Corriere della Sera, 2 giugno 2026
Europa, allarme povertà. I numeri del disagio e la Strategia Ue
L’Europa non è più quel paradiso di ricchezza materiale riconosciuto nei decenni da tutto il mondo. I dati Eurostat del 2025 parlano chiaro: nell’Unione a 27, il 20,9% della popolazione vive a rischio povertà o esclusione sociale, quasi 93 milioni di persone il cui presente e il futuro è incerto e più del 24% di loro ha meno di 18 anni. Un’urgenza cui, per la prima volta, la Commissione Europea ha voluto dare risposta il 6 maggio scorso con una nuova Strategia che ha l’obiettivo di ridurre il numero di almeno 15 milioni entro il 2030 e poi dare un contributo all’eliminazione entro il 2035.
Tre le sfide urgenti tracciate dalla Commissione: la crisi abitativa, le barriere alla partecipazione a un mercato del lavoro in rapida evoluzione (il 66 per cento dei disoccupati e il 44 per cento di chi è fuori dal mercato del lavoro sono a rischio esclusione, oltre all’8 per cento di chi un impiego ce l’ha: ma non basta) la povertà che colpisce un bambino su quattro. La presidente Ursula von der Leyen ha presentato il pacchetto ricordando che «dignità, opportunità e uguaglianza sono i valori chiave dell’Europa che stiamo costruendo».
Il progetto è articolato in una Strategia, una proposta di Raccomandazione del Consiglio Europeo sulla lotta all’esclusione abitativa e due comunicazioni: spezzare il ciclo della povertà infantile rafforzando la Garanzia europea per l’infanzia, e garantire i diritti delle persone con disabilità. «La povertà – dice Séamus Boland, presidente del Comitato economico e sociale europeo (Cese) – è profondamente intrecciata con la giustizia sociale e l’inclusione a meno che non si agisca con decisione, la povertà non andrà da nessuna parte». Secondo Boland «in una delle regioni più ricche del mondo, questo è moralmente inaccettabile. Ma sta anche frenando le nostre economie e creando enormi costi a lungo termine. La povertà continua a colpire più duramente quando si tratta di donne, anziani, individui con disabilità e, chiaramente, gruppi minoritari come i Rom».
«Un elemento essenziale del problema – prosegue Boland nella sua analisi – sono gli alloggi. Questo sta generando molta povertà per i più giovani, ma anche per i più anziani e per le donne. Le famiglie monoparentali stanno lottando duramente a causa della mancanza di alloggi a prezzi accessibili. Con i prezzi delle case che aumentano più velocemente dei redditi, e con i costi di affitto o mutuo, acqua ed energia che consumano quasi un quarto dei bilanci familiari, l’Ue deve agire per rendere gli alloggi più accessibili». Qualcosa si è mosso: Accolgo con favore i recenti sforzi, ad esempio la strategia dell’Ue sugli alloggi a prezzi accessibili, ma c’è ancora tanto lavoro da fare».
Cristiano Gori, ideatore in Italia dell’Alleanza contro la povertà e docente di politiche sociali all’Università di Trento, osserva anzitutto che «l’indicatore europeo non misura la povertà effettiva, ma la probabilità di cadervi. In passato il lavoro costituiva quasi automaticamente una protezione dalla povertà. Oggi non è più così. Gli anziani per lungo tempo sono stati una categoria relativamente protetta dalla povertà grazie alle pensioni e ai patrimoni accumulati dalle generazioni cresciute durante il boom economico. Tuttavia – osserva Gori – questa protezione si sta progressivamente indebolendo. Infine, il problema del “take-up” delle misure contro la povertà, cioè della quota di aventi diritto che effettivamente accede alle prestazioni. Secondo le stime europee, tra il 20% e il 50% delle persone che potrebbero beneficiare di questi strumenti non li richiede. Si tratta spesso dei soggetti più fragili, con minori risorse culturali e relazionali, che non conoscono le misure disponibili oppure non riescono a orientarsi nelle procedure burocratiche».
Le risorse dei prossimi anni saranno cruciali: nella Strategia si invitano gli Stati membri (per altro solo 22 su 27 dispongono oggi di piani nazionali di lotta alla povertà) «mobilitare in modo più efficace i finanziamenti pubblici» lasciando così intendere che i fondi europei non sempre sono usati in modo efficace. E il Fondo sociale europeo plus (dal bilancio 2021-2027, 139 miliardi di euro erano destinati alla lotta alle povertà, ma il prossimo bilancio potrebbe tagliare lo stesso fondo)? «Ribadisco – aggiunge ancora Boland – l’appello del Parlamento europeo affinché almeno il 5% del Fondo sociale europeo Plus (Fse+) sia destinato a progetti volti a combattere la povertà infantile. Questa cifra dovrebbe salire al 10% nei Paesi in cui i livelli di povertà infantile e di esclusione sociale sono superiori alla media Ue».
I negoziati sul prossimo bilancio a lungo termine (2028-2034) dell’Ue sono ancora in corso e la richiesta del Cese è che includa un Fondo sociale europeo Plus autonomo con una quantità di finanziamenti sufficiente a soddisfare le sfide sociali comuni. «Una strategia da sola – ha ammonito Maria Nyman, segretaria generale di Caritas Europa – non è sufficiente a sollevare le persone dalla povertà, a meno che non sia sostenuta da una forte volontà politica, da misure coordinate e da finanziamenti adeguati. In questi tempi difficili, i nostri leader devono offrire più delle semplici promesse e garantire che le persone più colpite siano coinvolte nella definizione delle soluzioni politiche».