corriere.it, 30 maggio 2026
Hervé Barmasse parla dell’evoluzione dell’alpinismo
Hervé Barmasse, classe 1977, è uno degli alpinisti più affermati del panorama internazionale. Nato in Valle d’Aosta, cresciuto ai piedi del Cervino, rappresenta la quarta generazione di una famiglia di guide alpine. La sua carriera da alpinista è costellata di importanti ascensioni, come la nuova via aperta in solitaria sul Cervino, la prima ascensione della liscia lavagna granitica del Cerro Piergiorgio e la nuova via sul Cerro San Lorenzo in Patagonia. Tuttavia, Barmasse è anche uno scrittore e un regista che ha saputo raccontare la montagna a 360 gradi. Ospite fisso al Trento Film Festival, nel 2011 con «Linea continua» ha vinto il premio del pubblico.
Per lei l’alpinismo è sempre stato una cosa di famiglia, si riconosce ancora nell’evoluzione di questa disciplina? Mi riferisco agli alpinisti in fila per raggiungere l’Everest o alle discariche sull’Himalaya...
«Per prima cosa dobbiamo capire se si tratta di un’evoluzione o un’involuzione. Ciò che succede all’Everest succede su tutte le 14 montagne più alte del mondo. Eppure, gli alpinisti, compresi molti professionisti, che spesso salgono in coda esattamente come i turisti, continuano a essere restii a denunciare questa involuzione, peraltro già segnalata da Jon Krakauer (alpinista, giornalista e scrittore statunitense, ndr) nel 1996».
Sono passati trent’anni, ma le cose non sembrano essere cambiate…
«Certo, dobbiamo renderci conto che c’è qualcosa che non va, anche dal punto di vista etico e dei valori. Se guardiamo le prestazioni nell’alpinismo, come in tutti gli sport, c’è stato un miglioramento. La tecnologia ci regala nuove opportunità e fa sì che le nostre performance possano migliorare. Ma l’alpinismo non è uno sport comune, è un’attività outdoor, e non dovrebbe essere ridotto a una gara a chi conquista più vette. La performance non basta, bisogna interrogarsi anche sull’etica e sui valori di ciò che si sta facendo. In questo senso gli alpinisti potrebbero dare il buon esempio, ma non c’è molto interesse nel farlo».
A proposito di innovazioni, da qualche tempo si utilizza il gas xenon per ridurre i tempi di acclimatazione, cosa ne pensa?
«Basterebbe allenarsi e arrivare più preparati. Tuttavia, se ci si aiuta con quel gas non si parla più di alpinismo, si riduce tutto a un continuo impatto sulla montagna e sull’ambiente. Finché continueremo a elevare l’Everest a esempio, tutte le persone cadranno nello stesso errore. Andare in cima alla montagna più alta del mondo solo per farsi un selfie non è alpinismo».
Lei preferisce parlare di «esplorazione» anziché di prestazione…
«Quello secondo me è l’alpinismo da perseguire. Posso anche aprire una nuova via in solitaria sul Cervino, ma quella rappresenta solo un certo tipo di esperienza. Quando rispettiamo la montagna, non avremo difficoltà a immergerci in un’esperienza ugualmente profonda. Per me l’importante è provare a superare i nostri limiti, non solo fisici, e provare a fare qualcosa di diverso».
Però sentiamo parlare soprattutto di quegli alpinisti che hanno compiuto imprese eccezionali, cose che nessuno aveva mai fatto prima…
«A me è capitato diverse volte di farlo, ma questo non è l’unico modo di vivere una scalata. Le grandi spedizioni sugli Ottomila non devono per forza essere l’esempio che tutti devono seguire».
E quindi dove troviamo l’esempio?
«Sta nelle emozioni che vivi praticando una cosa che ti piace, provando qualcosa che probabilmente non si è mai vissuto prima. In questo l’alpinista dovrebbe dare l’esempio, ma può essere un amatore, un dilettante, chiunque, purché onori almeno due “regole”: rispetto del territorio e rispetto delle persone. Se hai il coraggio di fare questo primo passo per metterti in gioco, allora dimostri di valere tanto quanto l’alpinista professionista. I numeri saranno diversi, cambierà la tecnicità e la montagna non sarà la stessa, ma tu starai facendo lo stesso passo e starai vivendo le stesse emozioni. È questo ciò che rende unico l’alpinismo».
