Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  giugno 02 Martedì calendario

Sul voto in Armenia le minacce russe: “Fate la fine di Kiev”

L’ombra di una nuova Ucraina si allunga sull’Armenia, almeno a voler prendere alla lettera le parole pronunciate da Vladimir Putin. La repubblica del Caucaso meridionale si reca alle urne domenica, e sono elezioni parlamentari di rilevanza cruciale.
Alleata storica di Mosca, amareggiata per il mancato supporto durante gli ultimi anni di conflitto con l’Azerbaijan, Erevan si è progressivamente allontanata dalla Russia intraprendendo una serie di passi culminati, nel 2025, nell’approvazione in parlamento di una legge che invita l’esecutivo ad avviare il processo di adesione alla Ue. Una svolta manifestatasi in modo eclatante il 4 maggio, quando la capitale armena ha ospitato il vertice della Comunità politica europea – persino il presidente ucraino Volodymyr Zelensky era presente – seguito dal primo summit bilaterale Armenia-Ue.
Putin ha archiviato la cautela e il 9 maggio ha invitato Erevan a indire un referendum tra l’integrazione con l’Ue e la permanenza nell’Unione economica eurasiatica, il mercato unico a guida russa (Uee). Il capo del Cremlino ha evocato uno «scenario ucraino», ribadendo la narrativa secondo cui la «crisi» nel 2014 sarebbe nata dalla volontà di Kiev di avvicinarsi a Bruxelles. Concetti messi nero su bianco venerdì nel comunicato finale del vertice eurasiatico di Astana, in cui i leader di Russia, Bielorussia, Kazakistan e Kirghizistan hanno paventato la sospensione di Erevan dal blocco, e il bielorusso Lukashenko ha ammonito gli armeni a stare attenti, «perché anche in Ucraina è iniziato tutto così». Il premier armeno Nikol Pashinyan ha definito «illogica» l’idea di una consultazione popolare finché la scelta tra l’Ue e l’Uee non sarà «inevitabile». Non punta a una rottura con Mosca, ma a una diversificazione capace di allentarne l’asfissiante dipendenza economica e energetica, mirando a rendere il Paese un hub tra mercati orientali e occidentali.
Ieri il Cremlino ha diffuso una scarna nota su un colloquio tra Putin e Pashinyan in occasione del compleanno del premier armeno, in cui sarebbero stati discussi gli esiti del summit di Astana. Mosca, che sabato ha richiamato il proprio ambasciatore per consultazioni sui legami tra Erevan e l’Ue, sta intensificando le pressioni in vista del voto. Le minacce di interrompere le forniture di energia a basso costo e la lista, ogni giorno più lunga, di limitazioni agli export armeni, si sommano alle campagne di disinformazione. Secondo Reuters, che cita rapporti riservati e interviste a funzionari dell’intelligence occidentale, il Cremlino avrebbe inoltre ideato «un’audace operazione» per trasportare ai seggi in patria decine di migliaia di elettori residenti in Russia.
I sondaggi vedono in realtà Pashinyan staccare nettamente qualsiasi sfidante. Tuttavia l’elevata percentuale di indecisi e di intervistati che hanno preferito non rispondere, in un clima di polarizzazione esasperata, obbliga alla prudenza. L’opposizione, frammentata, è dominata dalla componente filorussa. Le tre formazioni con maggiori probabilità di superare lo sbarramento sostengono l’urgenza di rinsaldare i legami con Mosca. Il principale avversario, l’oligarca russo-armeno Samvel Karapetyan, a capo del conglomerato Tashir, è agli arresti domiciliari con accuse di istigazione al rovesciamento dell’ordine costituzionale e reati finanziari. Una misura controversa, specialmente per le tempistiche, che rispecchia la convinzione del governo di aver di fronte, né più né meno, un agente del Cremlino.
Pashinyan gode invece del supporto dell’Occidente. Donald Trump – che nell’agosto 2025 aveva sciolto un nodo chiave nei negoziati di pace tra Baku e Erevan patrocinando il Tripp, corridoio pensato per diventare un pilastro della Rotta commerciale transcaspica – ha espresso il suo «totale e completo sostegno» al premier.