Corriere della Sera, 2 giugno 2026
Intervista a Erminia Di Gianantonio
Sotto il grande tiglio della casa di riposo, a un passo dalla spiaggia di Calambrone, Paolo accarezza sua madre come una bambina. Lui ha 81 anni, lei 107. Si sorridono in silenzio mentre la brezza del mare arruffa le chiome bianche. C’è un problema: l’udito non più acutissimo di Erminia Di Gianantonio, cui però il Cielo ha regalato una vista formidabile. Soluzione: lui scrive le nostre domande in stampatello su un foglio, lei le legge, senza occhiali, e risponde come può. Siamo qui sia perché il Corriere della Sera ha deciso di dedicarle una delle pagine speciali sui centenari d’Italia sia perché alla signora succede un fatto singolare.
Dalla sua dichiarazione dei redditi, modello Unico, risultava un credito d’imposta di oltre 4 mila euro legato a spese sanitarie sostenute nel 2024, il Fisco ha risposto che sì, il credito c’è, ma il rimborso potrà avvenire solo fra qualche anno. Cioè, quando Erminia avrà forse toccato quota 110. «Così mi hanno risposto all’Agenzia delle entrate, dicono che siccome mia madre ha presentato l’Unico in ritardo di dieci giorni ci vorranno tre anni per riavere quei soldi... è mancata un po’ di sensibilità», racconta il figlio mentre della vicenda si stanno interessando anche due avvocati, Stefano Rossi e Giacinto Canzona.
Ha saputo cosa dicono i funzionari del Fisco?
Lei sorride.
Come risponde?
«Che intanto arrivo a 120 anni e poi vediamo».
Originaria di un borgo del Friuli, Avasinis di Trasaghis, Erminia Di Gianantonio ha vissuto fino al 1969 fra Udine, Trieste e Gorizia per poi trasferirsi in provincia di Lecce, la terra del marito finanziere Nicolino Cucurachi, antenati greci. Con lui gli dei sono stati meno generosi: se n’è andato nell’88, a 73 anni. E da allora Erminia vive in Toscana, dove il figlio Paolo, elicotterista della finanza in pensione, ha messo famiglia e radici. Vive a Calci, in val Graziosa, nella tranquillità dei monti Pisani e lì abitava fino a due anni fa anche la mamma. La quale, nonostante i 40 anni di residenza, da queste parti è sempre una «piovuta», come dicono i toscanacci di chi viene da fuori. In particolare di lei per via delle sue simpatie politiche per Giorgia Meloni, aggiunge qualcuno con ironia.
Il segreto di questa lunga vita?
«Sei tu – dice lei indicando il figlio (ne ha due, Paolo e Rosanna, gemelli) – E il vino rosso».
Paolo spiega: «Mia mamma mi ha amato e mi ama profondamente. Ama me e il vino rosso. Quando andiamo a pranzo e provo ad allungarglielo con l’acqua s’infuria. Lo vuole puro».
Il segreto è solo il vino?
«Anche la polenta gialla, il formaggio latteria, il prosciutto e il salame. E di mattina latte caldo e uno spicchio d’aglio crudo».
Il figlio sorride:
«Proprio così, tutte le mattine l’aglio a colazione. È la sua particolarità. Per il resto mia madre digerisce anche i sassi e fino a 103 anni si cucinava da sola. La trovavo che si friggeva il salame col burro. La sua era una famiglia contadina, allevavano mucche da latte, ammazzavano il maiale e in casa si facevano tutto»
Non c’entra l’aria buona della Carnia e del Pisano?
«Boh».
La Carnia non è l’Ogliastra dei centenari che richiamano in Sardegna l’attenzione degli studiosi di mezzo mondo, ma è comunque un’area nella quale donne e uomini, soprattutto le donne, vivono più a lungo della media nazionale. Lo conferma Stefania Pisu, la sindaca di Trasaghis, il paesino della provincia di Udine dove Erminia Di Gianantonio ha trascorso buona parte della sua gioventù: «Abbiamo 2.100 abitanti e tre centenarie, altre due sono mancate lo scorso anno, una aveva 105 anni».
Signora Erminia, non può essere anche una questione genetica?
«Mio papà è morto giovane, a 60 anni, e anche mia mamma e i miei fratelli se ne sono andati tanto tempo fa (Guido a 67 anni, Elda a 70, Adelia d’infarto a 75)».
E non si può nemmeno dire che sia stata una vita facile, la sua. La famiglia ha dovuto fare i conti con la depressione economica del 1929 che ha messo in ginocchio i Cucurachi in un’area già disagiata. Lei, dopo che il padre emigrò in Argentina e una sorella e il fratello se ne andarono altrove, si ritrovò a badare alla casa.
Poi arrivò la guerra…
«E Nicolino», sorride.
Nicolino, un giovane finanziere nato in Puglia ma di lontana discendenza greca (gli avi si chiamavano Kukurakis, cognome poi italianizzato in Cucurachi), era in servizio a Gemona. Un giorno va a fare una verifica nel negozio di alimentari di Avasinis, Erminia sta comprando il pane, lui si scusa per non essersi fatto la barba e scocca la scintilla. Sarà quello un periodo di grandi pericoli e di grande amore. Soprattutto dopo l’8 settembre del 1943, con l’occupazione del territorio da parte delle forze armate tedesche con truppe cosacche. «Non era gente cattiva», dice lei e il figlio aggiunge: «Si è trovata fra due fuochi: da una parte i partigiani da aiutare, dall’altra i cosacchi che avevano la divisa tedesca, a cui dava da mangiare. I partigiani le volevano rasare i capelli perché si era fidanzata con un finanziere ma lei si rifiutò. È stato l’inizio di un periodo difficile».
Cioè?
«A Trieste c’erano galeotti, stupratori, molti delinquenti che avevano fatto diventare la città una capitale del crimine prendendo di mira soprattutto chi indossava una divisa».
Le foibe?
La signora sospira.
Aggiunge il figlio: «Mio padre Nicolino era destinato alle foibe di Basovizza. Lei ha preso il suo soprabito bianco e l’ha seguito mentre era incolonnato e scortato dai partigiani di Tito. Approfittando di una loro distrazione gli ha gettato il soprabito e lui è scappato fra la folla salvandosi».
Lei signora era incinta e nacquero i due gemelli. Non volevate altri figli?
«No no, visto che potevano venirne due per volta abbiamo detto basta».
Come trascorre le giornate?
«Mi sveglio presto, col sole, ho sempre fatto così. Durante la giornata mi portano un po’ in giro e alle otto di sera vado a letto».
Che lavoro faceva?
«Sempre la casalinga. A Lecce anche la dama di compagnia di una baronessa»
Scuole?
«Quinta elementare»
Il figlio: «Ma è molto intelligente e furba di una furbizia contadina dentro un carattere austrungarico ereditato dai nonni. Entrava spesso in conflitto con mia moglie. Chiaro: è romana».
Se potesse tornare indietro cosa non rifarebbe?
«Rifarei tutto».
Il più bel ricordo della sua vita?
«La nascita dei miei figli».
Dicono che lei è sempre andata a votare. Per chi?
«Una volta votavo per Giorgio Almirante, adesso per Giorgia Meloni. E sì al referendum sulla giustizia».
Monarchia o repubblica?
«Repubblica, non mi piacciono i nobili».
Quante pastiglie prende?
«Una, per la pressione».
Desideri?
«Il lo so mamma – interviene il figlio – diglielo dai».
«Un goccio di rosso».