Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  maggio 31 Domenica calendario

Thomas Sankara: La libertà africana viaggiava in economica

«Sankara non era certo un angelo né un santo. Era un uomo con tutti i suoi difetti e le sue qualità. Forse ha osato troppo, ma è riuscito a far sognare una intera generazione di africani». Queste parole del giornalista burkinabé Boureima Ouedraogo riassumono magistralmente ciò che è stato Thomas Sankara. Una meteora nel frantumato cielo africano, tanto luminosa quanto oscurata, tanto breve nella sua esistenza quanto lunga nella scia di memoria, che ha lasciato dietro di sé. Ha rappresentato qualcosa di diverso nello sconnesso panorama della politica africana: una speranza per il Burkina Faso e non solo. Un leader insolito, ancora più insolito per l’Africa dei potentati, che non cercava l’isolamento nel gelo dei condizionatori dei palazzi presidenziali, che voleva sinceramente aiutare il suo popolo.
La morte prematura ha certo contribuito ad alimentarne il mito: «gli eroi son tutti giovani e belli» canta il poeta e Sankara giovane e bello lo era davvero, affascinante, simpatico e pieno di carisma, con una capacità retorica senza pari. Ancora oggi il suo volto con l’eterno basco rosso è un’immagine costante in Burkina Faso: lo vedi appiccicato sui taxi brousse, i pulmini collettivi che trasportano la gente da una città all’altra, sulle magliette, sui motorini, accanto all’immagine di Bob Marley. Puoi vedere le sue scritte, che dai muri della capitale ancora ammoniscono di consumare prodotti locali e poi c’è qualcosa di diverso nella gente del Burkina Faso, lo riconoscono anche molti abitanti dei paesi limitrofi: il sentirsi burkinabé. Una coscienza e un orgoglio nazionali rara in Africa, dove spesso prevalgono le appartenenze etniche o claniche, che emerge nonostante (o forse per questo) dalla consapevolezza di vivere in un paese poverissimo, che Samir Amin ha definito una «colonia della colonia». A questo ha contribuito molto la seppur breve esperienza Sankara, che ha fatto conoscere il Burkina Faso a livello internazionale e ha saputo far maturare tra i suoi abitanti una maggiore fiducia in se stessi, nel proprio valore. «La cosa più importante, credo, è aver portato le persone ad avere fiducia in se stesse, a capire che, in ultima analisi, devono sedersi e scrivere il loro sviluppo; devi sederti e scrivere la tua felicità. E allo stesso tempo, capire qual è il prezzo da pagare per questa felicità» diceva. Per questo la gente di quel Paese è ancora oggi orgogliosa di lui.
Non ha avuto tempo di risolvere i troppi problemi del suo Paese e forse non ne avrebbe neppure avuto la possibilità, ma sicuramente è riuscito a squarciare quell’opprimente velo di frustrazione e disistima, che attanagliava e ancora attanaglia molti africani, che si reputano inferiori all’uomo bianco. Sankara è morto abbastanza giovane per evitare di commettere errori. Ha però vissuto abbastanza per diventare una speranza. Forse, come era già accaduto per Patrice Lumumba, è arrivato troppo presto sulla scena politica del suo Paese e dell’Africa intera, parlando un linguaggio, che comprendevano in pochi e fu assassinato per essere stato un precursore, per aver voluto capovolgere l’ordine delle cose e in primo luogo il monopolio delle ricchezze.
Al di là della sua incredibile spinta rivoluzionaria e dell’attivismo politico, Sankara è stato un’eccezione, nel panorama dei leader africani, anche per il suo comportamento. Abituati a vedere i grandi capi sfrecciare per le vie delle capitali su grossi fuoristrada dai vetri oscurati, vestire abiti firmati e abitare in ville sfarzose, i burkinabé non potevano non rimanere stupiti nell’incontrare per le strade di Ouagadougou il loro presidente girare con una vecchia Renault 5, se non in bici, o in pantaloncini corti giocare a calcio in un campetto con altri giovani.
Voleva dare l’esempio, vivere a livello del Paese reale, ripeteva spesso: «Bisogna disabituare la gente a vivere al di sopra dei loro mezzi» e lo faceva davvero, al punto che un giorno, dopo avere emesso un assegno, si vide recapitare una lettera della banca, che gli segnalava: «Signor Presidente, il suo conto è esaurito». Disprezzava l’ostentazione e riferì a una commissione nazionale che i suoi beni includevano la vecchia Renault 5, un frigorifero (guasto), alcune chitarre e biciclette, 560 dollari in banca, uno stipendio settimanale di 100 dollari e un mutuo pendente di 2.200 dollari sulla casa.
Spartano al limite del puritanesimo, Sankara impose il suo stile di vita a tutti i suoi collaboratori. I ministri viaggiavano in classe economica e alloggiavano due per stanza in alberghi modesti. «Dobbiamo accettare di vivere all’africana, perché il solo modo di vivere liberamente, il solo modo di vivere degnamente. Non possiamo essere la classe dirigente ricca di un paese povero» amava ripetere.
Non era un santo, no, ma certo era un uomo sincero e coraggioso, perché solo una persona sincera e coraggiosa può dire: «Non puoi fare cambiamenti fondamentali senza una certa dose di follia (…) Dobbiamo osare inventare l’avvenire». Sì Sankara apparteneva più al futuro che al passato e forse vi appartiene ancora. Utopista? Forse, ma spesso gli utopisti vedono il futuro prima degli altri.