Corriere della Sera, 2 giugno 2026
Fenomeno «Backrooms»
L’horror che rischia di riscrivere le regole di Hollywood si sviluppa in un labirinto infinito di stanze vuote, tutte dipinte di un tiepido giallino. Sono le backrooms, non-luoghi inquietanti, porzioni di spazio liminale del tutto privi di presenza umana, eccetto quella degli sventurati che finiscono per capitarci, ritrovandosi intrappolati e, subito dopo, perseguitati dalle misteriose entità che le abitano.
Una gigantesca metafora sulla contemporaneità che nasce dall’immaginario collettivo del web. Perché Backrooms era un meme (nato nel 2019 da una foto pubblicata sulla piattaforma 4chan) ben prima di diventare un fenomeno cinematografico globale: in Italia è uscito il 27 maggio e ha totalizzato 1.787.695 euro nei primi cinque giorni di programmazione, mentre negli Stati Uniti il film ha debuttato il 29 maggio arrivando a quota 81.456 milioni di dollari nel weekend di apertura, finendo dritto al primo posto degli incassi. Molto sopra un titolo che, sulla carta, doveva essere una garanzia come The Mandalorian and Grogu.
Numeri impressionanti, dunque. Che lo diventano ancora di più se si osserva l’evoluzione di questo film «virale» a livello mondiale, dove ha superato i 118 milioni di dollari, imponendosi come numero uno assoluto al box office globale. In pochi giorni l’horror ha conquistato il primo posto in oltre trenta paesi, tra cui Regno Unito, Australia, America Latina, Scandinavia, Medio Oriente e Corea del Sud. A interpretare la traduzione cinematografica di questo strutturato universo digitale, non a caso, è stato scelto Kane Parsons, youtuber ventenne (è nato nel 2005) conosciuto finora come «Kane Pixels».
Lui, prima di debuttare sul grande schermo, a 14 anni aveva dato vita a una serie (arrivata a oltre 80 milioni di visualizzazioni) realizzata con una strumentazione amatoriale proprio su YouTube, dedicata alle Backrooms, diventate nel frattempo anche lo sfondo di infiniti video sui social e l’ambientazione di videogiochi popolarissimi: su tutti, Roblox. Ecco perché si è di fronte a un film generazionale: se per chi ha più di 35 anni è difficile mettere a fuoco di cosa si stia parlando, per i giovanissimi è semplicemente un elemento del loro linguaggio comune e condiviso. Una teoria che si rispecchia anche nei dati: l’86% degli spettatori dell’horror ha meno di 35 anni, due terzi meno di 25. Un piccolo miracolo che ha riportato in sala chi non è così solito frequentarla, spinto dal desiderio di condividere una nuova evoluzione di un universo narrativo che conosce dalle sue origini digitali.
Era già successo con Slender Man, che ispirò a sua volta un horror, nel 2018 e, prima ancora dell’era social, anche con The Blair Witch Project: nel 1999 era il film di cui tutti i ragazzi parlavano. Ma ora Parsons, regista prodigio, con il suo film, sta riuscendo in un’impresa ancora più globale: «È come se un sogno che avevo fosse esploso – ha raccontato—. In qualche modo è come se stessi facendo la stessa cosa che facevo su YouTube, solamente più in grande: è come un video di quelli che ho fatto in passato, per cui ora sono qui. Solo molto più lungo». Andrea Romeo, fondatore di I Wonder Pictures che distribuisce il film in Italia, è meno prosaico: «Partire da un fenomeno nato online – una leggenda metropolitana digitale che ha generato duecento milioni di visualizzazioni su YouTube – e trasformarlo in cinema è già un’intuizione straordinaria. Affidarlo a Kane Parsons, vent’anni, il creatore stesso di quella serie, è stato un atto di fiducia nell’autorialità raro e coraggioso».
I protagonisti, persi in questo spaventoso purgatorio, sono Chiwetel Ejiofor e Renate Reinsve, attrice ormai simbolo del cinema d’autore (è protagonista di La persona peggiore del mondo e Sentimental Value, che le è anche valso la nomination agli Oscar), che nell’horror interpreta una psicoterapeuta in cerca del suo paziente (Ejiofor) che sembra sparito nel nulla. Proprio lei, nel raccontare quanto l’abbia inquietata questo film, ha detto: «Ci sono tantissime cose dentro di noi a cui non possiamo accedere se non tramite il nostro subconscio... in altre parole, per dare senso a qualcosa di irrazionale, spesso serve un approccio a sua volta non razionale». Ma, solo così, si arriva a comprendere un significato più profondo.
Secondo diversi critici, la forza di questo horror risiederebbe proprio nel potere metaforico su cui è fondato: anche se il regista non lo ha confermato, quello spazio in cui la mente si spegne e l’indivuduo, quasi senza accorgersene, si annulla null’altro sarebbe se non la metafora dello scrolling digitale, che annienta la mente dell’individuo, dominato da forze occulte.
Una potente riflessione su come l’interiorità sia chiamata a ripensarsi nel nuovo multiverso in cui tutti siamo calati, dove il tempo e lo spazio si confondono e basta un attimo per perdersi.