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 2026  giugno 02 Martedì calendario

Il gelo degli stipendi: Italia ancora sotto la media Ue

La cartina dell’Europa parla da sola. Nella mappa Eurostat 2025, appena aggiornata, dei salari netti annuali corretti per il potere d’acquisto, l’Italia compare in giallo, nella fascia compresa tra 20 mila e 30 mila euro. Una posizione che la colloca sotto la media dell’Unione europea, pari a 38.950 euro, e ben lontana dai livelli delle principali economie continentali: oltre 88 mila euro in Lussemburgo, 73 mila in Austria, 67 mila nei Paesi Bassi, 64 mila in Germania e 60 mila in Francia.
Il dato è particolarmente significativo perché è già corretto per il diverso costo della vita nei vari Paesi. Non si tratta quindi di una semplice comparazione nominale, ma di una misura del potere d’acquisto reale. E anche depurando le statistiche dall’effetto dei prezzi, il risultato non cambia: i lavoratori italiani dispongono di un reddito inferiore rispetto alla media europea e rispetto ai cittadini delle maggiori economie dell’Unione. La situazione resta sostanzialmente invariata qualunque sia la tipologia familiare considerata. Single, coppie con uno o due percettori di reddito, famiglie con figli: l’Italia continua a occupare le posizioni di rincalzo. È la fotografia di un problema che non nasce oggi e che affonda le sue radici in almeno tre decenni di crescita mancata.
La fotografia dell’Ocse
Il dibattito pubblico tende spesso a concentrarsi sul rapporto tra salari e inflazione. È comprensibile. Dopo l’impennata dei prezzi energetici seguita alla guerra in Ucraina e alle tensioni geopolitiche globali, il potere d’acquisto delle famiglie si è ridotto sensibilmente. Ma la questione italiana precede di molto la recente fiammata inflazionistica. Anche gli ultimi dati dell’Ocse raccontano una storia unica tra le grandi economie avanzate. Dal 1990 a oggi i salari reali italiani, cioè quelli misurati al netto dell’inflazione, sono sostanzialmente arretrati. Nel solo 2022 la perdita di potere d’acquisto è stata del 7,3%, una delle peggiori registrate tra i Paesi industrializzati. Ma il declino era già iniziato prima: tra il 1990 e il 2020 i salari reali erano diminuiti del 2,9%, mentre nella maggior parte delle economie europee continuavano a crescere.
Per comprendere le ragioni di questo fenomeno occorre introdurre una variabile spesso trascurata nel dibattito politico: la produttività. Nel lungo periodo i salari possono crescere stabilmente soltanto se aumenta il valore prodotto da ogni lavoratore. È qui che emerge la principale fragilità dell’economia italiana. Da oltre vent’anni la produttività cresce a ritmi quasi nulli. Non soltanto nei servizi, che rappresentano circa tre quarti del Pil nazionale, ma anche nell’industria, dove gli incrementi registrati sono stati modesti rispetto ai concorrenti internazionali. Le retribuzioni hanno seguito fedelmente questa dinamica: se la produttività resta ferma, anche i salari finiscono per ristagnare.
I bassi salari rappresentano «la spia di un malessere profondo dell’economia italiana». concordano gli esperti. Le cause sono numerose e intrecciate. La prima è il cosiddetto nanismo imprenditoriale. L’Italia è un Paese dominato da piccole e medie imprese che spesso non dispongono delle dimensioni necessarie per investire in innovazione, ricerca, digitalizzazione e capitale umano. Aziende poco produttive difficilmente riescono a riconoscere salari elevati. A questo si aggiunge un mercato dei capitali meno sviluppato rispetto a quello di altri Paesi europei. Molte imprese continuano a finanziarsi quasi esclusivamente attraverso il credito bancario e restano restie ad aprire il capitale a investitori esterni. È il riflesso di un capitalismo familiare che privilegia il controllo alla crescita dimensionale.
Il problema riguarda anche il capitale umano. L’Italia presenta una quota di laureati inferiore rispetto alla media europea e una forza lavoro caratterizzata da un’età media sempre più elevata. Le imprese lamentano carenza di competenze avanzate mentre migliaia di giovani qualificati scelgono ogni anno di trasferirsi all’estero in cerca di stipendi più elevati e migliori prospettive professionali. È un circolo vizioso che impoverisce ulteriormente il potenziale di crescita del Paese.
Accanto alle debolezze strutturali esiste poi una vasta area di lavoro fragile e sottopagato. Negli anni l’Inps ha stimato in circa due milioni il numero di lavoratori intrappolati tra precarietà, stagionalità e bassi redditi. Una galassia che comprende contratti a termine, collaborazioni discontinue, tirocini ripetuti e occupazioni nei servizi e nel turismo dove il lavoro irregolare continua a rappresentare una componente significativa del mercato.
Per anni una parte del dibattito economico ha attribuito la stagnazione salariale all’ingresso nell’euro e all’impossibilità di utilizzare le svalutazioni competitive per sostenere l’export. Questa lettura, tuttavia, trova scarso riscontro nei numeri. Le esportazioni italiane hanno continuato a crescere e il Paese ha spesso registrato avanzi commerciali rilevanti. Nel frattempo il costo del lavoro per unità di prodotto è aumentato in linea con l’obiettivo di inflazione della Banca centrale europea. Non c’è stata una vera compressione dei salari nominali; è mancata piuttosto la crescita della produttività necessaria a generare aumenti reali delle retribuzioni.
Ecco perché la mappa Eurostat assume un valore simbolico. Quel colore che colloca l’Italia nella fascia bassa dei redditi europei non è il risultato di una crisi temporanea né di una congiuntura sfavorevole. È il riflesso di problemi strutturali accumulati nel tempo: imprese troppo piccole, investimenti insufficienti, scarsa innovazione, bassa istruzione terziaria, fuga dei talenti e un mercato del lavoro incapace di valorizzare pienamente le competenze. Finché questi nodi non verranno affrontati, sarà difficile immaginare una crescita duratura dei salari. E la distanza che separa i lavoratori italiani dai loro colleghi europei continuerà a essere misurata non soltanto dalle statistiche, ma anche dalla qualità della vita e dalle opportunità che il Paese è in grado di offrire alle nuove generazioni.