Corriere della Sera, 2 giugno 2026
Patrimoniale, la parola che fa perdere
Il grande peso delle tasse in Italia grava sul lavoro, non sui redditi da capitale. L’Irpef è pagata essenzialmente da dipendenti e pensionati che avrebbero diritto anche loro, visto l’andazzo, a una flat tax, una tassa piatta, come gli autonomi o i percettori di altri redditi. L’ingiustizia fiscale è sotto gli occhi di tutti. Secondo l’elaborazione di Itinerari previdenziali, sui dati 2024 del ministero dell’Economia e dell’Agenzia delle Entrate, più della metà degli italiani non ha reddito. Non paga un euro di tasse e usufruisce di tutti i servizi, a cominciare dalla Sanità, che sono finanziati da meno dell’altra metà degli italiani. Solo lo 0,1% dichiara più di 300 mila euro l’anno di reddito. Il 30% dei contribuenti garantisce l’80% del gettito Irpef, l’unica imposta progressiva rimasta dalla quale è in atto una fuga. Il suo carattere universale, con l’introduzione di cedolari e tassazioni separate, è profondamente cambiato. Detto tutto questo l’idea di una patrimoniale, che sembra affascinare la segretaria del Pd, Elly Schlein, è di fatto irrealizzabile. Non solo sotto il profilo tecnico, quello sarebbe il meno. Immaginate però le infinite discussioni sulla base imponibile, l’aliquota da applicare, i riferimenti catastali. Un inferno di polemiche. La ragione principale è che i grandi capitali, quelli che si vorrebbero colpire, se ne vanno all’istante, se non se ne sono già andati. E i detentori di quelli più piccoli, anche se non toccati dall’eventuale provvedimento, si sentirebbero subito minacciati.
E s i comporterebbero come se la patrimoniale, prima o poi, li riguardasse. Non hanno fatto un trust come i super ricchi. Non hanno società dietro le quali schermarsi. Hanno magari un paio di case comprate con il lavoro di una vita. Non evadono. Sono in quella metà che sostiene tutti.
Piaccia o no questa è la realtà. L’Italia ha bisogno di attrarre capitali, non di respingerli. Tra l’altro come si concilierebbe un’eventuale patrimoniale con il fatto che siamo diventati una sorta di paradiso fiscale per i miliardari di tutto il mondo? Misura, quest’ultima, presa da un governo di centro-sinistra con alla guida Matteo Renzi. Elly Schlein, se abbiamo ben capito, pensa a una patrimoniale europea o addirittura internazionale (l’ha proposta il presidente brasiliano Lula). Un’utopia sia per le regole europee sia per la situazione geopolitica. Nell’era di Trump è fallita anche l’ipotesi di una minima tassa sulle multinazionali, specie del web, che scelgono in Europa di risiedere comodamente in Irlanda.
Insistere sul tema di una patrimoniale è il modo migliore per perdere le elezioni. Prima di tutto va ricordato che alcune patrimoniali ci sono già, come l’Imu. In secondo luogo è del tutto sconsigliabile parlarne alla vigilia di un grande passaggio di patrimoni, non tutti di miliardari, vista l’età avanzata di molti boomer, ovvero i nati nell’immediato Dopoguerra. Lo documenta anche l’ultima relazione, sul 2025, della Banca d’Italia. La ricchezza netta degli italiani è calcolata in 12 mila 326 miliardi, 8,5 volte il reddito, di cui quella finanziaria è di 6 mila 500 miliardi. I nati tra il 1946 e il 1950 detengono il 62% delle abitazioni, il 28% degli attivi finanziari, il 10% delle imprese. Costituiscono la generazione più fortunata della storia (è la sostanza dell’analisi di Bankitalia). Gli eredi che ne beneficeranno (il più tardi possibile ovviamente, lo diciamo anche per ragioni personali) si collocano prevalentemente nella fascia dei nati tra il 1966 e il 1975. In maggioranza donne. Qui c’è tutto il tema dell’imposta di successione, in Italia più generosa che altrove. Le grandi eredità (Agnelli, Berlusconi, Del Vecchio) in altri Paesi avrebbero finanziato con le loro tasse un’intera manovra di bilancio, da noi hanno fruttato assai poco. Molta cronaca, anche giudiziaria, poche tasse.
E allora, ci si domanderà come fare per ridurre l’ingiustizia fiscale? Combattere la piaga dilagante del nero e del sommerso, intensificare la lotta all’evasione fiscale e contributiva (cento miliardi l’anno). Sfoltire le spese fiscali, (altri cento miliardi l’anno), spesso detrazioni e deduzioni anche a chi non ne ha bisogno. E ridurre di conseguenza le tasse al ceto medio, a lavoratori e dipendenti. Impossibile? No, ma non va dimenticato che anche gli evasori votano. E qui casca l’asino.
Nella campagna elettorale del 2006 il programma dell’allora Unione di centrosinistra (281 pagine), prevedeva una serie di riallineamenti nella tassazione di capitali e nel trattamento dell’Ici. La maggioranza uscente, agitando lo spettro della patrimoniale, recuperò quasi del tutto l’ampio scarto rilevato dai sondaggi. Prodi ebbe grandi difficoltà a spiegare che non avrebbe toccato i piccoli risparmi. Vinse su Berlusconi per pochissimi voti (24.755) che fecero scattare alla Camera il «premio» elettorale. Quello di cui si parla, con annesse polemiche, anche oggi.