la Repubblica, 2 giugno 2026
Stretta sulle notizie dei pm, il Csm si spacca sul bavaglio
Molti mal di pancia, fuori, non solo tra i pm, e non solo tra i magistrati che gravitano nei gruppi di sinistra. Mentre, dentro, nel cuore di Palazzo Bachelet – tra prove di compattezza, equilibrismi fragili e qualche imbarazzo tra i consiglieri progressisti – va in scena domani la corsa ad approvare alcune modifiche sulla nuova circolare che impone ulteriori strette alla comunicazione delle Procure.
Cinque emendamenti già depositati al Csm, per un plenum che si annuncia vivace (anche per la discussione sul Testo unico: ovvero il banco di prova per decidere se, in zona nomine, vincerà ancora il correntismo oppure no). Ma chissà se basteranno i correttivi a raffreddare le reazioni sulle nuove linee guida che, aggiornando quelle del 2018, indicano ai vertici dei pm come muoversi nel dare notizie sulle inchieste; soprattutto, impongono alle Procure di farsi carico a vari livelli della “protezione reputazionale” di chi è sotto inchiesta. A parte i divieti rafforzati, (niente interviste, no a «conferenze stampa se non in casi eccezionali», no ad «aggettivazioni enfatiche», vietato pure citare brani di ordinanza) il capo dell’ufficio o un dirigente delegato dovrebbe monitorare letteralmente – nel caso in cui si dia un nome alla persona inquisita – tutti gli aggiornamenti sulla sua posizione e sulle accuse di cui risponde, o dalle quali è stato liberato, lungo il corso del procedimento. Mentre viene dato almeno per scontato che si superi, domani, via emendamento, lo stop ai giornalisti per ottenere copia delle misure cautelari.
Effetto referendum al contrario, lo hanno definito i pm, nel segreto delle chat di gruppo. Autobavaglio, in una parola? Perfino la Fnsi è scesa in campo con un alert sui rischi di compressione dell’articolo 21. Non a caso, la discussione e l’ok al testo (che appariva scontato, all’inizio) fissato per il 20 maggio erano slittati, su richiesta del Pg Piero Gaeta. Un “rinvio di cortesia” di cui tutti conoscevano le ragioni. Dai laici di destra, che inneggiano all’atto di civiltà (a proporlo è Claudia Eccher, area Lega, già avvocata di Salvini) ai centristi che, con Unicost, rivendicano «lo stop alla gogna mediatica». Mentre getta acqua sul fuoco Roberto Fontana, togato indipendente di sinistra. «C’è la necessità dell’approfondimento, il testo sarà oggetto di ampio dibattito in plenum – conferma a Repubblica – Gli emendamenti sono volti a trovare il punto di equilibrio tra l’affermazione del valore della tutela reputazionale, il diritto all’informazione sancito dalla Costituzione, ma anche l’esigenza di evitare appesantimenti organizzativi agli uffici». Bel rompicapo. «La questione si pone più sul piano delle opzioni di principio – obietta Fontana – perché a una verifica dei numeri, i problemi gestionali sono molto più circoscritti». Un esempio: a Milano, in tutto il 2025, il procuratore ha fatto una sola conferenza e 29 comunicati. Segno di una visione che è già nei fatti? O di “autocensura” già indotta a danno dell’informazione? Il tema è ancora più caldo da quando è esploso il caos Pinto.
Il Csm ha sanzionato con “censura” il sostituto pg di Genova, Francesco Pinto, per «aver rilasciato dichiarazioni lesive della presunzione di innocenza» di un soggetto indagato. Verdetto che «desta forte preoccupazione», l’ha bocciata l’esecutivo di Md. Pinto, in un’intervista al Fatto, ragionando su una proposta del deputato FI Costa per frenare gli arresti degli incensurati, si era limitato a rievocare l’episodio noto di una clamorosa bancarotta fraudolenta, un imprenditore che aveva spinto «sul lastrico un intero gruppo e rovinato decine di commercianti». Una “colpa” ricordarlo.