Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  maggio 31 Domenica calendario

Gian Andrea Cerone e Alessandro Robecchi riflettono su Milano e sulla loro scrittura

Guardie e ladri, poliziotti e criminali, buoni e cattivi: raccontare la stessa città, Milano, da fronti opposti. Lo fanno gli scrittori Gian Andrea Cerone e Alessandro Robecchi, autori rispettivamente de L’incertezza del domani (Guanda, in libreria dal 2 giugno), in cui torna il poliziotto Mario Mandelli alla guida della sua squadra, l’Unità di analisi del crimine violento; e di Omicidi Srl (Sellerio), bestseller di stagione con protagonisti due criminali, il Biondo e Quello con la cravatta, killer di professione. Personaggi diversi, lontani, ma il cui sguardo sulla città finisce per assomigliarsi: perché Milano com’è oggi non piace né agli uni né agli altri. L’incontro con gli scrittori si è svolto in un locale tra viale Tunisia e largo fra Paolo Bellintani, dove sorge la chiesa di San Carlo al Lazzaretto, raccontata da Alessandro Manzoni nei Promessi sposi.
GIAN ANDREA CERONE – I nostri sono personaggi che hanno la stessa soggettiva su Milano. Si soffermano sul cambiamento che la città sta vivendo, sulla perdita di un’identità. Più che un cambiamento, c’è uno svuotamento sociale. Penso adesso a quartieri come Giambellino e Lorenteggio, dove rifaranno molte case: la gente riceverà i soldi per le proprietà e poi se ne andrà fuori da Milano, perché la città ormai è insostenibile. Basta guardarsi attorno per accorgersi che la metropoli ha un ritmo bradicardico, anche nel rilascio degli affetti, la relazione umana è lenta. È qualcosa che se scrivi un noir non puoi non rilevare.
ALESSANDRO ROBECCHI – Una città non è uno scenario ma una somma di elementi, suoni, luci... Ma Milano sta diventando una specie di algoritmo del capitalismo, una città che importa milionari ed esporta milanesi, che non se la possono più permettere. Questo cambia il volto della città stessa e di conseguenza sono diverse le storie che vi si svolgono.
Quello che si salva, nei vostri romanzi, è il rapporto umano. Da una parte i due criminali, tra loro solidali, che hanno un rapporto quasi cameratesco e sono amichevoli anche con la nuova arrivata, la «collega» Francesca Aroldi; dall’altra la squadra di Mandelli è così coesa da sembrare una famiglia.
GIAN ANDREA CERONE – Il commissario Mandelli e l’ispettore Casalegno hanno una dinamica di compagnonnage, come tra i moschettieri; tra i due c’è anche un atteggiamento di critica amichevole e di presa in giro. Nel caso dei due killer funziona il fatto di avere uno sguardo cinico e allo stesso tempo ironico.
ALESSANDRO ROBECCHI – Il rapporto umano oggi lo vedo come una specie di mutuo soccorso contro il male che la città sta facendo ai suoi stessi abitanti, un’autodifesa dai meccanismi del mercato. Oggi Milano è una città con prezzi londinesi e stipendi italiani; nelle periferie il rapporto umano funziona come le cooperative di una volta. È una sorta di welfare sociale.
Un altro collante, nella finzione narrativa come nella realtà, è il lavoro.
GIAN ANDREA CERONE – I miei protagonisti si ritrovano intorno a una comunità di lavoro. Ciò che li unisce, che li fa sentire comunità è quello che fanno: a Milano si lavora. E si lavora sempre.
ALESSANDRO ROBECCHI – Nella realtà c’è il problema ridicolo dei tranvieri: il tranviere deve vivere a Milano perché il tram comincia a girare alle 5 di mattina, ma non può permetterselo perché lo stipendio è troppo basso. O c’è il fatto che oggi un ragazzo per andare in piscina spende più di un cinema. Sono episodi che magari non entrano in un romanzo ma che uno scrittore deve sapere. Trovo che la città si sia incrudelita, i meccanismi sono diventati più rigidi verso chi non ce la fa. Il famoso ceto medio ha perso le sicurezze, ha paura di impoverirsi.
