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 2026  giugno 02 Martedì calendario

Intervista a John Travolta

Dietro la barba, la coppola marrone intonata alla giacca che nasconde il cranio rasato, John Travolta ha ancora lo sguardo ridente di Tony Manero e Danny Zucco. Quello sguardo lo ha cercato tra centinaia di ragazzini e trovato in Clark Shotwell, al centro del film che l’attore ha scritto, prodotto e diretto: Volo notturno per Los Angeles (su AppleTv), viaggio sentimentale nell’America degli anni Sessanta visto con gli occhi di un bambino innamorato del cielo, degli aerei e di una madre straordinaria. Con Travolta, nel grande albergo in cui l’intervistiamo, c’è anche la figlia Ella Bleu, ormai sempre al suo fianco, fuori e sul set: nel film è una hostess che fa battere il cuore al giovane protagonista.
Un film pieno di dolcezza in un momento storico in cui tutto sembra dover essere cinico o ironico per sembrare intelligente.
«Volevo questa sincerità. La speranza e la capacità di resistere di un bambino sono qualcosa di unico, noi adulti abbiamo dimenticato che cosa significa. Da bambino io guardavo sempre il bicchiere mezzo pieno, pensavo che la vita potesse diventare migliore. Anche quando sentivo notizie terribili, come quando nel film si parla dei campi di concentramento, o quando appare l’uomo folle, lui vede il buio e il dolore, poi si rialza in fretta. Noi dobbiamo ritrovare quello sguardo capace di speranza. Allora non eravamo così sommersi dall’obbligo di guardare sempre il lato oscuro della vita».
Come ha conservato l’ottimismo malgrado i tanti dolori?
«La vita mi ha messo alla prova, certamente. Ma non posso farci niente: è la mia natura. La mia natura è guardare verso il positivo, anche di fronte alle cose peggiori. Non sono fatto per restare assorbito dal buio. Posso guardare l’oscurità, ma non scelgo di morire dentro quell’oscurità».
Ha dedicato il film a sua moglie Kelly Preston, scomparsa 2020, pensa che la stia guardando, da qualche parte?
«Deve essere così. Ho dedicato il film a Kelly, a mio figlio Jett (morto nel 2009 ndr) ai miei fratelli e sorelle, a mia madre e a mio padre, perché loro sono il modello da cui nasce questo film».
A Cannes ha presentato il film, ricevuto la Palma d’onore. La sua prima volta fu con “Pulp Fiction”.
«Ero venuto in altri anni, per ragioni diverse, ma quello fu il primo film. Il mio ricordo è lo schermo più grande di quanto avessi immaginato, io non avevo visto ancora il film. Ero seduto lì, con mia moglie, alla proiezione al Palais. Arriva la scena di Jack Rabbit Slim’s, quella in cui io e Uma (Thurman ndr) entriamo nel ristorante. Il mio personaggio è sotto eroina, fatto, è in quella specie di stordimento. Guardo i sosia di Marilyn Monroe e James Dean che passano, li indico con quel gesto, il montaggio taglia sulla mia nuca. Mia moglie mi afferra e dice “Tesoro, ma ti rendi conto di cos’è questo film?”. L’ho scoperto insieme al mondo. È il mio ricordo più forte».
Questo suo film è anche una dichiarazione d’amore a sua madre.
«Era una donna gentile, colta, generosa. Attrice brillante, amava nel profondo la sua famiglia. Nel film c’è una scena in cui lei dice una cosa che mia madre mi disse davvero: nella recensione a un suo spettacolo teatrale l’avevano definita un incrocio tra Stanwyck e Crawford. Aveva un enorme senso dello stile. Non avevamo soldi, ma lei aveva gusto. Le persone ricche della collina portavano i loro abiti usati nel seminterrato della chiesa. Nel film mia madre vuole il cappotto indossato da Elizabeth Taylor in International Hotel, nella vita mamma lo comprò in quello scantinato ed era perfetta. Io avevo completi Christian Dior da dieci dollari. Fu lei a farmi conoscere il cinema».
Il primo film che l’ha segnata?
«La strada di Fellini, lo vidi grazie a lei
. Papà era italiano, mamma irlandese, amavano i film internazionali: Ieri, oggi, domani, Loren, Mastroianni, Un uomo, una donna. Sono cresciuto dentro quel cinema. Ricordo che in La strada: lei muore. Chiesi a papà: Perché Gelsomina, Giulietta Masina, è morta? Lui: “Di crepacuore”. Avevo quattro anni, chiesi: si può morire di crepacuore? E lui: “Sì”. Pensai: non voglio mai spezzare il cuore a nessuno».
Ha quindici abilitazioni per guidare jet. È un altro lavoro.
«Ho la fortuna di poter fare sia l’attore che il pilota. Ho 10mila ore di volo. Vado a scuola tre o quattro volte l’anno per addestrarmi e restare allenato. Ora ho cinque aerei, ma ne sto vendendo uno, sono troppi.
Quello del film è mio».
Progetti da attore?
«A novembre uscirà November 1963: sono Johnny Roselli, che secondo la mafia sarebbe stato colui che sparò al presidente Kennedy. È il ventre oscuro della famiglia Giancana. Non è stato un film felice da girare, ma è una storia affascinante. L’ho visto ed è molto efficace. Lo ha diretto Roland Joffé, quello di Urla del silenzio, sa quello che fa. Poi ho fatto anche l’action Black Tides con Renny Harlin e mia figlia Ella».
Secondo il passaporto ha 72 anni. Ma quanti anni ha davvero?
«Nella mia testa ho sette o otto anni. Al massimo nove».