Eppure, oggi viviamo in un mondo che è fatto molto di finzione…
«È un po’ quello che accade con l’intelligenza artificiale, creiamo cose perché pensiamo che siano più belle della realtà, ma presto ci accorgeremo che non è così. Ci troveremo a rincorrere ciò che adesso vogliamo evitare attraverso l’intelligenza artificiale: la fatica, l’esperienza, la verità, anche quando è scomoda. Prima o poi ci annoieremo di questo e torneremo alle nostre origini. Chi lo capisce prima avrà un gran vantaggio. Insomma, non puoi scalare una montagna attraverso l’intelligenza artificiale».
Non ancora, almeno…
«L’Ai non potrà mai ricreare l’emotività che si prova trovandosi sul filo di cresta, su della neve instabile sapendo che stai rischiando la vita. Certo, puoi generare un’immagine simile, ma saprai sempre di trovarti in una stanza. La domanda giusta che dobbiamo porci è cosa vogliamo davvero?».
Allora glielo chiedo: cosa vogliamo?
«La verità, l’emozione, quella genuina, metterci in gioco, e trovare l’equilibrio tra ciò che si è capaci di fare e ciò che dobbiamo ancora imparare. Imparare, però, costa fatica e questo la montagna lo insegna benissimo. Come alpinisti dobbiamo essere anche capaci di far passare questo messaggio».
Le Alpi sono tra i luoghi dove i cambiamenti climatici modificano l’ambiente più rapidamente, in questo senso gli scalatori possono essere degli osservatori privilegiati?
«Le nostre montagne si stanno impoverendo dell’elemento più prezioso che abbiamo: l’acqua, sotto forma di ghiaccio e neve. Dopo 40 anni è inutile continuare a dire che i ghiacciai si stanno ritirando, perché ogni anno va sempre peggio. La cosa drammatica è che non si vuole cercare di porre rimedio. Come essere umani siamo così sciocchi: anziché pensare al nostro futuro, continuiamo a distruggere quello di altre nazioni e altri popoli. Forse le cose cambieranno quando un’altra generazione prenderà il posto di chi è attualmente al potere, che sta facendo solo danni».
Nel frattempo possiamo impegnarci di più?
«Faccio un esempio: cosa contribuisce maggiormente all’arretramento dei ghiacciai? Anche l’impronta carbonica. E cosa fanno spesso gli alpinisti più conosciuti? Organizzano spedizioni dall’altra parte del mondo, prendendo aerei e aumentando inevitabilmente il proprio impatto ambientale. Per questo, personalmente, ho scelto di ridurre molto i miei viaggi: da quattro spedizioni all’anno a una, al massimo due».
Insomma, un passo dopo l’altro si scala la vetta...
«A volte anche eventi importanti come il Trento Film Festival potrebbero forse interrogarsi maggiormente sul tipo di immaginario che alcuni film contribuiscono a diffondere. Spesso, nei documentari di alpinismo, vengono valorizzate soprattutto le grandi spedizioni extra-europee, i viaggi lontani, quasi a suggerire che l’avventura sia tanto più autentica quanto più ci si allontana da casa. Ma forse non dovrebbe essere necessariamente così. Si potrebbe dare ancora più spazio e premiare maggiormente anche esperienze vicine, raggiungibili con mezzi sostenibili, capaci comunque di raccontare storie profonde e significative».
Un messaggio diverso quindi...
«Esatto, un modo per dire che l’avventura non dipende dalla distanza percorsa, ma dallo sguardo con cui si vive la montagna e il territorio. Credo che ognuno possa fare la propria parte, anche rinunciando a qualcosa. E forse realtà attente alla sostenibilità, come il Trento Film Festival, potrebbero diventare un esempio ancora più forte promuovendo progressivamente produzioni e modalità di viaggio a basso impatto. Sarebbe una scelta impegnativa, certo, ma anche un segnale culturale importante».