Come questi cambiamenti si riverberano sulle dinamiche narrative?
GIAN ANDREA CERONE – L’incertezza verso il futuro è dichiarata fin dal titolo del mio romanzo. Poi all’interno della storia ho introdotto il tema della socializzazione multimediale che oggi rischia di essere un surrogato, una vita virtuale parallela per chi non può permettersi una vita reale e la sublima con quella roba lì.
ALESSANDRO ROBECCHI – Trovo che la città dove si svolgono le mie storie si stia restringendo: sta diventando un luogo per pochi. Come le zone popolari che sono diventati quartieri gentrificati per chi se li può permettere.
GIAN ANDREA CERONE – Nello scrivere, prima lavoravo in modo più esteso, mi soffermavo sul panorama, raccontavo la città con un passo lento; negli ultimi romanzi ho dovuto accelerare il ritmo, narrare in modo più dinamico e veloce.
ALESSANDRO ROBECCHI – La velocità del racconto è dovuta nel mio caso all’esigenza di gestire ritmi da commedia. Muovo i miei personaggi in un ambiente ostile, come la giungla di Salgari; il cinismo dei killer è la caricatura del cinismo che ci circonda. Ammazzare la gente per soldi? Si fa tutti i giorni, in questo Paese! Cioè mille persone all’anno vanno a lavorare alla mattina e non tornano a casa alla sera, perché qualcuno ha voluto fare più profitto. Quindi è una cosa che la nostra società accetta senza scomporsi.
Milano è una città che vive di contrasti, proprio questa è la forza e il motore dei vostri romanzi.
ALESSANDRO ROBECCHI – Però Milano è anche una città piccola, in venti minuti l’attraversi. Il «carotaggio» tra le componenti sociali avviene di cento metri in cento metri, basta sbagliare fermata della metropolitana e sei in un posto diverso. In corso Magenta non si parla come al Gallaratese, non si mangiano le stesse cose e non ci si veste allo stesso modo. La città è un guscio che ne contiene altri: nei locali di via Brenta ci sono i giovani peruviani che bevono la Inca Kola e nello stesso bar i magrebini che giocano a domino con indosso la djellaba... sembra il bar di Guerre stellari, Milano oggi è questa.
GIAN ANDREA CERONE – Vero. Qui c’è una «multiItalia». È una città nata e cresciuta, anche dal punto di vista dello sviluppo del lavoro, aggregando persone che vengono dalle altre regioni. Mandelli è milanese nel midollo, si muove per la città sempre a piedi. La ama però la vede cambiare, per questo aveva anche pensato di mollare tutto. Poi ci ha ripensato.
ALESSANDRO ROBECCHI – Vero, le contraddizioni sono un motore, ma il racconto della città che fanno i media ufficiali è monodimensionale. Il milanese nella macchietta nazionale è quello che vuole-paga-pretende. Un luogo comune che prende spunto da una piccola parte dei milanesi, quelli garantiti; invece non si parla di quelli che devono fare tre lavori. La città piena di contraddizioni che non sono raccontate. Manca una certa ribellione: tutti i giorni sentiamo dire che Milano è cara, che i servizi costano ma non c’è un movimento dal basso. È come se i meccanismi economici fossero immanenti: è così e non puoi cambiare.
GIAN ANDREA CERONE – Questa ribellione sociale c’è nel tuo romanzo, attraverso il tono sarcastico dei personaggi. Fanno un lavoro estremo ed è interessante che nel comportarsi abbiano comunque una sorta di moralità.
ALESSANDRO ROBECCHI – Certo, un po’ di etica ci vuole anche se fai il killer! Però ogni volta che viene fuori un problema di questo genere la risposta è molto milanese: l’importante è fatturare. Portiamo a casa il risultato, poi ci pensiamo.
