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 2026  giugno 02 Martedì calendario

Si risvegliano gli Houthi

Il nome arabo dice tutto. Bab el Mandeb è “la porta del lamento”, in ricordo del terremoto che nella notte dei tempi ha separato due continenti. Un grido di dolore che continua ad echeggiare nei secoli. È un passaggio di soli trenta chilometri, un vero nodo scorsoio in grado di soffocare la navigazione mondiale e strangolare il commercio globale. Per questo lo Stretto che chiude il Mar Rosso non conosce pace.
Quando è stato inaugurato il Canale di Suez, ogni isoletta è diventata strategica. Perim si trova proprio nel mezzo ed è il simbolo di questa lotta: poco più di uno scoglio circondato da acque cristalline, per cui si sono scontrati gli imperi. Prima sono sbarcati i portoghesi, quindi i francesi. Gli inglesi li hanno scacciati ma negli anni Settanta gli egiziani, armati dai sovietici, hanno preso il controllo. Il tramonto della Guerra Fredda sembrava avere chiuso la stagione dei rapporti di forza. Invece no. Sono comparsi gli Houthi, la milizia islamista che grazie all’alleanza con l’Iran si è impadronita di gran parte dello Yemen. Nel 2015 infine hanno fatto irruzione sauditi ed emiratini, che nel segreto vi hanno costruito un aeroporto.
Pure noi italiani abbiamo cercato di entrare nel grande gioco dalla colonia eritrea. Abbiamo piazzato cannoni sull’arcipelago Dahlak, più a nord dello Stretto, e creato una base navale a Massaua. In teoria, potevamo stroncare le rotte britanniche più importanti ma i disegni del fascismo sono stati velleitari e, nonostante l’eroismo degli equipaggi, nel 1940 la Royal Navy ha spazzato via la squadra della Regia Marina.
Parigi invece è sempre rimasta nella partita grazie al possedimento di Gibuti. L’indipendenza ha lasciato sul posto la guarnigione della Legione Straniera. Non da sola. Le autorità locali hanno fatto mercato della posizione e accolto installazioni militari americane, cinesi, italiane. Neppure Israele ha rinunciato a ritagliarsi un trampolino affacciato su Bab el Mandeb e sostiene il riconoscimento del Somaliland, il territorio ex inglese della Somalia, dove i moli di Berbera fanno gola anche alla Russia di Putin.
Insomma, ogni tassello di costa è prezioso e alimenta giochi di potere sulla pelle di Paesi poverissimi: un risiko che va avanti con capovolgimenti di fronte e trame nell’ombra. Tutti però devono fare i conti con il protagonista assoluto: gli Houthi, i fondamentalisti sciiti che da tre anni hanno trasformato lo Stretto nelle nuove forche caudine, obbligando il mondo intero a piegare la testa davanti alla loro ostinata resistenza.
Sono un movimento sorprendente, che unisce fanatismo religioso, legami tribali e capacità militari. Se ne sono accorti sauditi ed emiratini, intervenuti per difendere il legittimo governo yemenita. Gli eserciti più ricchi e più moderni non sono stati capaci di batterli: gli hanno tirato addosso ogni tipo di bomba, a cui i guerrieri coranici hanno risposto colpo dopo colpo. Nessuno dei contendenti si è preoccupato della crisi umanitaria che ha devastato la popolazione. La tregua siglata nel 2022 ha sospeso le ostilità per consacrare il dominio degli Houthi.
È stata solo una breve pausa. Dopo i massacri di Hamas del 7 ottobre 2023 e la reazione israeliana a Gaza, i miliziani yemeniti hanno dichiarato guerra a tutto l’Occidente. Hanno scatenato l’arsenale di droni e missili ottenuto dalla Repubblica Islamica contro mercantili e petroliere. Gli armatori hanno deviato quasi il 70 per cento dei movimenti sul periplo dell’Africa. Sono arrivate due spedizioni: quella dell’Unione europea per scortare le navi mentre quella guidata da Washington e Londra bersagliava anche le postazioni sulla terraferma. Gli attacchi però sono proseguiti, prendendo di mira 178 bastimenti. Nemmeno i raid dell’aviazione israeliana e l’offensiva ordinata da Trump nel marzo 2025 li hanno sconfitti. Tanto che dopo tre mesi la Casa Bianca è scesa a patti.
Da allora i leader degli Houthi hanno preferito i proclami ai missili, limitandosi a scagliare una manciata di ordigni contro lo Stato ebraico in solidarietà con Teheran. Perché? Molti pensano che il rapporto con i pasdaran sia solo di interesse: il movimento è concentrato sui problemi interni e vuole evitare altri conflitti. C’è però chi ritiene siano solo in attesa del momento migliore per entrare in azione. La situazione oggi potrebbe essere vantaggiosa: il Pentagono ha soltanto due portaerei nell’area e ha già bruciato una parte consistente dell’arsenale nella sfida contro l’Iran. Certo, ci sono l’ammiraglia francese De Gaulle e sei fregate europee, incluse due italiane, che però non sono disposte a fare fuoco sullo Yemen. Ed ecco che Bab el Mandeb torna a essere un incubo, pronto a dare il colpo di grazia alle economie sfiancate dalla chiusura di Hormuz.