Corriere della Sera, 2 giugno 2026
Intervista a Dino Zoff
Dimmi chi era Dino Zoff. La docufiction «Dino Zoff. Volevo solo fare bene il mio lavoro», in onda il 10 giugno in prima serata su Rai 1 e Rai Play, racconta la storia del capitano della mitica nazionale campione del mondo ’82 con tanti filmati storici, dalla parata indelebile contro il Brasile alla famosa partita a scopone scientifico con il presidente Pertini, e con testimonianze emozionanti da Capello a Platini, da Altafini a Tardelli, da Bruno Conti a Del Piero. L’intervistatore è speciale: Francesco De Gregori tiene il filo di questo viaggio a ritroso nel tempo, quasi a ricordarci chi eravamo, e parla con il campione sul palcoscenico dell’Auditorium di Roma sulle note della «Leva calcistica della classe ‘68», quella di «Nino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore…», soffermandosi sulla psicologia del portiere e sul concetto di solitudine.
La regia di Giovanni Filippetto parte da Luca (interpretato da Javier Leoni), un ragazzino di 13 anni che sogna di fare il portiere, ma è troppo basso e insicuro, vuole lasciare, e il suo allenatore (Marco Bocci) per aiutarlo gli fa scoprire Dino Zoff, eroe silenzioso con il suo esempio di disciplina, determinazione e coerenza.
«La mia vita da piccolo era così – ricorda Zoff – mi piaceva giocare e tuffarmi, ma non ero sufficientemente alto, i più grandi mi tiravano sempre addosso, ero un po’ lo zimbello del paese, Mariano del Friuli. Il presidente della squadra locale, la Marianese, aveva una falegnameria e ogni mese mi misurava l’altezza sullo stipite. All’improvviso cominciai a crescere – sorride – grazie anche a mia nonna Adelaide che mi faceva mangiare tante uova. Il mio sogno era quello di fare bene in porta, allora non si poteva nemmeno osare di sognare la serie B».
Proviene da una famiglia contadina, che cosa le ha insegnato?
«A casa mia non si potevano accampare scuse, lo sport presuppone di non cercare mai alibi e così ho fatto. Mio padre era di poche parole, ma incisive».
La storia scorre, dal salto all’Udinese, poi Mantova e Napoli con i primi saluti impacciati alla curva…
«A Napoli ero stato accolto con gran calore. Lo sapete, sono riservato, là c’è l’usanza di salutare la curva ma il gesto non mi veniva spontaneo, appena arrivato non me la sentivo di allargarmi troppo, mi sembrava di arruffianarmi… poi cominciai ad alzare la mano piano piano e sentii il boato del pubblico: mi sbloccai e mi abituai a salutarlo».
Tanti aneddoti anche con la Juve, la prima cosa che ha imparato?
«Il rispetto delle regole, a volte sembrava di lavorare alla Fiat».
Oggi ripartirebbe da Spalletti?
«Sì, pensavo che la Juve riuscisse a raddrizzare la classifica, peccato».
Come si sente al terzo Mondiale senza gli azzurri?
«Purtroppo è pesante per una Nazionale che ha vinto quattro Mondiali. Una volta ti può girar male, la seconda e la terza no, caspita! Un allenatore deve conoscere la forza della sua squadra: se hai una 500 la devi guidare da 500, devi adeguarti a lei senza tanti proclami. E, intendiamoci, si può vincere anche con la 500».
Come si può ripartire?
«Ci sono sempre stati bravi giovani nell’Under 21, poi però devono pensare con continuità a una strada che sarà in salita, non stazionare sui gradini. Questo è il mio parere. Ci sono anche portieri italiani di buona qualità, vanno valorizzati».
Anche De Gregori, suo amico da tempo, da ragazzino giocava in porta: l’ha stuzzicata sui portieri, spesso lodati perché giocano bene con i piedi…
«Be’, chi sta in porta prima di tutto deve essere bravo con le mani, questo è sicuro, se lo è anche con i piedi, meglio».
Un consiglio a un ragazzino che sogna di diventare calciatore?
«Divertiti giocando a pallone senza troppe aspettative sennò sarai infelice».
Il giocatore più talentuoso che ha allenato?
«Non mi piace fare nomi, posso solo dire che un talento sprecato è stato Gascoigne».
La sua vita scorre nella docufiction senza retorica, tra discese e risalite, fino alle dimissioni da c.t. dopo le critiche di Berlusconi. Le immagini del Mondiale ‘82 sono limpide nel nostro immaginario collettivo…
«Quelle emozioni le sento tutte addosso, un crescendo rossiniano».
Quel bacio che ha schioccato a Bearzot mentre parlava con i cronisti è stato il massimo dell’esuberanza per lei …
«Spontaneo, la telecamera era lì e mi ha ripreso. Bearzot è stato straordinario, se abbiamo vinto è stato grazie al nostro Comandante, anche se non era molto quotato».
C’è anche una bellissima immagine di lei e Scirea che vi godete la gioia del Mondiale in silenzio, fumando una sigaretta: se potesse parlare con Gaetano che cosa gli direbbe?
«Lo porterei in trionfo perché è stato troppo sfortunato. Taciturno, intelligente, straordinario».
Come si diventa Zoff?
«L’importante è fare bene il proprio lavoro e stare in pace con la propria coscienza e con il mondo. Cercando di fare sempre meglio, e non è mai abbastanza».