C’è ancora spazio per la giustizia?
GIAN ANDREA CERONE – La moralità passa dalle scelte che i killer fanno; per i poliziotti è diverso, visto che lavorano dentro una struttura che presumibilmente porta alla giustizia. Anche se poi metto in campo poliziotti a tanti livelli, per cui c’è anche una zona grigia.
ALESSANDRO ROBECCHI – La parola «giustizia» non ha più molto senso. Le galere sono piene di poveri, chi ha un reddito nella media o sopra la media difficilmente sta dentro. È una giustizia di classe perché puoi pagare l’avvocato per l’accesso ai tuoi strumenti di difesa. Questo pesa perché quando scrivi e inventi un personaggio devi anche collocarlo.
GIAN ANDREA CERONE – Nel mio romanzo c’è un grande inganno che è legato ai temi delle scelte fatte nella vita, della dignità, di disponibilità economiche sempre maggiori. Tutti aspetti che permeano la città.
Milano è sempre stata un modello: quello che succede qui allora è lecito possa accadere anche altrove.
ALESSANDRO ROBECCHI – Tutto è cambiato quando si è smesso di produrre merci materiali e si è incominciato a produrre l’immateriale. In via Tortona c’era l’Ansaldo con 10 mila operai, adesso ci sono 10 studi di moda con 15 addetti. Ad Arese all’Alfa Romeo lavoravano 40 mila operai, ora 40 commesse. Questa differenza cambia il paesaggio.
GIAN ANDREA CERONE – Un modello politico è stato usato come modello ideale di sviluppo della città. Poi quando Milano ha raggiunto una notorietà internazionale ed è divenuta un referente europeo, il modello si è sgretolato, non è gestito dalla politica ma dall’economia. Avendo iniziato a raccontare la città 5-6 anni fa, ho assistito a questo cambiamento dello stato sociale.
Forse la gente ha bisogno di sentirsela raccontare, questa Milano: di leggerla dentro un romanzo.
ALESSANDRO ROBECCHI – No, ora la gente queste cose le vive sulla pelle. In una famiglia media con due stipendi normali l’idea che 4-500 euro al mese se ne vadano per mandare il bambino all’asilo è un problema. Quello che si racconta di Milano quando si accende la televisione è che ci sono i maranza cattivi che accoltellano la gente. Non è così, c’è anche quello, ma c’è anche altro.
GIAN ANDREA CERONE – Non a caso gli eroi dei nostri libri sono due killer e una squadra di poliziotti che faticano ad affrontare la loro quotidianità.
ALESSANDRO ROBECCHI – Il giallo è un pretesto, una costruzione che estremizza tutte le situazioni perché mette i personaggi in stato di agitazione permanente. Nessuno ha raccontato Roma meglio di Carlo Emilio Gadda nel Pasticciaccio oppure non puoi andare a Marsiglia se non hai letto Jean-Claude Izzo.
GIAN ANDREA CERONE – Il nostro lavoro è andare in giro, osservare, ma non parto mai dal presupposto: adesso racconto Milano. Bene o male raccogliamo elementi che si depositano, magari in modo latente, ma poi tornano fuori.
Entrambi vi muovete nella serialità. È una scelta o una necessità?
ALESSANDRO ROBECCHI – È una sfida: hai il vantaggio di non dover reinventare un personaggio, ma anche lo svantaggio di dover sempre aggiungere qualcosa, di sfaccettarlo. Il problema è che le contraddizioni della società davanti a cui metti i tuoi protagonisti sono sempre più difficili da governare.
GIAN ANDREA CERONE – Ho tanti personaggi, quindi nella trama devo tenere conto della coralità e anche dei singoli. Occorre mantenere in equilibrio il centro narrativo della storia, ma puoi permetterti anche di divagare. La forma che funziona meglio è la misura uno a uno tra i personaggi, il cuore dei miei romanzi è il rapporto Casalegno-Mandelli.
