffetta di Tokyo 2020?
"Totale. Gareggiamo individualmente, ma in staffetta diventiamo una cosa sola, uniti per la nostra Nazione. Trasformiamo le difficoltà in energia. Prima della finale, gli avversari avevano i loro riti, ballavano, ripetevano gesti scaramantici. Noi ci siamo detti: “Poche scene, entriamo, ci abbracciamo e vinciamo”. È andata davvero così”.
Con Filippo Tortu, dopo la spy story che ha riguardato suo fratello, vi sentite ancora? “Certo, ed è sempre un piacere. Abbiamo un bel rapporto. In Giappone dopo il Mondiale, abbiamo fatto serata insieme, siamo andati a un concerto di Sfera Ebbasta, di cui sono fan. Ascolto trap e hip hop. Mi piace molto Lil Cr, che oltre a cantare corre i 110 ostacoli. Quando parla della sua vita, racconta anche la mia”.
Una paura che ha superato?
"Volare. Nicole ha trovato la soluzione: prima di partire mi fa bere un bicchiere di Champagne, che in quota aiuta”.
Una paura che ha ancora?
"Non sono molto timoroso. E in questo momento vedo soprattutto le cose belle”.