Corriere della Sera, 2 giugno 2026
Gianluca Gazzoli parla della sua carriera e di sé stesso
«Amore, amicizia, famiglia: sono le parole che compongono il primo tatuaggio che mi sono fatto. Avevo 15 anni, erano i valori che volevo rispettare e che ancora oggi per me restano fondamentali. Le scritte sono in giapponese e per anni ho avuto un dubbio: chissà se veramente sulla pelle porto quei tre sostantivi… Durante uno scalo in Etiopia, un turista mi ha dato la conferma. Per fortuna».
Sorride divertito Gianluca Gazzoli, conduttore di radio e tv, podcaster e creator: così si descrive nelle biografie digitali sul suo sito e sugli account social. «Dopo aver passato una vita contro le etichette – perché l’Italia è un Paese che tende sempre a incasellarti – oggi finalmente artisticamente esisti proprio perché sai fare più cose. E questo mi piace molto».
Lo incontriamo nel Basement, il quartier generale dove nascono le puntate del podcast «Passa dal BSMT», circondato da memorabilia lasciati da artisti, sportivi, cantanti, attori – da Valentino Rossi a Federica Pellegrini, da Jovanotti a Renato Zero, da Sayf ad Alberto Angela – intervistati negli ultimi 4 anni: quello che era uno scantinato («anche un po’ umido») oggi è un piccolo museo ricco di cimeli autografati. «Fatico ancora a immaginare che da qui siano passati tanti personaggi importanti, persone che hanno creduto in me. Recentemente è arrivato anche Charles Leclerc: tra tutte le cose che ha da fare, è venuto qui per chiacchierare. Fuori aveva la sua auto aziendale, una Ferrari fiammante. Era da solo, incredibile».
Dopo quattro anni e due puntate a settimana, il livello degli ospiti non si è mai abbassato e il podcast resta tra i più ascoltati, ma nonostante gli incontri vip, le presenze in radio e sul palco di Sanremo, Gazzoli continua a sentirsi un underdog. «Me lo sono anche tatuato. Se parti da zero, o meglio da meno di zero, alla fine non riesci a cambiare la tua mentalità: hai di più, puoi permetterti qualcosa di diverso, ma come sei e il tuo modo di vivere resta lo stesso. Almeno per me è così».
A tenerlo con i piedi ben saldi a terra ci sono gli amici. «È bello mantenere vivi i rapporti con chi sa penderti in giro, farti sorridere. Ci uniscono tanti momenti, su tutti lo sport. Il Basement è nato anche per ritrovarci, come capita di notte per vedere le partite Nba». La sua grande passione infatti è il basket, che ha dovuto lasciare a 15 anni, dopo la diagnosi di un’aritmia cardiaca e l’impianto di un defibrillatore. «Un trauma, la cosa peggiore che può capitare a un ragazzino: a quell’età non pensi che puoi morire, ma che non puoi più fare sport, non puoi più fare quello che fanno i tuoi amici… Ho resettato tutto: non andavo più a vedere la mia squadra giocare, il mister mi chiedeva di aiutarlo con gli allenamenti, ma io volevo essere protagonista sul parquet, non a bordo campo». C’è stato anche un momento in cui ha sfidato la malattia: «Giocavo di nascosto fino a quando non partiva la scarica del defibrillatore: una scossa fortissima che mi buttava a terra. Così è iniziato il panico: avevo paura a uscire di casa, a fare qualsiasi cosa. Ho convissuto con questa ansia e ho vacillato. Poi, intorno ai 19 anni, qualcosa è cambiato: ho iniziato a inseguire un altro sogno, quello della radio, convogliando l’emotività, la sensibilità e la foga che usavo in partita per un nuovo obiettivo». Ci sono voluti anni prima di parlarne pubblicamente. «Per la precisione, 17. Non volevo sentirmi diverso e mettere gli altri in imbarazzo. Ma quando il racconto è cominciato, è stato bellissimo: tante persone hanno problemi uguali o simili. Ricordo l’emozione di ritrovarmi al Bsmt con Edoardo Bove, poche settimane dopo averlo visto crollare sul campo. Oggi corro, vado in palestra, gioco a basket, volo tra Milano e New York. E c’è un lato positivo: sono monitorato 24 ore su 24».
Proprio a New York, nel 2016, ha chiesto a Sara di sposarlo. «Il matrimonio è sempre stato nei miei pensieri. Il mio primo viaggio da solo è stato a Londra: seduto su una panchina, guardavo il London Eye e pensavo che su quella ruota che avrei portato la donna della mia vita per la proposta. Poi sono cresciuto, le cose sono andate meglio di quanto quel ragazzino potesse immaginare e così ho scelto un luogo ancora più alto, l’Empire States Building». Un amore che si è acceso velocemente. «Avevamo 23 anni. La prima sera che siamo usciti abbiamo chiacchierato tutta la notte, ho detto agli amici “mi sa che è quella giusta”». Intanto il successo non arrivava. «Facevo mille lavori aspettando un’occasione. Per mantenermi ho fatto il cameriere, ho lavorato in un’officina, ho messo i sottotitoli nei programmi tv, sono stato nei villaggi turistici e in un’agenzia viaggi». Fino alla chiamata di una web radio: «Mi ascoltavano mamma, mia sorella e forse un altro paio di persone, ma a me sembrava di parlare al mondo. Poi da Bergamo, mi cercò Radio Number One: sveglia alle 4 del mattino, diretta e lavoro all’agenzia viaggi». Intanto Sara era sempre lì «al mio fianco, a darmi forza credendo in me». Dal loro amore sono nate Rachele e Carola. «Hanno 7 e 3 anni, ci divertiamo molto. Sono un papà molto concentrato sull’intrattenimento, ma anche parecchio attento. Non mi è mai piaciuto salire in cattedra e “insegnare la vita”. Vorrei essere un buon esempio».