ALESSANDRO ROBECCHI – I killer sono due ma il personaggio è uno solo... Il Biondo e Quello con la cravatta sono in realtà un personaggio solo, così come speculari Carella e Ghezzi, i miei sbirri della serie di Carlo Monterossi. In un solo personaggio non puoi mettere tutto, quindi ne crei due e nella loro dialettica si coglie quello che occorre sapere. L’uso dei dialoghi nella mia coppia è un’arma perfetta di descrizione dei caratteri, più che se li raccontassi. Da come si comportano e da quello che si dicono si intuiscono i caratteri. Dopo l’Ottocento, dopo Dostoevskij, nessuno si mette più a spiegare che il tale aveva un modo di fare più introverso e il tal’altro più espansivo. I caratteri si modellano sulla storia e la storia si modella sui caratteri.
GIAN ANDREA CERONE —Nella mia serie c’è anche un forte personaggio femminile, Marisa, la moglie di Mandelli: se lui è la bussola della squadra, lei è il Polo Nord del commissario, l’elemento che dà equilibrio. Soprattutto nel nuovo libro.
Un luogo a scelta di Milano...
ALESSANDRO ROBECCHI – Quando scrivo faccio molti sopralluoghi perché voglio vedere i posti, mi interessa la luce. C’erano due posti a Milano dove potevi vedere l’orizzonte: uno è in piazzale Loreto, in fondo a via Padova o a viale Monza quando è limpido vedi le montagne; l’altro, il ponte di corso Lodi sullo scalo ferroviario; anche da lì vedevi l’orizzonte, ora non più, con il villaggio olimpico che diventerà lo studentato. Di due posti ne è rimasto uno solo, aspetto di vedere cosa succederà in piazzale Loreto.
GIAN ANDREA CERONE – Il Bosco Verticale: nell’ultimo libro ci ho ammazzato due persone. Per capire com’è ci ho anche dormito: quando entri sembra di stare in un ospedale lituano, con i muri bianchi, le porte bianche. Il panorama? È tutti i giorni lo stesso.
Temi e personaggi dei vostri libri hanno qualcosa di manzoniano?
GIAN ANDREA CERONE —Una frase del commissario detta in un momento particolare. Mandelli alza gli occhi su Marisa e dice: «Mai creduto alla provvidenza». Proprio quella manzoniana.
ALESSANDRO ROBECCHI – Una frase di Agnese nei Promessi sposi che condivido: «I poveri, ci vuole un niente a farli comparire birboni». Come a dire che pure per Manzoni c’era una criminalizzazione del povero come categoria sociale.
Nel vostro canone personale di autori milanesi (e non) chi ci sarebbe.
ALESSANDRO ROBECCHI – In primis un non milanese come Luciano Bianciardi. Poi Giovanni Testori. Beppe Viola, uno di quei talenti multitasking: sapeva scrivere canzoni ma anche raccontarti il derby. Renato Olivieri, un giallista degli anni Ottanta e Novanta che andrebbe riscoperto, raccontava Milano in un momento in cui non era di moda. E poi, vabbé, Giorgio Scerbanenco, che era un autore dark: in un momento in cui le luci nel Paese erano molto accese per via del boom economico, lui raccontava gli angoli bui.
GIAN ANDREA CERONE – A Bianciardi e Scerbanenco aggiungo Umberto Saba, poeta molto legato a Milano, Dino Buzzati, che faceva il cronista di nera e ti raccontava la Milano di Un amore, e Andrea G. Pinketts, che ha narrato la città nel momento più appariscente, prendendola per i fondelli.
ALESSANDRO ROBECCHI e GIAN ANDREA CERONE – E poi mettiamoci anche Manzoni. Siamo passati tutti da lì. Nelle sue pagine c’è già ogni cosa: i rapimenti, i poveri, il potere, le ribellioni...