corriere.it, 2 giugno 2026
Il terrore di morire ha un prezzo: 5 mila euro al giorno
Oltre a quelli derivanti dall’errore medico, anche il danno da «lucida agonia», riconosciuto dal giudice civile di Monza alla figlia erede di un ottantenne deceduto nel 2018, per un caso di malasanità all’ospedale di Vimercate.
Il 19 agosto di 8 anni fa, l’uomo era andato al pronto soccorso del ospedale in provincia di Monza, dichiarando di sentire dolore all’addome, dove gli era stato iniettato un anticoagulante, ma era stato rimandato a casa con la prescrizione di una pomata da applicare localmente sulla parte dolorante.
Due giorni dopo era tornato e gli era stata diagnosticata un’emorragia: sottoposto a una Tac in urgenza, che aveva evidenziato un ematoma, era stato ricoverato nel reparto di Chirurgia. Tre giorni dopo, era morto. «La mancata diagnosi dovuta a trascuratezza nella valutazione clinica non ha consentito la sospensione della terapia anticoagulante che avrebbe evitato il continuo sanguinamento e l’ingrandirsi dell’ematoma con il conseguente stato di choc», ha riconosciuto il tribunale. Il giudice Carlo Barile ha quindi disposto nei confronti di figlia e nipote della vittima un risarcimento del danno morale rispettivamente di circa 140mila e 45mila euro. Ma alla figlia, come erede, ha riconosciuto anche il danno da «lucida agonia», o da «morte imminente», facendo riferimento all’orientamento della Cassazione, che presuppone che «la vittima sia stata in grado di comprendere che la propria fine era imminente» e ristora «la paura di dover morire avvertita da chi, gravemente ferito, resti capace d’intendere e volere e si avveda dell’approssimarsi della fine».
La sua liquidazione, pertanto, deve compensare «lo stato d’animo d’angoscia provato dalla vittima durante la sua agonia», e deve essere «parametrato alla durata e all’intensità della stessa». In questo caso: 5 mila euro al giorno, per i tre giorni che hanno preceduto il decesso dell’anziano.